#TellMeRock, 12 aprile 2011: il ritorno al passato dei Foo Fighters e la pesante nostalgia di Wasting Light

EDITORIALE – C’è un momento nella vita in cui per andare avanti bisogna sapere rivolgersi al passato e ritrovare le proprie radici , quei luoghi da cui veniamo e che hanno forgiato il chi siamo diventati oggi. 

Wasting Light è sicuramente questo: il manifesto della personalità di Dave Grohl, le luci e le ombre che gli hanno dato la profondità musicale ed artistica che tutti conosciamo. Il settimo disco in studio dei Foo Fighters, pubblicato il 12 aprile del 2011, è un ritorno alle origini, si capisce cosi il perchè Dave e compagni abbiano deciso di abbandonare il Prootool e la registrazione digitale per per riaffidarsi al caro, vecchio analogico. Senza l’ausilio di computer e software e senza la possibilità di correggere digitalmente gli errori, l’album non suona perfetto ma grezzo, ruvido e per questo piu’ credibile e coerente con gli intenti di creare  “the heaviest album yet”, il loro disco più pesante di sempre.

Il gruppo ha scelto non a caso di riavvicinarsi al proprio passato storico attraverso l’arruolamento di un cast d’ eccezione, tra amici che ritornano e vecchie collaborazioni che si rispolverano. Alla produzione infatti si è riconfermato Butch Vig, già in cabina di regia per il mitico Nevermind dei Nirvana, ed è rientrato nella formazione anche il chitarrista Pat Smear che, insieme a Krist Novoselic, ha contribuito a ricreare il sound vincente dei primi anni. Il consueto rimescolamento degli stereotipi armonici nirvaniani è accompagnato da un sound più robusto del solito. Il nuovo assetto a tre chitarre costruisce un muro di suono piu’ compatto e potente e nel complesso è un disco carico e pompato che vive di quella spontaneità garage e dell’entusiasmo delle frequenti iniezioni di metal anni 80.

Riff stridenti che ricordano vagamente Bleach dei Nirvana per l’intro Bridge Burning, che parte invece subito dopo puntellato da stacchi al fulmicotone in pieno stile Queen of the Stone Age e con un Dave Grohl alla voce tutt’altro che usuale. Timbrica growl alternata a quella melodico-graffiante per l’intero brano che risulta nel complesso decisamente grintoso e potente nel lanciare il suo messaggio di protesta e di rivincita “ Comes the king of second chances/ Now throw him in the flame…Gathering the ashes (Your bridges are burning down)Everything thrown away (They’re all coming down) “ (Arriva il re delle seconde opportunità / Ora gettalo nelle fiamme… Raccogli le fiamme (I tuoi ponti sono rasi al suolo dalle fiamme) Tutto è stato buttato via”. Tutto per dire che il treno delle occasioni passa una volta e ogni altro tuo viaggio o costruzione mentale è destinata al fallimento…it’s all coming around.

La successiva Rope continua il tema della “redenzione” (che si insinua in realtà un po’ in tutti i pezzi) ma qui si nasconde dietro a un’implicita richiesta di aiuto“ Give me some rope I’m coming loose,I’m hanging on you”. Scelta come primo singolo del disco, è un pezzo che rallenta un po’ il ritmo animato dell’intro, peraltro senza alcuna soluzione cervellotica, ma con una serie di contro tempi ben architettati e sempre quell’innato gusto per la melodia. Nel complesso un rock leggero e scorrevole, come pochi in questo tirato album.

