EDITORIALE – La scrittura, così come la lettura, può essere terapeutica.
Ho scritto il libro “Le mamme di Annuccia” dopo la morte del mio compagno di vita riuscendo, in parte, ad alleviare il senso di vuoto, di abbandono, di solitudine.
Nelle circostanze dolorose è importante cercare in se stessi un appiglio, un sostegno per continuare a dare un senso alla propria esistenza. A distanza di qualche anno, posso affermare, convinta, di avere trovato nella scrittura una valvola di sfogo, un sollievo.
Oggi, sfogliando il libro “Le mamme di Annuccia” affiorano numerosi ricordi: ogni capitolo è legato a un mio particolare stato d’animo, alle sensazioni emotive che mi hanno accompagnato nell’immaginare e scrivere i vari episodi relativi alla trama del racconto.
Al centro della narrazione: il forte sentimento della famiglia, che si manifesta con atti di generosità e di altruismo, di partecipazione emotiva, in un contesto e in un tempo dove dominava la povertà, quella vera, che costringeva a grandi privazioni e sacrifici.
Quello della povertà è stato l’argomento che, in quel particolare momento, era in sintonia con il mio stato di tristezza e di sconforto, così come accettare le perdite, le sconfitte e le delusioni, mettendo in campo una grande forza di resilienza.
Riporto un breve stralcio, dal quale emerge lo stato di indigenza di alcune famiglie del passato, quando veniva a mancare il sostegno economico del capofamiglia.
“La sera, al chiarore della fiamma del camino, la famiglia, seduta intorno al tavolo, aspettava che mamma Luigina scodellasse la polenta su un grande vassoio di legno di forma rotonda. Ognuno prendeva la sua parte, guardando di sottecchi gli altri per controllare che il cucchiaio non fosse eccessivamente colmo. Intanto sul fuoco, in una grande padella poggiata sul treppiedi, friggevano patate e peperoni conditi con pezzi di lardo. Dopo un’ultima girata con il grande cucchiaio dal lungo manico, Mariuccia poggiava la padella sul vassoio di legno dove non era rimasta neanche una briciola di polenta. La cena si concludeva con le castagne. Adulti e bambini si sedevano, formando una grande ruota, intorno al camino e aspettavano che le caldarroste fossero pronte. Era mamma Luigina che le distribuiva, due per ciascuno dei figli, ripetendo il giro più volte. Era questo un rito che si ripeteva tutte le sere, con qualche variazione: a volte anziché la polenta si preparavano le” lagane e fasule” e una frittata con le patate. Non mancavano fichi secchi e noci, da chiedere sempre alla mamma, che li distribuiva a tutti in parti uguali. Il cibo non mancava in casa: mamma Luigina lavorava tutto il giorno nell’orto! Ma le bocche da sfamare erano tante e il raccolto andava gestito con parsimonia e oculatezza.Qualche lira si riusciva a rimediare vendendo uova, ortaggi, buona parte dei salami e dei prosciutti che si ricavavano dall’allevamento dei maiali. Con il latte di capra e di pecora si facevano formaggi e ricotte che si portavano a vendere in paese a clienti fissi. I pochi soldi che entravano in casa erano, tuttavia, insufficienti per acquistare indumenti di vestiario e calzature. Vestiti e cappotti, anche se logori e rattoppati, passavano dai fratelli più grandi a quelli più piccoli. Per le scarpe non era sempre possibile: quando i piedi non vi entravano più erano rovinate al punto da preferire andare scalzi. I ragazzi più grandi calzavano quasi sempre gli zoccoli, economici e molto resistenti. Non mancava la lana di pecora, che mamma Luigina cardava e filava. A sera, dopo una giornata di duro lavoro nei campi, Luigina, alla debole luce del fuoco o di una lampada ad olio, sferruzzava maglie di lana, calzettoni, sciarpe e mantelle.”
Non è questo il solo episodio relativo alla povertà. Ne riporterò qualche altro, ancora più eloquente e significativo.
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