#TellMeRock, 15 Marzo 1995: i Mad Season di Above, il canto del cigno della Storia grunge

EDITORIALE – Mettete insieme la voce degli Alice In Chains, la chitarra dei Pearl Jam, il basso dei Walkabouts e la batteria degli Screaming Trees. Fate conto che siamo alla metà degli anni ’90, con il grunge a fare da padrone e nuove sperimentazioni smisurate nei testi e nelle armonie.

Non vi basta? Ok, aggiungete a tutto ciò anche i contributi vocali ed enigmatici di Mark Lanegan e avrete una superband dalle potenzialità fortissime.

Nascono così i Mad Season, frutto di una collaborazione tra musicisti provenienti da alcune tra le band più influenti del panorama musicale rock e grunge degli anni novanta: Layne Staley degli Alice in Chains, Mike McCready dei Pearl Jam e Barrett Martin degli Screaming Trees, con l’aggiunta del bassista John Baker Saunders dei The Walkabouts. Inoltre, in alcuni brani, come già annunciato, c’è la collaborazione di Mark Lanegan, cantante degli Screaming Trees, alla voce.

La storia che mi accingo a raccontare nella mia rubrica odierna, parla di un chitarrista ricco, affermato e disilluso, Mike McCready, allora come oggi mirabile solista nei Pearl Jam e di un bassista semi-sconosciuto nativo di ChicagoJohn Philip Saunders. I due si incontrano, del tutto casualmente, in un centro per la riabilitazione di alcolisti e tossicodipendenti a Minneapolis, si fiutano, se la intendono e così, tra una noiosa seduta d’autocoscienza e una terapia di gruppo, inevitabilmente, i nostri si ritirano in privato a suonare e comporre musica; da lì a tirare dentro un vecchio amico che da quella clinica entra ed esce da anni il passo è breve: Layne Staley, il frontman purtroppo eroinomane degli Alice in Chains, non si limita ad intonare le proprie sillogi sulle basi che gli fanno ascoltare ma procura loro anche un batterista, Barrett Martin degli Screaming Trees, la qual cosa, naturalmente, finisce per stuzzicare l’interesse del leader del gruppo di quest’ultimo, Mark Lanegan.

Grazie a un pugno di valorosi nasce dunque l’idea del progetto che verrà chiamato dapprima Drugs Addicts And Alcoholics (coerente con le premesse, non vi pare?), quindi Gacey Bunch ed infine Mad Season. Per un po’ provano e suonano al Crocodile Cafè di Seattle, famoso locale gestito dalla moglie di Peter Buck dei R.e.m., quando la Columbia, avidamente attratta dai nomi eccellenti coinvolti nell’operazione, offre loro un contratto per un disco, intitolato Above, che uscirà il 15 Marzo del 1995.

Già con Wake Up, prima ansia nel corto alveo dell’opera, i quattro “compagni di sbronze” dimostrano come l’ispirazione sia la profilassi più efficace per drenare “l’inquinamento” dai loro cervelli intossicati: echi di Van Morrison e dei Traffic si mescolano a giocose reminescenze di Child inTime (specie nell’uso discreto e avvolgente dell’Hammond), mentre Staley innalza al cielo il primo inno all’amore sacro e maledetto per una dark lady chiamata eroina.

River of Deceit, frutto della venefica linfa ispiratrice del rock anni ’70, è un dolce siero di una ballata le cui cuspidi di disperazione melodica sono arricchite da un inebriante, nostalgico trip acustico abilmente concertato dal jingle-jangle della chitarra di McCready.  È una ballata corrosiva (dell’animo), un echeggiante blues/rock lento e sognante, di una bellezza estremamente rara.