Maestosità per Dear Rosemary che vede la collaborazione con Bob Mould che conferisce un delizioso accento sul lirismo un po’ più ricercato rispetto a quello più crudo del resto del disco. Nella sostanza siamo di fronte a una rock ballad dove si decanta l’amore per la propria metà, nonostante i dark sides dell’anima gemella “Rosemary you’re part of me/Truth ain’t gonna change the way you lie/Youth ain’t change the way you die” / Rosemary sei parte di me/ La verità non cambierà il modo in cui tu menti/ La giovinezza non cambierà il modo in cui morirai”. Il beat è rallentato, la voce di Dave un po tremolante ricrea quell’effetto di fragilità e passione, il tutto sempre per riportarci a quelle Wasting Lights: accettare chi amiamo come è, come non come vorremo che fosse.

Nel caso aveste trovato un po’ troppo smielata la terza traccia, Grohl e compagni vi rinfrescheranno l’anima con la successiva White Limo che quasi (quasi!) rasenta una cavalcata trash di metà anni 80′, e vi lascerà di stucco. Ritmi veloci cambi di direzione armonici, timbrica growl del tutto inusuale per il frontman , chitarre granitiche: insomma un vero tripudio di energia nervosa che renderà quasi irriconoscibili i Foo di One, e vi suonerà più QOTSA. Del resto era intenzione della band mettersi alla prova nel registrare un disco più duro e ruvido di tutti i predecessori e direi che tale obiettivo è stato decisamente raggiunto, oltre che quello di rifare i conti con il proprio passato. L’approccio analogico e nostalgico venne utilizzato anche per la realizzazione del video del singolo White Limo, secondo singolo estratto dall’album. Per il videoclip Dave Grohl scelse di registrare tutto su cassetta cercando di emulare lo stile raffazzonato e artigianale delle prime clip trasmesse da MTV negli anni ’80. All’interno di questo ormai storico video cui compare come protagonista il grande Lemmy dei Motörhead nella parte di un driver.

In realtà il grande Lemmy non prese mai la patente nella sua vita né fu in grado di guidare un’automobile. Per la registrazione delle sequenze in cui la limousine bianca si muove per le strade della periferia di Los Angeles venne utilizzato uno “stuntman”. In realtà la sequenza non richiedeva alcuna particolare dote fisica e, su suggerimento del compianto batterista Taylor Hawkins, venne chiamato come controfigura di Lemmy Wiley Hodgden, bassista e cantante del progetto parallelo di Hawkins chiamato The Birds of Satan.

Il cameo di Lemmy non è l’unico contenuto all’interno di White Limo. Forse non tutti lo sanno, ma la ragazza che balla davanti alla band, ammicca alla telecamera e sale in macchina con il leader dei Motörhead è Jordyn Blum, moglie di Dave Grohl.

La composizione del disco è sempre sintonizzato con lo stesso leitmotiv: agire! “Hey you got something/You wanna try and buy our soul Hey you got something/Go!Go!You’re never having to waste your lung! (Hey tu hai qualcosa, Vuoi provare a comprare la tua anima/Hey tu hai qualcosa/ Vai Vai! Non devi mai sprecare tempo!) Quello screaming finale è decisamente liberatorio. Uno dei pezzi migliori del lotto!

Si raffreddano un po’ gli animi quando si ascolta la successiva Arlandria che, partendo con quel riff iniziale piuttosto accattivante, incentra tutto il movimento solo nel refrain dove Dave giostra bene cambi vocali rauchi ad altri quasi sussurrati. Infondo il punto forte dei FF è questo: mixare un rock radiofonico che pero’ non scade mai troppo nel banale, e questo né è il pezzo esemplare.

Altro inizio particolare per These Days che parte con un arpeggio semplice di chitarra tenuto assieme da quel “One of these days the ground will drop out from beneath your feet” sussurato in calma apparente. Il brano si snoda fluido e la struttura è quella classica di molti pezzi rock che strizzano l’occhio al pop: Strofa/ Ritornello/Strofa/Ritornello/Bridge/Ritornello. Forse la sua forza sta proprio nella sua immediata riconoscibilità e per un testo ancora una volta impegnato ma pensato per la rima facile.

