EDITORIALE – In un momento in cui il dibattito pubblico sui quesiti referendari rischia di essere travolto da slogan, semplificazioni e contrapposizioni politiche contingenti, diventa essenziale riportare l’attenzione sul merito delle questioni.
Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere dei magistrati non è un voto “pro” o “contro” un governo, né un giudizio sulla magistratura come corpo. È, piuttosto, un passaggio istituzionale che riguarda l’equilibrio dei poteri, la qualità del processo penale e la fiducia dei cittadini nella giustizia. Per questo è necessario restituire ai cittadini un’informazione chiara, fondata e comprensibile, cercando di stimolare un dibattito serio e aderente al dettato normativo. Come avvocato iscritto alla Camera Penale di Lagonegro, credo intimamente alla necessità di questa riforma, che ritengo essenziale per rafforzare l’imparzialità e l’efficacia del nostro sistema giudiziario.
Le riflessioni che seguono hanno come fonte i documenti elaborati dall’Unione delle Camere Penali Italiane e le posizioni di magistrati e giuristi che, da prospettive diverse, sostengono il Sì.
Circoscrivendo la materia ai dati oggettivi e normativi, la riforma oggetto del referendum introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, con la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti e di un’Alta Corte disciplinare.
L’obiettivo è completare il modello del giusto processo sancito dall’articolo 111 della Costituzione, garantendo che il giudice sia realmente terzo e percepito come tale. Oggi, infatti, giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine, condividono percorsi professionali e possono passare da una funzione all’altra. Questa ‘promiscuità’ tra ruoli, unica nelle democrazie moderne, crea una vicinanza che mina la fiducia nell’imparzialità.
Molti esperti sottolineano come la separazione delle carriere rafforzi la terzietà del giudice.
Nicolò Zanon, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale e presidente del Comitato “Sì Riforma”, ha sottolineato come la riforma sia indispensabile per “disarticolare il sistema correntizio” e restituire “autorevolezza e dignità” ai magistrati, completando il principio del giusto processo. Il professore Giorgio Spangher, emerito di Diritto Processuale Penale alla Sapienza, evidenzia come la separazione garantisca “maggiore trasparenza nei rapporti tra pubblici ministeri e giudici”, riducendo il rischio di condizionamenti reciproci. Anche l’ex magistrato Antonio Di Pietro, forte della sua esperienza da pubblico ministero, ha dichiarato che l’attuale “simbiosi” tra PM e giudici mina l’equilibrio tra accusa e difesa e che la separazione è necessaria per un processo realmente giusto.
Il confronto internazionale conferma l’anomalia italiana. In Francia, Germania, Spagna, Portogallo e nei Paesi di common law come Regno Unito e Stati Uniti, il pubblico ministero è un corpo distinto dal potere giudiziario, con ordinamenti separati e percorsi professionali autonomi. In nessuno di questi sistemi chi accusa appartiene allo stesso corpo di chi giudica. L’Italia, mantenendo un’unica magistratura con carriere comunicanti, resta un’eccezione isolata.
A questo punto del ragionamento è inevitabile tornare alla figura di Giuliano Vassalli, il giurista che più di ogni altro ha segnato la modernizzazione del processo penale italiano. Il Codice del 1988–1989, che porta il suo nome, rappresentò una rottura netta con il modello inquisitorio del Codice Rocco, introducendo un processo fondato sul contraddittorio, sulla parità delle parti e sulla terzietà del giudice. Ma Vassalli sapeva perfettamente che quella riforma, pur rivoluzionaria, era incompleta senza una separazione ordinamentale tra chi accusa e chi giudica.
Il professore Oliviero Mazza, uno dei maggiori studiosi del processo penale, ha ricordato che per Vassalli la separazione era “consustanziale” al modello accusatorio: senza di essa, il rischio era quello di costruire un processo nuovo su fondamenta vecchie, lasciando sopravvivere residui inquisitori destinati a riemergere. E infatti, a distanza di quasi quarant’anni, molti osservatori riconoscono che la mancata separazione ha prodotto proprio ciò che Vassalli temeva: una “finzione accusatoria”, in cui PM e giudici, pur sedendo in luoghi diversi dell’aula, continuano a condividere carriera, cultura professionale e logiche interne.









