Nella parte centrale, poi, il climax è raggiunto in virtù di un trittico di portenti, in sequenza: I’m AboveArtificial Red e Lifeless Dead. La prima è una specie di efflorescenza del male che segna l’ingresso in scena del livido baritono di Lanegan a fare da controcanto al lavorio acuto e tormentoso della voce di Staley, un “lento” scorbutico e paludoso, melodico al tempo stesso, ricco com’è di richiami a Pearl Jam e Screaming Trees, in cui i deliziosi e minuti ricami di Mc Cready preludono, in mezzo a un crescendo affannoso e stantio, ad un ritornello dinamitardo innescato da uno Staley astioso con la bava alla bocca.

Artificial Red, invece, può essere semplicemente descritta come il primo dei due grandi capolavori impressionisti contenuti nel disco: un episodio di magia nera che rievoca lo spirito sulfureo ed epicureo d’un Muddy Waters o d’un Robert Johnson bilanciando un giro blues da manuale pieno di svisate slide e di riverberi bayou. Un brano rilassante nel suo finto isterismo, incessante e mai sereno. La chitarra di Mike McCready è pizzicata, tocca il cuore, lo sfiora fino a farlo tremare. Un malessere di vita che Layne fa suo e lo sputa a quel mondo, che timidamente e distrattamente, ascolta.

Completa la triade Lifeless Dead con un riff “sabbathiano” (in alcuni punti, assolutamente si sente Snowblind) e un cantato che ci riporta al primo disco degli Alice, narrandoci la lugubre routine d’un amore tossico che si spegne sulla buia soglia che delimita “il confine della notte”.

Dopodichè la a tensione si allenta, le luci si affievoliscono, la campana dell’ultimo giro sovrasta il brusio dell’umanità varia e avariata evocata in I Don’t Know Anything, pezzo struggente ed inquietante, rappresentativa immagine del non-senso della vita, a cominciare dallo stesso titolo. Il rumore di fondo che assedia le tempie scava comunque una nicchia tra le sinapsi intorpidite dove il gruppo può incastonare la seconda, ultima e inestimabile gemma di questo disco: ritmica caraibica baciata dal tinnio d’uno xilofono invisibile, giro di basso morbido e rotondo che sembra scolpito nell’ambra, poesia di ombre sfocate e visi familiari intravisti nel bianco dormiveglia d’un sonno etilico.

Lanegan e Staley che scambiano un ultimo brindisi rimboccandosi il bicchiere a vicenda, tutto questo è Long Gone Day. La tregua è meritata e dopotutto un’altro giorno è alle spalle. È l’apice compositivo/morale/visivo del gruppo. Impossibile da descrivere in poche righe, un pezzo disarmante e commovente, da togliere l’ormai affannoso respiro. Un duetto da brividi con Mark Lanegan, una sensazione di calore sonoro che ci contorna, ci prende e ci trascina lontano: un aria eterea e drammatica contorna il maliconconico sapore d’addio di Layne che, in cuor suo, aveva gia deciso di cosa fare della propria esistenza.

Resta giusto il tempo di ascoltare il tour de force di Mc Cready in November Hotel, un bruciante bolero per chitarra acustica, forse un po’ slegato dal resto dell’album, che lascia all’effimera All Alone il compito di rompere la quadriglia ponendo così fine all’agro baccanale.

Rimasto orfano di un vero seguito e soprattutto di tre delle sue anme (Staley, Saunders e ora anche Mark Lanegan)Above è meno celebrato di altri dischi del suo tempo –  un tempo da cui pure si distaccava guardando allo stesso tempo indietro e altrove – ma è a suo modo altrettanto emblematico e “classico” degli altri grandi album che hanno avuto per protagonisti i suoi artetifici.

Above è il canto del cigno di una generazione e, più specificatamente, di un uomo contemporaneamente vittima e carnefice del suo mal di vivere; di un anti-eroe dei nostri tempi che, come Mersault, si sentiva sempre più straniero in terra propria. Ma, a volte, ci sono cadute che si trascinano in pozzi troppo profondi, senza ritorno, e che non lasciano scampo ad alcuna forma di redenzione. Cadute che, però, restano vive nella nostra memoria, quale testimonianza indelebile di quel breve passaggio e nel riflesso di quella lunga scia luminosa.

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