#TellMeRock, 10 aprile 1991: I Massive Attack di Blue Lines e quella spinta futurista chiamata Trip hop

EDITORIALE – Avrete sentito parlare sicuramente dei cartoncini Bristol. I ritagli di carta disponibili in vari colori, prodotti appunto a Bristol ed utilizzati in tutto il mondo dagli amanti del decoupage che rimandano anche a ricordi scolastici. La città però non è famosa soltanto per i suoi cartoncini colorati da assemblare sugli oggetti che più ci aggradano. La sua storia è fatta anche di mercato degli schiavi – e questo non costituisce certo un motivo di vanto – traffico che, per fortuna, risale al diciassettesimo secolo. Il carattere multirazziale della città attuale è buon testimone di quel triste passato.

Quando Robert “3D” Del NajaGrant “Daddy G” Marshall ed Andrew “Mushroom” Vowles (gli ultimi due, di colore) decisero – verso la fine degli anni ottanta a Bristol – di dar vita ai The wild Bunch, quei ritagli di cartoncino colorato caldi e materici, fatti apposta per fantasiosi e variopinti assemblaggi, si smaterializzarono per ricomporsi magicamente in qualcosa di astratto, etereo, dannatamente musicale. Il trip-hop bristoliano nasce proprio dall’incontro di questi colori – della pelle e del cartone presente nei cromosomi – e si ritaglia subito un posto d’onore fra le avanguardie del pop-rock di quel periodo. Col nome di Massive Attack, il 10 aprile del 1991, i tre pubblicano il loro primo disco: Blue Lines, vero manifesto del Trip-Hop.

Chi vi scrive ebbe l’onore di vederli dal vivo in un Rock in Roma del 2006, (ho ancora la maglietta di quel live). Ci andai da perfetto sconosciuto del genere, e ne uscii estasiato. Il Trip hop deriva dal movimento hip-hop newyorchese, commistione di musica nera e latina che esige gli spazi aperti – le strade metropolitane in particolare – per esprimersi al massimo. Tanto ritmo e tanto sudore che – nella sua magnifica deriva bristoliana – si attenuano fino a toccare note cavernose ed improbabili.

Ecco dunque l’hip trasformarsi in trip: la ballad psichedelica (One love), il ricorso al lo-fi (tecnica d’invecchiamento delle sonorità che trova uno splendido esempio nell’intro di Lately), rapping appena sussurrato (perfetto sotto questo punto di vista il brano che dà il titolo all’album), il funky-soul retro “aggiustato” con lo scratching (Be Thankful For What You’ve Got), il reggae rallentato e cupo (Five Man Army). Tutti questi stilemi musicali – presenti solo allo stato embrionale in Blue Lines – verranno poi sviluppati nelle opere successive.

Mezzanine del 1998, in particolare, sarà un vero e proprio caleidoscopio del trip-hop e, probabilmente, anche il suo canto del cigno. Blue Lines, dunque, s’impone all’attenzione mondiale come opera davvero innovativa (per i motivi appena citati) ma anche – se non soprattutto – per la magia degli arrangiamenti, la qualità delle voci e le ammalianti melodie. Unfinished Sympathy, carica di eco ed imperniata su un loop infinito di synth, è interpretata magistralmente da Shara Nelson e finisce per essere addirittura una hit.

L’introduttiva Safe from Harm, in cui il basso la fa da padrone in un giro carico di promesse funk mantenute fino alla fine del pezzo, è anch’esso cantato dalla Nelson.

Tutto l’album, comunque, non perde mai quota. Perfino la conclusiva Hymn Of The Big Wheel, forse fra tutti il brano meno riuscito, riesce a dare nuovo colore e linfa alla musica Gospel.

La cosa particolare è che i Massive Attack inventano un genere prima ancora che si trovi un’etichetta per definirlo. Loro all’inizio, in mancanza di meglio e considerando la sua radice nel soul americano e il rocksteady/reggae jamaicano la chiamano ’minimalist lover’s hip-hop’. Il termine trip-hop, ovvero un hip-hop rinforzato, come gli aperitivi, melodicamente arricchito, verrà coniato solo nel 1974. Ma per almeno un lustro e anche più lo si sentirà ovunque. Spesso nella versione sbiancata e patinata del chill-out o della ambient lounge, quella che sarcasticamente viene definita ’musica per le lobby degli hotel stilosi’. 

Gli originatori, ovviamente, erano altra cosa: qui il progetto, più spontaneo che studiato, era quello di abbattere le barriere, di rappresentare le inquietudini di un secolo che si stava chiudendo. I dischi successivi, rari – e in alcuni casi, come “Mezzanine”, altri capolavori – ci accompagneranno verso il nostro futuro/presente che si fa di anno in anno più incongruente e complesso e claustrofobico.

In fondo, i social nel 1991 non c’erano, internet nemmeno: se vedete gli spettacoli dei Massive degli ultimi anni, ormai solo Robert Del Naja e Daddy G a mantenere vivo il nucleo e a inscenare consapevolezza sociale e politica, sono la rappresentazione di quello che è realisticamente la nostra Matrix. Tricky, che ha defezionato dopo il secondo “Protection”, è andato in una direzione che ancor più rappresenta il lato oscuro del collettivo iniziale.

E “Blue Lines” è un anticipatore che è perfettamente attuale ancora ora.