#TellMeRock, 12 Agosto 1970: Joe Cocker reinventa i Beatles,Cohen e gli Stones: la magia di Mad Dogs & Englishman

EDITORIALE – Capita molto di rado che una cover di un brano diventi più famosa dell’originale e che tutti tendano a legare la canzone a chi l’ha riletta e non a chi l’ha scritta.

E’ il caso di With a Little Help from My Friends, scritta nel 1967 dalla coppia Lennon – McCartney per l’album Sgt Pepper’s ma immortalata da Joe Cocker nel 1968 in una versione allucinata e sensibilmente allungata.

E’ questo anche uno dei rarissimi casi di brano scritto veramente a due mani da John e Paul per la voce di Ringo Starr, che però s’impuntò per cambiare il secondo verso. La canzone diceva infatti: “Cosa faresti se stonassi? Mi tireresti addosso pomodori marci?” Ringo temeva che i fan dei Beatles lo facessero davvero, abituati a prendere tutto alla lettera.

Quando Joe Cocker destrutturò e poi rimontò With a Little Help from My Friends, i Beatles gli mandarono un telegramma di congratulazioni e pubblicarono anche un ringraziamento pubblico su una rivista musicale. Alla chitarra c’era un certo Jimmy Page dei Led Zeppelin e alla batteria B.J. Wilson dei Procol Harum, con l’aggiunta di un coro gospel. Memorabile l’esecuzione a Woodstock.

Negli anni bui, questa era l’ossessione e la dannazione di Joe Cocker. Distrutto da alcol e droghe, con poca voce e lucidità, a ogni concerto temeva di non essere in grado di reggere il ruggito finale.

Volendo proprio scegliere la versione migliore di questo capolavoro, dal 2005 c’è un’ulteriore alternativa, visto che, contrariamente alla prima e storica stampa, la deluxe edition del live dal titolo Mad Dogs & Englishman, pubblicato il 12 agosto 1970 evalbum che definire monumentale è riduttivo, presenta la versione forse più carica, bella e la più espansa con i suoi quasi nove minuti.

Per qualunque lettura possiate optare, la sua trasformazione in spiritual nerissimo da parte di un Joe Cocker che per un fugace istante fu il migliore soulman in circolazione a dispetto del colore della pelle, non manca mai di toccare nel profondo.

Partita da un vertice assoluto, la carriera dell’artista di Sheffield non poteva, dopo essere rimasta miracolosamente in piano fino al tour che fruttò questo doppio, prendere una piega altalenante ma per lo più ascendente.

Nei primi mesi del 1970, fare concerti in giro per il mondo era l’ultimo dei pensieri di Joe Cocker. Dopo due anni intensi di vita on the road, il cantante di Sheffield era intenzionato a staccare la spina per un po’ di tempo, ritirandosi in Jamaica a riposare, divertirsi e meditare sulla direzione musicale da intraprendere in futuro.

La vacanza però durò poco, infatti fu richiamato al lavoro dal suo produttore e mentore Danny Cordell, in quanto era già stato programmato un tour negli Stati Uniti e, se si fosse rifiutato di parteciparvi, sarebbe andato incontro a gravosi problemi con la casa discografica (in poche parole, non avrebbe mai più fatto una tournee americana).

