#TellMeRock, 12 Settembre 1975: L’elogio della follia di Wish you were here, il diario dello smarrimento Floydiano

EDITORIALE – Wish You Were Here dei Pink Floyd, l’elogio della follia, lo smarrimento e “l’apparizione” di Syd Barrett, immortale “Diamante Pazzo”

L’assenza, il rammarico e la denuncia verso una società che corre troppo veloce, dimenticandosi di chi magari non riesce a tenere il passo, oltre a un mercato discografico ormai in declino di moralità e intraprendenza. “Wish you were here”, nono album in studio dei Pink Floyd, riassume tutto questo, in un vortice di malinconia e crisi identitarie che iniziarono ad attanagliare soprattutto il bassista Roger Waters.

I primi mesi del 1975 per i Pink Floyd sono mesi di sperimentazione, recuperando materiale raccolto e registrato durante le loro esibizioni in tutta Europa. Il gruppo inglese si ritrova ogni giorno presso gli studi di Abbey Road a Londra e, oltre a scrivere e suonare, l’argomento fisso di ogni dialogo è Syd Barrett, l’ex cantante e fondatore del gruppo ormai perso nella sua follia e nel suo misticismo, che gli causò l’allontanamento dalla band. Le sessioni iniziali furono un processo difficile e faticoso, finchè Waters decise di dividere la suite di Shine on you crazy diamond in due parti, per poi unire ogni metà con tre nuove composizioni.

Il celebre brano, che nelle intenzioni di Waters doveva raccontare la follia che aveva dilaniato Syd Barrett, verso cui tutti nutrivano un forte senso di colpa, portò alla luce una consapevolezza: con lui non era più possibile andare avanti, ma senza di lui era tutto più difficile. Inoltre erano consapevoli che quello che avevano ottenuto lo dovevano in gran parte a lui.

I Floyd scrissero quindi questa composizione epica in nove parti, dedicata al loro “diamante pazzo”. In studio accadde l’incredibile.

Il 5 giugno del 1975, alla vigilia del secondo tour americano, durante il missaggio finale proprio di Shine on you Crazy Diamond e prima del party voluto da Waters per festeggiare il matrimonio con Ginger, entrò in studio un uomo obeso, con le sopracciglia rasate (particolare che Waters farà poi suo nel film The Wall depilando Pink-Geldof), impermeabile e scarpe bianche e un sacchetto di plastica in mano. Dal taschino dell’impermeabile spuntava uno spazzolino da denti. Quando, dopo un po’ di tempo, riconobbero Syd Barrett, i vecchi amici scoppiarono a piangere. Barrett partecipò anche alla festa di Waters, ma non disse praticamente nulla. Solo una volta, quando gli chiesero perché continuasse a pulirsi i denti con lo spazzolino, disse che “a casa aveva un frigo gigante pieno di carne di maiale”.

Wish you were here è “l’elogio della follia” dei Pink Floyd, parafrasando Erasmo da Rotterdam, un album che evoca un sentimento forte di unione nel momento in cui, la fraternità tra i membri della band, che si era fatta sentire in precedenza, era venuta a mancare.

Ci sono due storie e due destinatari per “Wish you were here”, che ancora oggi a 48 anni esatti di distanza resta una delle canzoni più celebrate dei Floyd.

La prima storia riguarda il primo destinatario, quel Syd Barrett, perso nel suo mondo e nella sua follia come suddetto, incapace di distinguere, come racconta il testo, “il paradiso dall’inferno, i cieli azzurri dal dolore, un sorriso da un velo, un prato verde da un freddo binario d’acciaio”. 

La seconda riguarda il secondo destinatario, che è anche l’autore della canzone, cioè quel Roger Waters che fu il primo a rendersi conto che qualcosa dentro di lui si stava rompendo, che non era più la persona sensibile , romantica e idealista, allevato da una madre impegnata nel sociale, ma una rockstar fredda e insofferente, così spietata da non esitare ad allontanare dalla band un amico fraterno (Barrett appunto). Quindi il testo di Wish you were here è indirizzato da Roger Waters contemporaneamente a Syd Barrett e a se stesso. Waters lo costruì, adattandolo da una sua poesia, attorno a un riff che David Gilmour aveva inventato alla chitarra acustica, mentre si trovava a casa sua.

L’inconfondibile introduzione – la celeberrima Radio Sequence – come veniva chiamata dalla band in studio, fu registrata nel 1975 puntando un microfono verso l’altoparlante dello stereo della macchina di Gilmour. Tra i frammenti che si captano nel cambio di frequenze, c’è anche la voce di uno speaker radiofonico e qualche secondo della IV sinfonia di Tchaikovsky.

