Separazione delle carriere, Barbera e il nodo dell’antipolitica

EDITORIALE – Come avvocato e come iscritto alla Camera Penale di Lagonegro, seguo da anni il dibattito sulla giustizia e, in particolare, il tema della separazione delle carriere. Non è una questione che affronto oggi per la prima volta: più volte, anche pubblicamente, ho sostenuto la necessità di completare il modello accusatorio con una distinzione netta tra funzioni requirenti e giudicanti. È una battaglia culturale e istituzionale che considero parte integrante del mio impegno professionale e civile, perché riguarda non solo l’equilibrio tra i poteri dello Stato, ma anche la qualità delle garanzie offerte ai cittadini nel processo penale.

A partire da questo contributo per ivl24, mi auguro che altri interlocutori — magistrati, avvocati, studiosi, amministratori locali, cittadini — vogliano intervenire per ampliare il discorso, anche sostenendo tesi opposte alla mia. Il confronto aperto e argomentato è infatti essenziale per la tenuta democratica delle nostre comunità, soprattutto in provincia, dove il dibattito pubblico rischia troppo spesso di appiattirsi o di restare confinato tra addetti ai lavori. Una discussione pluralista e trasparente è il modo migliore per restituire alla giustizia il suo ruolo di tema civile, non di bandiera di parte.

La discussione sulla separazione delle carriere continua a polarizzare il dibattito pubblico, spesso più sul piano emotivo che su quello tecnico. L’intervento di Augusto Barbera, raccolto nel corso della riunione nazionale di “Libertà Eguale” a Firenze il 12 gennaio 2026 e successivamente pubblicato da Il Dubbio il 14 gennaio, offre invece un’occasione preziosa per riportare la questione nel suo alveo naturale: quello costituzionale.

Non è un caso che Barbera, giurista di lungo corso e presidente emerito della Corte costituzionale, scelga di intervenire proprio ora, mentre l’ANM alza i toni e parla di “attacco alla magistratura”. Il suo contributo ha il pregio di ricostruire il tema con rigore, senza cedere alla retorica emergenziale che sta caratterizzando una parte del dibattito e credo che valga la pena divulgarlo anche ad un pubblico composto non soltanto da giuristi, avvocati ed addetti alla materia ma ai cittadini che, a breve, potranno esercitare il loro diritto di esprimere la propria opinione nelle urne.

In questa ottica vale la pena partire da un punto fermo; il Prof. Barbera ricorda un passaggio logico necessario e spesso dimenticato nel dibattito generalista: la separazione delle carriere non è un’invenzione politica contemporanea, ma il completamento logico del modello accusatorio introdotto nel 1989 con il codice Vassalli-Pisapia. L’unicità della carriera tra giudici e PM è un retaggio del passato, non un pilastro del processo accusatorio. La riforma, in questa prospettiva, non smantella un equilibrio quanto piuttosto lo realizza e lo porta al necessario compimento.

Barbera, quindi, respinge l’idea che la riforma indebolisca l’indipendenza della magistratura e sottolinea che la costituzionalizzazione dell’autonomia del PM rafforza, non indebolisce, le garanzie.

Ma è proprio sul tema dell’indipendenza della magistratura e come si sta svolgendo la critica all’ANM che abbiamo uno degli argomenti più chiari dell’intervento del giurista.

Prima di andare avanti nel ragionamento, giova precisare cosa sia l’ANM. L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) è il principale organismo rappresentativo della magistratura italiana. Non è un ordine professionale né un organo istituzionale: è un sindacato, nel senso più ampio del termine, che riunisce la grande maggioranza dei magistrati ordinari, sia giudicanti sia requirenti.

Al suo interno convivono diverse correnti culturali — spesso assimilate a vere e proprie “aree” — che esprimono sensibilità differenti sul rapporto tra giurisdizione, politica e società. Queste correnti, nate come gruppi di elaborazione culturale, nel tempo hanno assunto un peso significativo anche nella selezione dei rappresentanti al CSM, contribuendo a definire equilibri e dinamiche che hanno inciso profondamente sulla vita interna della magistratura.

È in questo spazio di tensione — tra tutela corporativa, ruolo pubblico e influenza delle correnti — che si colloca il dibattito attuale, e che Barbera, nel suo intervento, invita a rileggere con maggiore equilibrio e consapevolezza istituzionale.