Preso atto di ciò, Cocker prese il primo volo per Los Angeles dove contattò l’amico e musicista Leon Russel, che aveva già partecipato alle registrazioni del suo album precedente alcuni mesi prima, pregandolo di dargli una mano a formare una nuova band con la quale iniziare i concerti (infatti Cocker alcuni mesi prima aveva sciolto la sua precedente band, la “Grease Band”). Russel, entusiasta all’idea, contattò subito vari musicisti e nel giro di pochi giorni mise insieme un gruppo eccezionale, con addirittura tre batteristi quali Jim Keltner, Chuck Blackwell e Jim Gordon (ottimo batterista, già con Delaney & Bonnie, poi Dominos con Clapton, Traffic ecc, fino a quando a metà anni ’80 uccise la madre che secondo lui “attirava presenze maligne” e fu arrestato), una sezione di fiati composta da Bobby Keys (migliore amico di Keith Richards e sassofonista quasi ufficiale degli Stones) e Jim Price, ed un folto gruppo di coristi, lo “Space Choir”, tra i quali Claudia Lennear e Rita Coolidge, la quale ebbe una breve relazione con lo stesso Cocker e fu chiamata “Delta Lady” (infatti l’omonima canzone è dedicata a lei). A completare la formazione Carl Radle al basso (anche lui Delaney & Bonnie e poi con Clapton), Chris Stainton al piano e Don Preston alle chitarre.

A causa degli impegni incombenti, il gruppo enorme di musicisti, denominati “Mad Dogs & Englishmen” da una canzone del commediografo e attore inglese Noel Coward, si trovarono a provare la scaletta in fretta e furia; quattro giorni di prove intense, dodici ore al giorno, nei quali registrarono anche il singolo “The Letter/Space Captain”, disco di grande successo commerciale. I concerti iniziarono a Detroit, dove furono accolti in maniera entusiasta dal pubblico americano, che apprezzava molto lo spettacolo della band, intenso e coinvolgente come non mai. Le registrazioni di questo live/film furono prese dalle date del 27 e 28 marzo al Fillmore East di New York, storico locale della città, teatro di grandi eventi musicali quali i concerti dei più grandi di sempre, dagli Allman a Jimi Hendrix.

Il repertorio era basato su cover di grandi classici rock, soul e R’n B, ma quasi completamente modificati negli arrangiamenti e nell’interpretazione dalla band, in alcuni casi addirittura rivitalizzati; basti pensare all’ ottima “Honky Tonk Women” degli Stones, che prese nuova vita con un arrangiamento R’nB eccezionale, o la celeberrima “She Came In Thru The Bathroom Window”, canzone presente nel “Sergente Pepper” dei Beatles, che fu migliorata dal lavoro dei musicisti, diventando una delle canzoni più amate dai fan del cantante inglese.

Da sottolineare la meravigliosa versione di “Bird On a Wire” di Leonard Cohen; inizia con un’ ottima introduzione soul di Russel al pianoforte, una delicata e sognante ballata dove la voce roca ma allo stesso tempo dolce di Cocker risulta sussurata all’inizio, per poi esplodere nel ritornello, sostenuta egregiamente dallo “Space Choir“.

Una canzone da brividi, come la successiva “Cry Me a River”, tradizionale brano gospel riarrangiato dal gruppo, o l’energica e divertente ” Feelin’ Allright”, cavallo di battaglia di tutta una carriera.

 A dare un po’ di riposo a Cocker, “Superstar”, interpretata dalla grande voce di Rita Coolidge, e due brani composti e cantati dallo stesso Leon, quali “Hummingbird” e “Dixie Lullaby”.

 Toccante il “Blue Medley” composto dai brani soul “I’ll Drown My Own Tears”, “When Something Is Wrong With My Baby” e “I’ve Been Loving You Too Long” di Otis Redding, dove Cocker sembra toccare con la sua voce il cielo.

Il tour proseguì con grande successo, ma ben presto droga, alcol e personalità molto forti e diverse minarono la serenità della band e l’ultima data a San Bernardino fu quasi come una liberazione dal “mostro” (come definito da Cocker) che si era creato.

Stanco, sfiduciato e demoralizzato dalla piega degli eventi, Cocker ci mise almeno un paio d’anni a riprendersi dallo stato di depressione che lo aveva stretto come una morsa; i concerti furono un trionfo, ma pagato a caro prezzo. Il live fu pubblicato ad agosto, arrivando al numero 2 negli Usa, un grande risultato, un grande spettacolo, forse l’apice del successo per il cantante inglese.