#TellMeRock, 16 Aprile 1983: il Vasco pungente, ironico e romantico di Bollicine

EDITORIALE – Lo possiamo dire tranquillamente: Bollicine è il disco con cui Vasco Rossi arriva al successo di massa (e lo manterrà) senza perdere la sua credibilità di ribelle.

E azzardo di più: lo raggiungerà tracciando una via ineguagliata al rock italiano, perché dietro immagini, sberleffi ed eccessi, c’è un vero autore dal mondo interiore preciso, profondo e sfaccettato, che a un certo punto ha semplicemente deciso di metterlo in gioco fuori dai canoni strutturali, sonori e linguistici del cantautorato classico per coniugarlo invece nel rock, a tratti hard, a tratti punk, a tratti con le connotazioni di ballad d’autore.

Bollicine esce in Italia il 15 aprile del 1983, dopo il Festival di Sanremo in cui il Blasco nazionale era arrivato penultimo con il suo inno generazionale Vita Spericolata. Le musiche sono del fedelissimo Tullio Ferro, mentre il testo è tutto opera di Vasco il quale riesce a mischiare in modo deciso esperienze autobiografiche e miti di gioventù.

Nasce così il brano, il cinema riferimento linguistico, l’America riferimento dell’immaginario, l’icona di un’arte maledetta (McQueen era attore spericolato e problematico, un ex marine morto a soli cinquant’anni per un tumore causato dall’amianto delle tute che vestiva per correre in auto) che viene rivendicata quale riferimento di fierezza, coraggio e necessaria indipendenza da ogni costrizione o convenzione. Però c’è da sottolineare anche una riflessione quasi dolente sulla vita reale, con le sue ansie, i sogni che distrugge, le amicizie che porta via e la morte, che nel pezzo non è esplicitamente citata ma c’è, poiché il Roxy Bar non è solo un locale di Bologna noto all’artista ma “il paradiso di Fred Buscaglione che il Roxy Bar l’aveva cantato, l’aldilà dei grandi del rock”.

Ma come suddetto, la vena di ribellione va di pari passo con una più attenta maturazione sia artistica che musicale. Ne è dimostrazione, tra le altre cose, proprio la sfida accettata di portare sul palco dell’Ariston un suo brano che nell’ambito sanremese poteva inserirsi difficilmente.

Nei crediti dell’album, Vasco ringrazia ampiamente sia Mario Rapallo sia Gaetano Curreri, leader degli Stadio, tuttavia appare ormai orientato a consolidare estetica, sound e contenuti di un linguaggio giunto a maturazione affidandosi sostanzialmente a Guido Elmi, alla fonica attenta e lucida di Maurizio Biancani, al nucleo della Steve Rogers Band, a chi lo supporta dal vivo come Dino Vitola e Maurizio Lolli (il “road manager” dei crediti dell’LP) e soprattutto a se stesso.

Bollicine è pero il disco anche della “equivoca” Portatemi Dio. Più che una provocazione antireligiosa, come è stata frettolosamente archiviata, il brano vuole essere il grido di una mancanza molto sentita da Vasco (si capirà meglio negli anni a venire) e ben condivisa dalle generazioni che hanno avuto la sorte di crescere fra la violenza degli anni di piombo e lo smarrimento della perdita di ogni valore tipico degli anni di plastica.

Poi c’è la mia preferita in assoluto dell’album, quella Giocala così delicatamente provocatoria nei suoni che mostra tutto l’animo cantautorale di livello del rocker di Zocca. Il brano in parte è una risposta ai moralismi evocati da “Portatemi Dio”, tanto da essere presentata live nel 1983-84 con le parole: “Il cielo lasciamolo ai passeri, stiamo coi piedi per terra!”. “Giocala” è un bel pezzo pop rock con refrain vocalmente aggressivo che lascia in secondo piano anche ogni riferimento sociale (sul “petrolio” comunque nominato, pretesto di guerre e meschinità varie) per cantare il vivere sino in fondo, soprattutto nell’amore. La canzone si rivolge esplicitamente alle fan più giovani: “Ti sei pentita? Vorresti ritornare a dirgli… cosa??? Ma si chiama orgoglio quello che ti frega! Corri e fottitene! Ci fosse anche una sola probabilità… giocala!”.

Giocala si affaccerà nei dischi dal vivo di Vasco solo nel 2012, in VASCO LIVE KOM 011: un recupero inatteso, più d’atmosfera che rock, quasi a scaldare i fan prima di giungere al cuore effettivo del concerto.

Ed ecco che poi si arriva al Vasco romantico, attento e anche un pò malinconico. Una Canzone per Te è uno dei pezzi simbolo del cantautore emiliano, nonchè uno dei primi brani con il tocco alla chitarra di Dodi Battaglia dei Pooh.

Una Canzone per te non è però un reale cantar d’amore ma più che altro un cantar d’affetto. Infatti l’ennesima canzone che fa innamorare di Rossi migliaia di fan, è la spiegazione della celeberrima “Albachiara”: Una canzone per te mi venne quando la Giovanna di ‘Albachiara’ compì diciott’anni”, dirà Vasco.

Fra le righe di una spiegazione impastata di vita vissuta (“Non te l’aspettavi eh? Abbassi gli occhi un istante poi dici: ‘Non credo d’es- sere così importante!’ Non ti ci riconosci neanche, ‘lei’ è ‘troppo chiara’ e tu sei già ‘troppo grande’”) l’artista rivela anche una modalità poetica di scrittura che lo rende ispirato e diverso, anche per una timidezza fragile che spesso nasconde ma qui in fondo dichiara, e non solo nel cantare dolcemente.

Il disco poi torna alle provocazioni e al linguaggio “cifrato” ma ardito, con un Vasco che si diverte e ironizza su vizi e virtù personali.

Mi piaci perché…” gioca in modo esplicito fra coretti angelici da “donne oggetto” e tiro da “sesso e rock’n’roll”, all’interno di un’esposizione già matura del lato B del Blasco, quello in realtà meno importante di quello d’autore, di mera incitazione alla carnalità e/o provocazione. Sempre sorniona, peraltro.

Ma le provocazioni non si fermano qui: infatti non si può non descrivere la traccia che da il titolo all’album senza coglierne frecciatine, doppi sensi voluti e cercati per rispondere a qualcuno e mettere a tacere, magari, certe malelingue.

È chiaro che, in modo calcolato, in Bollicine Vasco Rossi gioca e provoca, parla di cocaina anche alludendo ai rischi che, a causa sua, sta correndo di persona. Al tempo stesso (sia pur fra eccessi e luoghi comuni) usa la provocazione per far passare un più sottile attacco alle pubblicità, ai loro falsi miti, al dilagare del capitalismo fra radio e TV che arriva a saturare le menti dei più giovani.

Il brano funziona e vince persino il Festivalbar con 764.500 preferenze davanti alla bella “Amore disperato” di Nada, regalando a Vasco il trionfo del 3 settembre 1983 all’Arena di Verona, anteprima dei suoi futuri fasti da stadio.

Anche il modo di porsi del Blasco trova la sua compiuta definizione sulla copertina di “Bollicine”, ancora provocatoria ma allineata alle raffinatezze della cover art di gente come Lou Reed o gli Stones: flash di colore warholiani, ambienti dissonanti fra incubo e sordido realismo, un Vasco iconico e fisico insieme, fra occhiali da sole da divo del rock, surf, disegni, autografi da “star al Roxy Bar” (quello reale di Bologna), sudata immagine sorridente da sex symbol del palcoscenico.