Come era facile immaginare, si è immediatamente scatenato il dibattito pubblico – rapidamente declinato in opinionismo politico – al seguito della pubblicazione, da parte del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, dell’elenco delle aree idonee per il deposito nazionale delle scorie nucleari. Altrettanto scontato è stato il coro di no, proveniente dai territori indicati in questa temutissima “lista di proscrizione”, che in realtà dovrebbe essere accolta come una sorta di lotteria, se non fosse che in un paese come l’Italia quelle che altrove sarebbero vissute come opportunità diventano giocoforza gatte da pelare, un po’ per innato pregiudizio sulla modernizzazione, un po’ per legittima memoria delle storiche incongruenze e delle ferite inferte all’etica pubblica della nostra comunità nazionale. Insomma, sempre tutti pronti a dire NO!, un contrapporsi che ha una sua ragione, se non fosse che si parte, solitamente, da presupposti sbagliati.

Propongo, dunque, la mia personale lettura su questa annosa questione che forse si avvia a una soluzione, nel paese delle soluzioni mancate e delle decisioni sospese.
Sono assolutamente favorevole alla costruzione, in Basilicata (così come in un eventuale altro sito, anche limitrofo), del suddetto deposito nazionale. E lo sono per le seguenti ragioni:
- perché vi è la necessità di mettere in sicurezza, una volta per tutte, le rimanenze della dismessa produzione energetica nucleare (disseminate sul territorio nazionale – anche in Basilicata – in condizioni di minore sicurezza di quella che garantirebbe il nuovo sito di stoccaggio);
- perché anche se non abbiamo – fortunatamente – più impianti di produzione energetica nucleare, continuiamo ad avere bisogno di attività tecnologiche cruciali, in campo medico e industriale, che producono rifiuti radioattivi a bassa e media attività, e che vanno inevitabilmente smaltiti;
- perché insieme al deposito nazionale verrà realizzato anche un centro di ricerca internazionale (cd. “parco tecnologico”), per attività di ricerca e sviluppo nel campo energetico, della gestione dei rifiuti e della sostenibilità, che creerebbe nuovi posti di lavoro, molti dei quali ad alta specializzazione. Niente male per un territorio afflitto da un grave problema di spopolamento.
Mi suonano perciò un po’ stonate le scontate e immediate levate di scudi a cui si assiste da ieri, nel momento in cui è stata pubblicata la short-list dei luoghi papabili, anche perché mi sorprende sempre come, in Basilicata, questo tema – ben diverso nel modo in cui venne proposto venti anni fa, quando giustamente ci si mobilitò contro una decisione frettolosa e arbitraria – smuova le coscienze molto di più di quanto siano in grado di fare certe emergenze ambientali, altrettanto pericolose per la salute pubblica, forse ancor di più data la loro contingenza, e sui cui non si discute mai. Pensate a talune discariche disseminate sul territorio lucano, o a siti produttivi dismessi e non bonificati, che sono bombe ecologiche con chissà quali effetti sulla salute pubblica.

Semmai, la questione da porsi è un’altra, e non è poi diversa da quella con cui la pubblica coscienza civile è costretta a fare i conti, da sempre: in un paese come il nostro, lo Stato è davvero in grado di assicurare che nel deposito nazionale finiscano solamente quelle tipologie di rifiuto radioattivo che sono indicate nel programma nazionale di smaltimento? Possiamo realmente fidarci, e di conseguenza, stare tranquilli?
È questo che, come al solito, deve renderci diffidenti, non il timore preventivo per le ineludibili complicazioni che accompagnano la via del progresso.
«Il movimento dell’umanità, prodotto da una quantità innumerevole di volontà umane, si compie senza interruzione» (Lev Tolstoj, Guerra e Pace)








































