#TellMeRock, 15 Ottobre 1973: Quel capolavoro Prog di Selling England By the Pound e la nascita del mito Genesis

EDITORIALE – Quello che viene considerato dalla maggior parte degli appassionati il miglior disco dei Genesis, è composto da otto brani.

Ci sono pochi dischi che possono essere considerati iconici come Selling England By the Pound. Sia per il movimento progressive degli anni 70 (ammesso che di movimento si potesse parlare al di fuori dell’Italia), che per la musica in generale. Inizialmente snobbati in patria e resi famosi dall’interesse di ritorno causato proprio dall’onda provocata dal nostro Paese, i Genesis composero un lavoro destinato a restare nella memoria non solo dei progsters più incalliti per gli anni a venire, ma anche in quella di una gran massa di persone che ascoltavano ed ascoltano musica molto diversa. E non necessariamente sempre di qualità elevata.

Uscito il 15 ottobre del 1973, vale a dire nel periodo complessivamente più interessante per ciò che riguarda il prog rock e prodotti da John Burns, i cinquatatre minuti e quarantuno secondi che compongono l’opera costituiscono uno dei capisaldi assoluti della musica moderna. Sia dal punto di vista compositivo, risultando perfettamente in equilibrio tra il prog più puro delle precedenti prove in studio (Nursery Crime Foxtrot) e l’anima leggermente più pop che si sarebbe delineata meglio -o peggio, a seconda dei punti di vista- nelle ultime esperienze della band sotto la guida unica di Phil Collins e rintracciabile nel singolo I Know What You Like. Sia ben chiaro, comunque, che qui si parla di pop in senso lato, così come veniva considerato all’epoca e non certo nell’accezione moderna. Inoltre, un lavoro importante è riscontrabile anche nei testi densi di riferimenti alla storia Inglese e nei giochi di parole che pochi sono ora in grado di comprendere, anche se nell’edizione italiana originale erano presenti le eccellenti traduzioni di Armando Gallo che la rendevano quindi un prodotto molto ricercato dai collezionisti.

More Fool Me è cantata dal batterista Phil Collins, data la rinuncia del frontman Peter Gabriel a interpretarlo visto che lo detestava. La musica è flebile, un grumo di accordi di chitarra 12 corde suonata dall’autore Michael Rutheford, una debole melodia ed un normale (per molti banale) testo d’amore, interpretato “di testa” da Collins, in una velleitaria ricerca di dolcezza e romanticismo.

Altro riempitivo è la strumentale After The Ordeal, questa però più che dignitosa: si divide in due parti, il primo è un intreccio tardo romantico fra pianoforte e chitarra 12 corde, brillante ma didascalico, che si risolve in un tema condotto dal chitarrista Steve Hackett sulla sua Les Paul iperdistorta, con quel suono dal sostegno infinito mutuato dal maestro Fripp dei King Crimson, però più dolce e rotondo, che diverrà uno dei suoi marchi di fabbrica. Stavolta è il tastierista Tony Banks a detestare il brano, pur suonandovi attivamente.

Vi è poi un episodio assai più ambizioso e abbondante, progettato bene ma finito maluccio, a colpi di rivalità fra i membri del gruppo, che purtroppo poi porteranno allo scioglimento dei Genesis: The Battle Of Epping Forest voleva/doveva essere un grande, ironico e brillante affresco descrittivo di una battaglia, fra nemici molto buffi e buontemponi. Il grande cantante Gabriel però fa la pipì fuori del vaso, crogiolandosi troppo con la sua recitativa voce e guarnendo i quasi dodici minuti del pezzo di un testo chilometrico, che finisce per sovrapporsi anche a certi passaggi concepiti dai compagni per restare strumentali, con grande scorno soprattutto del tastierista: non male, ma un mezzo fallimento rispetto alle premesse.

Il brevissimo pezzo di chiusura Aisle Of Plenty riprende melodie già presenti nell’album ed ha mera funzione di epilogo e commiato, nulla aggiungendo o togliendo a quanto lo precede.

I Know What I Like è il singolo (abbastanza) trainante: bell’arrangiamento, con un ipnotico riff di Hackett al sitar elettrico, creativi giri di basso di Rutheford, ritornello ruffianetto e facile facile. In un contesto così progressive, ci sta proprio bene questa spruzzata di pop (ancor lontani i futuri abusi in proposito che il gruppo deciderà di perpetrare, una volta ridotto a trio).

