Separare le carriere per un processo veramente giusto: le ragioni del Sì al Referendum (PARTE II)

EDITORIALE – Come già esposto in un precedente articolo qui su ivl24.it, anche Augusto Barbera, già presidente della Corte Costituzionale, ha ricordato che Vassalli fu l’artefice di un processo garantista e che la separazione delle carriere rappresenta la sua naturale estensione.
In questa prospettiva, la separazione delle carriere non è una rottura, ma un atto di fedeltà alla visione di Vassalli: completare il processo accusatorio, rendere il giudice realmente terzo, garantire un equilibrio autentico tra accusa e difesa e liberare il sistema da quei residui inquisitori che il codice del 1988 non poteva eliminare da solo.
È per questo che molti sostenitori del Sì vedono nella riforma non un cambiamento politico, ma il compimento di un percorso culturale e giuridico iniziato quasi quarant’anni fa.
È evidente, a questo punto, che la riforma intervenga anche sull’autogoverno dei magistrati, prevedendo due Consigli Superiori distinti.
È importante chiarire che né l’attuale CSM né i futuri due Consigli siano organi rappresentativi della magistratura: non sono parlamenti interni, non esprimono linee politiche e non rappresentano categorie. Sono organi amministrativi che gestiscono carriere, nomine, trasferimenti e disciplina. La distinzione in due Consigli rende coerente l’autogoverno con la separazione delle funzioni, evitando che un unico organo governi due ruoli profondamente diversi.
Emerge, di conseguenza, anche un altro nodo: la disciplina.
Oggi il giudizio disciplinare è esercitato all’interno del CSM, con magistrati che giudicano altri magistrati appartenenti allo stesso ordine. Questa sovrapposizione tra governo delle carriere e giudizio disciplinare rappresenta un’anomalia evidente, che alimenta la percezione di autoreferenzialità.
L’Alta Corte disciplinare, prevista dalla riforma, separa nettamente le due funzioni, restituendo credibilità e trasparenza al sistema.
Nel dibattito pubblico ha suscitato tensione anche il tema del sorteggio temperato per la selezione dei componenti togati dei Consigli Superiori.
A ben vedere, però, il sorteggio non introduce casualità, ma riduce il peso delle correnti che negli anni hanno condizionato le dinamiche elettorali interne.

Pietro Ichino, insigne giurista, ha definito il sorteggio “il metodo selettivo più adatto per organi che non sono rappresentativi”, perché rafforza l’indipendenza e sottrae il sistema alle logiche di appartenenza.
Il giudice emerito della Corte Costituzionale Giulio Prosperetti ricorda che la separazione delle carriere e la riduzione del correntismo sono battaglie storiche sostenute da magistrati come Francesco Pantaleo Gabrielli e Marcello Mazza, proprio per evitare conflitti di interesse e derive autoreferenziali.
Il professore di diritto costituzionale Carlo Fusaro sottolinea che la riforma non indebolisce l’autonomia del pubblico ministero, ma la rafforza, smentendo sia la narrazione del “controllo governativo” sia quella del “super PM”.
Molti studiosi, insomma, vedono nella riforma un’occasione per migliorare complessivamente il sistema giudiziario.
Sabino Cassese, presidente emerito della Corte Costituzionale, ha espresso un giudizio favorevole, ritenendo che la separazione delle funzioni non comprometta l’indipendenza della magistratura, come dimostrano le esperienze comparate. Mitja Gialuz, ordinario di Diritto Processuale Penale a Genova, sostiene che la riforma allinea l’ordinamento italiano ai principi del costituzionalismo, evitando che la magistratura sia influenzata, direttamente o indirettamente, dal potere esecutivo.

In conclusione, possiamo affermare che le posizioni favorevoli provengono da magistrati e accademici con background molto diversi, inclusi giuristi tradizionalmente vicini alla cultura progressista come Barbera e Ichino.
Questo dato conferma che la riforma non è una battaglia politica, ma un intervento strutturale volto a rendere la giustizia più autonoma, più trasparente e più credibile. Separare le carriere, distinguere gli organi di governo, istituire un giudice disciplinare terzo e ridurre il peso delle correnti significa rafforzare lo Stato di diritto e restituire centralità al cittadino.
È in questa prospettiva che si collocano le ragioni del Sì: non una riforma contro qualcuno, ma una riforma a favore di tutti.

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