Ultima curiosità, i Floyd la eseguirono live nel tour del 1977, ma poi, incredibilmente, non fu più eseguita dal vivo per dieci anni. Fu ripresa nel 1987 e, da allora, mai più abbandonata.

Il sentimento nostalgico e il diario dello smarrimento di uno dei pilastri della band, quel Waters in conflitto con il mondo che si stava preparando alla guerra di The Wall, ma che non risparmia neppure il mondo discografico. Have a Cigar riflette una forte critica all’ipocrisia e all’avidità all’interno del mondo dell’industria musicale. Viene infatti descritto un discografico che, sigaro in bocca, promette successo e ricchezza, imponendo al gruppo la realizzazione di un album e del successivo tour.

È in realtà la descrizione dell’esperienza avuta dai Pink Floyd al momento della conclusione del primo contratto discografico con la EMI. Il pezzo non ha un finale vero e proprio: all’improvviso il suono si riduce ad un volume bassissimo e con scarsa qualità audio, e riprodotto dando l’impressione di venire trasmesso da una radio mono.

A questo punto si percepisce il rumore di una persona che entra in una stanza, che cambia la sintonizzazione della radio: è qui che inizia Wish You Were Here. Altra curiosità, nella registrazione originale, la canzone non è cantata da un membro della band, bensì dal cantautore britannico Roy Harper.

Tema simile incentrato sempre sulla critica al mondo dell’industria musicale, ed in generale alla società industrializzata. “The Machine”, cioè “La Macchina”, è l’industria musicale rappresentata dalle majors discografiche che si nutrono dei talenti dei nuovi cantanti e gruppi per sopravvivere. Il testo di Welcome To the Machine descrive infatti il dialogo che avviene tra un discografico rude e arrogante ed un giovane cantante. È però il manager discografico a decidere il destino del cantante, seguendo esclusivamente il criterio dell’assoluta esigenza di far soldi, vendendo il più possibile a scapito della qualità e della passione. Infine, un’aspra critica è rivolta anche al mondo del giornalismo musicale.

Musicalmente il susseguirsi lento e regolare dei sintetizzatori e la voce quasi “urlata” di Gilmour conferiscono un’atmosfera cupa e al contempo futuristica alla canzone. All’ascolto il brano presenta sfumature tipiche della musica Industrial ed elettronica, la quale in quegli anni stava vedendo la luce con i primi esperimenti musicali, anche ad opera degli stessi Pink Floyd. Da notare, inoltre, la totale assenza della batteria.

Il 12 settembre del 1975 è l’uscita di un album di svolta nel panorama Floydiano, l’unico tra l’altro a raggiungere, negli anni settanta, il primo posto in classifica sia negli Usa che in Gran Bretagna. Curiosa anche la storia della copertina dell’album, La copertina vera e propria dell’album venne invece ispirata dall’idea che le persone tendono a nascondere i propri reali sentimenti, per paura di rimanere “scottati”, e si concretizzò nell’immagine dei due uomini d’affari che si stringono la mano mentre uno di loro ha preso fuoco. Restare scottato o bruciarsi (in originale “getting burned”) era anche un modo di dire di uso comune nell’ambito dell’industria discografica, spesso utilizzato per artisti che avevano ottenuto grossi insuccessi.

Per la foto furono impiegati due stuntmen (Ronnie Rondell & Danny Rogers). La fotografia fu scattata ai Warner Bros Studios di Los Angeles. Inizialmente, quel giorno il vento soffiò nella direzione sbagliata e le fiamme arrivarono fino a lambire il volto di Rondell, bruciandogli i baffi. I due stuntmen cambiarono posizione e la foto venne scattata con successo. Un concept album dalla grande prova stilistica musicale, che riprende in pieno la forte vena eclettica di Gilmour e soci, confermandoli come i pionieri di un nuovo modo di concepire il rock e la musica in generale.

Nel giugno del 2015 Rolling Stone ha collocato l’album alla 4ª posizione dei 50 migliori album progressive di tutti i tempi.

In una intervista successiva, Roger Waters, definì così l’album: “Se prendi LSD quello che provi dipende interamente da chi sei. La nostra musica può precipitarti nell’orrore urlante o gettarti nell’estasi delirante. Più spesso la seconda. Scopriamo che il nostro pubblico adesso smette di ballare. Cerchiamo di averli lì in piedi completamente rapiti, a bocca spalancata…”