#TellMeRock, 14 Agosto 1971: Gli Who e quel capolavoro di Who’s Next

EDITORIALE – No, è inutile che provi a spiegarlo. Nessuno capirebbe. Quello che molti sognano di avere può diventare una maledizione per chi ce l’ha.

E anche questa ragazzina, si è bella come il sole e fuori c’è la luna e appena più in là ci sono le Montagne Rocciose, ma cosa sa di me? Quello che vuole da me è chiaro, ed è anche chiaro quello che non vuole perchè non le interessa: vedere al di là dei miei occhi blu, behind blue eyes.

Pete Townshend è appena rientrato nella sua stanza d’albergo di Denver, Colorado. E’ la notte del 9 giugno 1970. Gli Who hanno terminato il loro concerto e fuori, come sempre, decine di ragazze ad aspettarli, pronte a farsi portare via.

E ce n’era una che sembrava più bella delle altre e forse quello che desiderava di più era diventare una groupie e seguire la band in giro per l’America, sotto altre lune e dietro altre montagne… ma quella sera non era sera.

The Who

Pete aveva la luna di traverso, così scrisse una canzone che partiva da quell’esperienza per raccontare la solitudine di chi ha il potere tra le mani e altro per la testa.

Behind blue eyes, doveva far parte di un progetto cinematografico e teatrale chiamato Lifehouse, ma Townshend non lo portò mai a termine.

Nel 2003 fu ripresa dai Limp Bizkit e poi inserita nella colonna sonora di Gothika, il film di Halle Berry. In quell’occasione fu anche girato il video del brano e nel making of c’è una scena divertente: prima di baciare Fred Durst, l’attrice si mette in bocca dei piccoli spicchi di aglio che poi, durante il bacio, passa in bocca al cantante, che all’inizio non capisce e sembra schifato ma poi ride di gusto.

Questo iconico brano fa parte di un album capisaldo del rock, che di titolo fa Who’s Next, pubblicato il 14 agosto del 1971.

Il disco segue cronologicamente la monumentale opera rock Tommy. A fronte dello straordinario successo ottenuto dal disco, ricordato come una delle pietre miliari della musica rock, Who’s Next fu giudicato severamente dallo stesso Pete Townshend, che lo definì solo un album di compromesso. Il motivo di tale asserzione, che parrebbe altrimenti assurda, va ricercato nel fatto che all’epoca l’artista avrebbe voluto dare vita ad una nuova opera rock dal titolo Lifehouse, che non vide però mai la luce.

La musica composta la ritroviamo così proprio su Who’s Next ed ecco spiegata la poca considerazione del chitarrista. La cover del platter è una delle più note e ritrae i membri del gruppo che hanno appena finito di urinare su un blocco di cemento. L’immagine riporta alla mente il famoso monolite del film 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick ed in effetti il gruppo avrebbe voluto partecipare alla colonna sonora di quel capolavoro della cinematografia mondiale: la cosa non si concretizzò e questo svelerebbe un significato irriverente ed ironico nell’artwork di Who’s Next.

Il gruppo britannico è in uno stato di grazia eccezionale e definire perfetto questo full length è quasi riduttivo. Si parte con l’immensa Baba O’Riley, dedicata al maestro spirituale Meher Baba ed a Terry Riley (il creatore della musica minimale), caratterizzata dall’uso quasi ipnotico e ammaliante del sintetizzatore e da un tema portante a dir poco favoloso, sul quale si staglia una superba prova vocale di Roger Daltrey; si tratta di una delle song migliori mai composte dai The Who nella loro carriera. Da notare che le parti di violino finali furono suonate da Dave Arbus.

Segue Bargain, altro pezzo da novanta, una sorta di semiballata caratterizzata da un coinvolgente riff principale di Townshend, autore anche di un pregevole assolo; superba la prova alla batteria di Keith Moon.

Love Ain’t For Keeping è un breve pezzo acustico del quale si apprezza l’ottimo refrain. My Wife, pezzo di facile presa con cui si chiude il lato A, è l’unica canzone non scritta da Townshend, bensì è stata composta e cantata dal bassista John Entwistle.

Di ben altro spessore The Song Is Over, aperta dal pianoforte del turnista Nicky Hopkins, accompagnato dalla meravigliosa ugola di Daltrey; il brano cresce d’intensità mettendo ancora una volta in mostra un eccellente Keith Moon alla batteria. Il piano di Hopkins è nuovamente protagonista nella dolce Getting In Tune, con Daltrey sempre sugli scudi. La disincantata Going Mobile ha un andamento acustico simpatico e pone ancora in risalto la bravura di Moon; due curiosità: la voce è di Townshend e si tratta di un brano mai eseguito dal vivo dalla band.

Il finale spetta alla lunga e travolgente Won’t Get Fooled Again, dove torna prepotentemente protagonista il sintetizzatore: tutto in questa canzone è perfetto, dal drumming del mai troppo compianto Moon al virtuosismo di Townsend, dalle parti di basso di Entwistle all’urlo rabbioso di Daltrey nel finale. Le liriche sono ispirate generalmente al tema dell’amore, tranne Baba O’Riley (che tratta di problematiche legate al mondo dei giovani) e la politicizzata Won’t Get Fooled Again.

Nel 1995 l’album è stato ristampato su CD con nove tracce in più, tra cui brillano la delicata Pure and Easy (che doveva costituire uno dei punti di forza del progetto Lifehouse) e Baby Don’t You Do It, rifacimento di un pezzo di Marvin Gaye; per i più appassionati, infine, esiste anche una corposa versione deluxe uscita nel 2003.

Who’s Next è un disco innovativo per quei tempi, che ci presenta una band ispiratissima; nove tracce stupende che, a fronte del tempo che passa inesorabile, mantengono ancora una freschezza compositiva inalterata che ci accompagnano in modo superbo da cinquantuno anni.