#TellMeRock, 13 Ottobre 1998: ‘Without You I’m Nothing’ e la consacrazione dei Placebo

EDITORIALE – I Placebo partirono dal Lussemburgo con uno stile musicale molto variegato, che ha saputo spaziare dal britpop al post-grunge, passando per neo-glam, punk rock e diverse sperimentazioni elettroniche; in particolare, nei primi album uniscono glam rock a forti sonorità punk

Verso la fine degli anni ’90, la band dell’ambiguo e carismatico Brian Molko, scalò le classifiche britanniche, raggiungendo un successo dovuto in parte alle indubbie qualità musicali, in parte alla costruzione di un’immagine se non altro piuttosto originale.

Però quando Without You I’m Nothing vide la luce il 13 ottobre del 1998, il sottoscritto non se lo filò di pezza. Persino la stampa britannica, sempre alla ricerca della “next big thing”, si stancò velocemente della routine Placebo e lasciò che il disco sopravvivesse grazie ai suoi meriti.

Aldilà di quelli che erano i miei ascolti di fine liceo, concentrati perennemente sull’hard rock di inizio anni ’70 e sul funk dei Red Hot, trovai successivamente il tempo di procurarmi il disco e di rendermi conto di ascoltare qualcosa di molto diverso da altre band e dal disco di esordio dei Placebo.

Andata è la maggior parte dell’urgenza del primo disco, andata è una certa idea grezza di canzone, andati sono certi atteggiamenti alla “chissenefrega”.

Al loro posto, cambiato il batterista, ecco una collezione di brani estremamente coesi tra loro, pulitissimi anche quando alzano il ritmo, prodotti molto bene, cantati e suonati altrettanto. Persino la copertina finisce per piacermi, un’immagine che trasmette silenzio, abbandono, solitudine: whitout you I’m really nothingSe l’album d’esordio era una festa senza limiti fatta di sesso e droga, questo è il disco del giorno dopo, quando la testa è sulle giostre e ti rendi lentamente conto dei disastri che hai combinato.

L’attacco di Pure Morning quasi industriale, il ritmo costante a martello, il testo tra il serio e il faceto, donano all’album una presentazione immediatamente riconoscibile, un carattere che in diversi modi si riflette poi lungo tutto l’album: il testo è carico di disillusione, e anche se la musica spinge senza paura, si legge il malessere montante che prenderà spazio nelle tracce successive.

Il disco si eleva quando più guarda verso il basso, quando il ritmo rallenta e ti lascia lo spazio per leggere tra le righe: Ask for Answers già odora di tramonto e abbandono, e non fa altro che introdurre uno dei migliori cinque/sei pezzi della storia della band.

La title track è disperata nella sua impotenza, il lamento di Molko davanti alla fine di una relazione è bidirezionale: le cose vanno male quando ci sei, vanno ancora peggio quando non ci sei (“every time you vent your spleen I seem to lose the power of speech, you’re slipping slowly from my reach, you grow me like an evergreen, you never see the lonely me at all”, per me il disco poteva finire anche qui e sarebbe stato perfetto).

I ritmi si alternano costantemente, ma la sostanza non cambia: che si tratti di odio (The Crawl), sesso (Every You Every Me), tragedie d’amore e droga (My Sweet Prince), ogni traccia è una catarsi verso la liberazione, una purga, il pentimento alla fine della guerra. Alla fine dell’ascolto si esce stremati, rattristati, lambiti da qualche piccolo dolore che non si pensava di avere.Un disco allo stesso tempo tossico e terapeutico, comunque un grande disco.

Placebo sono diventati enormi in posti come Italia e Francia, vendendo milioni di album, trovando l’angolo commerciale della loro musica, senza mai raggiungere il livello espressivo di quest’album che per certi versi può essere visto come il più complesso della band (e quello con il maggior successo nella loro patria adottiva, avendo raggiunto il platino negli UK).

Già oggi è unanime il consenso: questo è stato il loro miglior lavoro, per ottenere un risultato simile avrebbero dovuto continuare nella loro strada verso l’autodistruzione, avrebbero fatto di meglio ma sarebbero durati di meno.

Meglio godere del risultato ottenuto dieci anni fa, pescare le chicche sparse nei lavori successivi, e ringraziare il Lussemburgo per essere stato un posto così deprimente per il signor Molko