«Volevo fare un’epica della quotidianità, della normalità. Le mie Dirimpettaie non sono eroine in senso grandioso, sono femministe inconsapevoli che a un certo punto scelgono di diventare protagoniste delle proprie vite». Ospite della quattordicesima edizione del Salerno Letteratura Festival, Serena Bortone ha presentato ieri sera, martedì 16 giugno 2026, presso il Museo Diocesano San Matteo, il suo secondo romanzo, Le Dirimpettaie, uscito lo scorso 7 aprile per Rizzoli e già alla settima ristampa.
Un libro che è soprattutto monito per le donne di oggi: «Spesso ci dimentichiamo da dove siamo partite. Prima l’unico obiettivo plausibile per una donna era sposarsi e fare figli. La tua vita dipendeva completamente dal marito, e non potevi neanche aprire un conto corrente da sola. Se sbagliavi marito, eri finita». E aggiunge, in risposta alle recenti dichiarazioni del Generale Vannacci: «La possibilità di una regressione mi spaventa. Il femminicidio non esiste? Prova a dirlo alla madre di una ragazza uccisa o a un orfano di femminicidio. Il femminicidio esiste e ha una casistica spaventosa: ogni tre giorni una donna viene uccisa in quanto donna. Spesso da un uomo a lei vicinissimo, per gelosia, volontà di controllo o perché non si riesce ad accettare la fine di una relazione».
Mentre nel condominio di Talenti in cui vivono Tina, Gabriella e Maria cercano loro stesse attingendo coraggio dalla sorellanza che le unisce, fuori la Storia si compie; gli Anni Settanta sono un periodo florido di conquiste: dallo Statuto delle Lavoratrici e dei Lavoratori, al nuovo diritto di famiglia, dalla legge sul divorzio all’aborto. «Questa commistione tra piccola e grande Storia l’ho assorbita da Guerra e pace di Lev Tolstoj, che resta il mio romanzo preferito», spiega Serena Bortone, «e dentro Le Dirimpettaie c’è anche una parafrasi di Cent’anni di Solitudine. D’altronde ho scritto questo romanzo immediatamente prima e immediatamente dopo un viaggio in Colombia: ciò che vivo, in qualche modo, influenza sempre ciò che scrivo».
Se Gabriella è il personaggio che più di tutte sintetizza nei suoi tratti questa tensione “tolstojana” («Nella sua prima scena la vediamo mentre sta tornando a casa: vorrebbe fermarsi a capire perché un gruppo di giovani sta protestando, ma la mano del figlio stretta nella sua le ricorda che deve tornare a casa, perché ha un marito e una famiglia a cui badare»), Tina ci suggerisce quanto anche la tv popolare possa contribuire alle piccole e grandi rivoluzioni di costume: «Probabilmente la cosiddetta liberazione sessuale non ci sarebbe mai stata», nota Bortone, «se una sera Raffaella Carrà non avesse deciso di ballare il Tuca Tuca (…) E Tina, mentre si dilania se cedere o meno al richiamo dell’eros, ascoltando Mina cantare “Non gioco più, la vita è un letto sfatto, io mi prendo quel che voglio”, parole che all’inizio trova sconvolgenti, si sente quasi rinfrancata».
E infine c’è Maria, «il personaggio in cui ho messo tutta la mia spiritualità. Lei, con le sue fughe, ha capito che la vera felicità spesso risiede nella dimenticanza, nella capacità di godersi un tramonto o di perdersi nell’abbraccio di qualcuno che amiamo, senza pensare al resto: a chi siamo, dove siamo…». Maria, la sua follia, intesa come bisogno di uscire fuori dagli schemi, ci ricorda il vero senso dell’amore: il sapersi ascoltati e compresi: «Mio padre una volta mi disse: “che la tua vita sia feconda per gli altri”», ricorda in conclusione Serena Bortone, «Non vivrei senza le mie amicizie, sono una donna molto fortunata, e mi piace sentirmi utile. Il femminismo non è un esercizio di autostima: non è che la lotta finisce se io ce l’ho fatta. Se io ce l’ho fatta è giusto che aiuti le altre a far venir fuori il loro talento».
Ex volto del pomeriggio di Raiuno con Oggi è un altro giorno, oggi voce di Radio2, Serena Bortone ha trasformato un principio in pratica quotidiana: «In ogni gruppo di lavoro che ho coordinato, piccolo o grande che fosse, ho sempre voluto che per la metà fosse composto di donne, perché altrimenti sarebbe stato come perdersi un pezzo di mondo».
E infine: «Trovare il proprio centro non è un percorso facile, bisogna trovare anzitutto il coraggio di liberarsi dalle catene del passato. Tra la libertà e la sicurezza, io sceglierei sempre la libertà, anche a rischio di perdermi. Non tutti i cantanti vincono Sanremo, magari qualcuno è felice anche solo nel coro della parrocchia. Il bello è almeno provarci e vivere in autenticità con il proprio sentire».










