Secondo Barbera, l’ANM sta progressivamente adottando una linea comunicativa che, più che entrare nel merito della riforma, tende a scivolare verso un registro apertamente antipolitico. Nella sua ricostruzione, il Parlamento viene rappresentato come un interlocutore ostile, quasi animato da un intento di contrapposizione pregiudiziale nei confronti della magistratura. A questa lettura si accompagna l’idea che la riforma abbia una natura punitiva, come se l’obiettivo fosse quello di limitare o condizionare l’autonomia dei magistrati. Il risultato è che il confronto sui contenuti tecnici della riforma — che per Barbera dovrebbe essere il cuore del dibattito — viene sistematicamente eluso, sostituito da una narrazione emergenziale che alimenta diffidenza e polarizzazione invece di favorire un’analisi razionale delle scelte costituzionali in gioco.

È un punto dirimente: quando un sindacato giudiziario utilizza categorie tipiche del populismo, il dibattito pubblico si impoverisce e si sposta dal terreno delle garanzie costituzionali a quello della contrapposizione identitaria.

Nel corso dell’intervento, il Prof. Barbera difende anche il sorteggio temperato come strumento per ridurre il potere delle correnti. Il CSM, ricorda, non è un organo politico e non ha bisogno di rappresentanza in senso partitico. Il sorteggio serve a spezzare meccanismi di cooptazione che negli anni hanno prodotto distorsioni note a tutti.

Nella sua relazione, Barbera dedica particolare attenzione anche al tema dell’Alta Corte disciplinare, ricordando innanzitutto che non si tratta di un’invenzione recente né di una bandiera di una sola parte politica. L’idea di affidare il giudizio disciplinare a un organo distinto dal CSM attraversa infatti decenni di dibattito, sia nella dottrina sia nelle proposte parlamentari, e nasce dall’esigenza di dare piena coerenza alla natura giurisdizionale del procedimento disciplinare.

Barbera sottolinea che, se il procedimento disciplinare è un vero e proprio giudizio — con garanzie, contraddittorio e responsabilità — allora è fisiologico che venga affidato a un organo terzo, dotato di competenze tecniche e di un equilibrio istituzionale diverso da quello del CSM. Quest’ultimo, infatti, è chiamato a funzioni di governo autonomo della magistratura e risente inevitabilmente delle dinamiche correntizie che negli anni hanno inciso sulla sua credibilità. Separare la funzione disciplinare significa, in questa prospettiva, rafforzare l’imparzialità e ridurre il rischio di condizionamenti interni.

Interessante è anche l’apertura di Barbera alla possibilità di un ricorso in Cassazione per violazione di legge, qualora emergessero profili problematici nell’applicazione concreta della riforma. È un passaggio che rivela un approccio non ideologico: la riforma può e deve essere migliorata, ma non per questo va demonizzata. L’Alta Corte disciplinare, nella sua visione, rappresenta un tassello di un disegno più ampio di razionalizzazione del sistema, che mira a distinguere ruoli, responsabilità e controlli senza intaccare l’indipendenza della magistratura.

In altre parole, Barbera invita a leggere questa innovazione non come una sottrazione di garanzie, ma come un tentativo di rendere più trasparente e credibile un settore — quello disciplinare — che negli ultimi anni ha mostrato limiti strutturali e tensioni interne difficilmente ignorabili.

Uno dei passaggi più lucidi dell’intervento riguarda il referendum. Barbera ricorda che non si vota sul governo, né sulla magistratura, ma su un principio costituzionale. Ridurre il voto a un plebiscito pro o contro l’esecutivo significa tradire la natura stessa dello strumento referendario.

Ma il punto forse più profondo della relazione del Prof. Barbera è quello culturale. L’unicità della carriera ha alimentato per decenni una percezione distorta: giudice e PM come figure contigue, quasi intercambiabili. La separazione delle carriere serve anche a ristabilire una distinzione netta di ruoli, responsabilità e funzioni. È un passo che rafforza la presunzione di innocenza e chiarisce al cittadino che chi accusa non è chi giudica.

L’analisi di Barbera ha il merito di riportare il dibattito sul terreno della razionalità costituzionale. La riforma può essere criticata, migliorata, emendata. Ma non può essere ridotta a un conflitto tra “magistratura buona” e “politica cattiva”. Il rischio, come avverte Barbera, è che l’ANM finisca per giocare una partita che non le appartiene: quella dell’antipolitica. E quando la giurisdizione scivola nel terreno dell’emotività, a perdere è sempre la qualità della democrazia.

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