Le restanti tre composizioni sono tutte squisiti capolavori e rappresentano una cospicua fetta della torta Genesis, in bella mostra nella bacheca storica del museo progressive. La prima che si incontra apre spettacolarmente l’album ed è Dancing With The Moonlit Knight. La voce inestimabile di Gabriel intona a cappella i primi versi e crea da sola subito l’atmosfera, così incredibilmente adulta (Peter Gabriel ha ancora 23 anni) e dolente. La melodia cambia continuamente, il supporto strumentale è ora delicato, ora fragoroso e ritmicamente spezzato, non si capisce dove si andrà a parare ma a quel punto risolve Collins: parte in shuffle terzinato a 190 battute al minuto, sparato, in maniera inaudita. Gli salta allora addosso Hackett che, aiutandosi anche con la mano destra sulla tastiera (tecnica “tapping”, con i suoi campioni Van Halen e Steve Vai ancora ben di là da venire), rovescia semicrome come se piovesse. Stacco di Collins ed arriva un gigantesco mellotron, la chitarra continua a furoreggiare anche sopra di esso, stavolta con note staccate e lancinanti: si gode di brutto, è l’acme del pezzo. Poi ritorna Gabriel per continuare la storia e portarla verso una nuova sezione strumentale, stavolta più singhiozzante, a botte e risposte di sintetizzatore e ancora chitarra solista, finché tutto si acquieta, per una (troppo) lunga coda eterea a sfumare. Un minutino di troppo forse, per una minisuite comunque sensazionale, innovativa, affascinante, dinamicissima.

Una mirabile fughetta al pianoforte, che diverrà esercizio obbligato per legioni di praticanti di questo strumento, inaugura la monumentale Firth Of Fifth. Preludio difficilotto da eseguire anche per il suo autore: Banks lo sopprimerà ben presto nelle esibizioni dal vivo, dopo un rovinoso incespicamento occorsogli una sera. Quando entrano gli altri strumenti l’andamento diviene solenne e marcato, Gabriel vi declama a tutto andare il tipico testo medievaleggiante e glorioso dei Genesis di allora, inaugurando poi la sezione strumentale con il suo più celebre tema al flauto, contrappuntato dagli altri con competenza. Il pallino passa quindi all’ombroso ma geniale Tony Banks, che prima suona un pianoforte andante, incrociando le mani per creare arpeggi amplissimi, e poi esplode su furiosissimi tempi dispari un super arpeggio di sintetizzatore, a tutto volume, spalleggiato da una gran ritmica, impetuosa soprattutto in Collins. Sembra l’apoteosi e invece è solo l’introduzione al solo di Steve Hackett, giustamente fra i più celebrati di tutto il progressive. L’omino (allora) con baffi, pizzo e occhiali, nei precedenti dischi ultima ruota del carro Genesis, stampa qui l’assolo della vita: armato di Gibson, di doppio distorsore “dolce” in grado di prolungargli il suono all’infinito senza però inasprirlo, nonché di pedale del volume, Hackett parte dallo stesso tema eseguito al flauto da Gabriel tre minuti prima e lo sviluppa in completa gloria, vera e propria canzone dentro la canzone, con le note di chitarra che danzano sinuose e rotonde e poi lancinanti sul tappeto di mellotron, reso in certi punti tonitruante dalle bordate della pedaliera di bassi di Rutheford. Talmente bello questo assolo che, quando si smaterializza e ritorna la stessa parte cantata dell’inizio, adesso invece che solenne e gloriosa essa sembra farraginosa e opaca, fino a risolversi e terminare di nuovo col solo pianoforte: meraviglia.

Basterebbe questo, invece c’è ancor di meglio: The Cinema Show illude con una prima parte quieta e romantica, disegnata dagli arpeggi della 12 corde e dalla delicatezza degli interventi di tutti gli altri. Gabriel narra di questa coppia (Romeo e Giulietta…) che parla di andarsene al cinema ma forse progetta un incontro sessuale e quando ha finito di cantare parte anche un assolino di chitarra, un poco dimesso. Ma l’hanno fatto apposta perché un’improvvisa pennatona di Rutheford sulla 12 corde determina il cambio di ritmo, di atmosfera, di tutto. Parte il Cinema Show, o meglio il sesso fra i due protagonisti ed è una magnifica cavalcata in sette ottavi, eseguita in trio senza Gabriel e senza Hackett. Banks, Collins e Rutheford (in pratica i futuri Genesis degli anni ottanta e novanta…) si scatenano: Rutheford è alla 12 corde ritmica, poi passerà al basso; il batterista viaggia pulito, tecnico e creativo nelle compatte sincopi del tempo dispari; Banks volteggia con quello che oggi potrebbe essere considerato un giocattolo: un sintetizzatore ARP presettato, con poche decine di suoni fissi e immutabili. Il tastierista ne usa cinque o sei, spalleggiandoli con l’organo Hammond od il mellotron, alternando veloci scale ad accordi potenti e chiesastici. I fuochi d’artificio durano quasi cinque minuti e rappresentano a mio giudizio il meglio del meglio di questo gruppo, almeno dal punto di vista strumentale.