Non arriverete stanchi a metà del disco quando ascolterete Back & Forth, che in seguito darà il titolo anche ad un “rock documentario” che racconta la storia del gruppo dalle origini. Inizialmente un po’ sostenuta e trattenuta nelle ritmiche e nel riffing, la canzone riesce a scrollarsi un po’ la monotonia solo con l’arrivo del ritornello.

A Matter of Time sono invece 4 minuti di un rock-pop un po’ sciatto e direi anche quasi monolitico a livello armonico. Certo la prova vocale di Grohl è sempre ottima e teatrale al punto giusto, ma non basta per dire che il pezzo è convincente. L’unica considerazione che mi viene da fare è che la tematica del tempo che scorre è decisamente cara al frontman americano che la semina un po’ in ogni suo testo (qui in Rope, These Days, Walk) ma penso anche a pezzi precedenti come Everlong, Times like These, ecc ecc. Credo che il messaggio sia sempre lo stesso: la vita è breve e bisogna viverla al massimo delle proprie possibilità.

Senza troppo divagare ci si tuffa poi nell’avvallamento inquietante di Miss the Miseryche finalmente si riallaccia all’energia della prima metà del disco. Il sound è più pesante, il groove della batteria vortica in stile QOTSA di Hawkins e i cori pre refrain sono decisamente azzeccati. Si aggiunge qualche distorto della chitarra a spruzzare un po’ di cupezza e il risultato nell’insieme è davvero interessante e foriero del titolo del disco: Don’t change your mind You’re wasting light (Non cambiare testa, sei una luce sprecata). Ecco spiegato anche quell’artwork nero con i volti della band frazionati dalla luce: la luce puo’ cambiare e anche i colori ma non per questo tu sarai diverso, sarai diverso se saprai cogliere la luce giusta e non “sprecarla”.

Ma andiamo a I Should Have Known. Il caro Dave ha reclutato suo ex-componente dei Nirvana, Novoselic, per le linee di basso della canzone. Aggiungi anche il suono del mellotron che fa tanto malinconia e gli immancabili archi ad hoc per la situazione, e l’effetto nostalgia-tendenza alla depressione è servito: come si fa a non pensare a Kurt Cobain ascoltandola? Probabilmente Grohl, artisticamente parlando, sta ancora pagando un tributo al suo amico ed eroe Cobain e lo si sente nei versi “I should have known that it would end this way/I should have known there was no other way/Didn’t hear your warning/Damn my heart gone there” (Avrei dovuto saperlo che sarebbe finita in questo modo /Avrei dovuto saperlo che non c’era nessun altro modo/Non ho sentito il tuo avvertimento/ Dannazione, il mio cuore è andato li ). Ho trovato alcune frasi nel pezzo che mi hanno ricordato il brano Heart shaped box dei Nirvana, e (magari azzardo) mi è sembrato un dialogo di risposta a quel “ I’ll be forevere in debt for your priceless device” quando Dave ribatte con “No I cannot forgive you yet/To leave my heart in debt”. Comunque il pathos è tra i più struggenti mai scritti dai Foo Fighters.

Il disco si chiude con Walk un inno alla voglia di immortalità che tuttavia non sfocia nel delirio di onnipotenza da rockstar, patologia molto diffusa nel music business, ma non propria di Dave Grohl che anzi ci scherza di continuo.

Un Rock nostalgico, che tocca punte grunge che strizzano l’occhio a rivendicazioni anni ’90. Sono i Foo Fighters carichi e sensibili che non si accontentano di fare rumore a vuoto, ma che mettono significato e anima in ogni brano o nota. Con Wasting Light il gruppo riscopre le proprie radici, abbandonando un po’ i ritornelli da stadio per far spazio a pezzi un po’ più’ hard che strizzano decisamente meno l’occhio al pop rispetto a dischi precedenti. L’intento di far respirare un disco in frangenti ruvido come la carta vetrata è riuscito (si pensi ancora a White Limo!