#TellMeRock, 16 Dicembre 1983: Tra nostalgia e avanguardia: gli “Orizzonti perduti” di Franco Battiato

EDITORIALE – Dopo l’esplosione senza precedenti di La Voce del Padrone, Franco Battiato sceglie consapevolmente di sottrarsi all’isteria del successo. L’arca di Noè (1982) rappresenta una sorta di purificazione, un ritorno a una dimensione più raccolta e umana, certamente più affine alla sua indole rispetto alle folle in delirio che, solo pochi mesi prima, arrivavano perfino a inseguirlo per strada. Da questo momento in poi, ogni disco diventa un tassello ulteriore di un percorso coerente e inarrestabile: nessun tentativo di replicare formule vincenti, nessuna nostalgia per un centro di gravità già trovato. Battiato preferisce spiazzare, avanzare, aprire nuove traiettorie, formando nel tempo un pubblico sempre più consapevole, curioso e disposto a seguirlo nei territori della conoscenza musicale e spirituale.

In questo solco si colloca Orizzonti perduti, pubblicato il 16 dicembre del 1983. L’impiego sapiente dell’elettronica e di tecnologie all’epoca innovatrici, consacra definitivamente Battiato come uno dei principali artefici dell’avanguardia musicale italiana. Un risultato tutt’altro che scontato, maturato in un periodo complesso, segnato dalla forte pressione del competitivo mercato anglosassone e dall’introduzione del formato CD in Italia proprio in quegli anni.

Nonostante tali difficoltà, l’artista riesce a dare forma a un’opera di rara bellezza e intenso impatto emotivo. Come già accaduto in L’arca di Noè, il cantautore siciliano si allontana ulteriormente dalle coordinate più immediate del pop-rock per inoltrarsi in territori sonori e tematici più intimi e riflessivi. Le liriche, complesse e raffinate, non si chiudono mai nell’astrazione: parlano invece dell’esperienza quotidiana, delle fragilità dell’esistere, dei desideri e delle disillusioni che attraversano ogni vita.

Dal punto di vista musicale, Orizzonti perduti radicalizza ulteriormente la scelta stilistica: chitarre e batterie tradizionali scompaiono quasi del tutto, lasciando spazio a un’elettronica essenziale e controllata, affidata a un ensemble ridotto all’osso. Tastiere, programmazioni, rare percussioni e il violino di Giusto Pio costruiscono un equilibrio delicatissimo tra freddezza sintetica e calore emotivo, richiamando le sperimentazioni degli anni Settanta ma aggiornandole alle possibilità offerte dai computer musicali di ultima generazione.

Anche l’immagine riflette questa ambiguità: la copertina ideata da Francesco Messina, con Battiato seduto su un divano domestico mentre cieli e una misteriosa sfera bianca invadono la scena, sposta l’album in una dimensione sospesa, quasi metafisica, evocando suggestioni care a Magritte. È il manifesto visivo di un disco che parla di perdita, spaesamento e ricerca.

Orizzonti perduti si apre con La stagione dell’amore, uno dei vertici emotivi dell’intera produzione del Maestro Battiato. È il primo brano in cui l’amore viene affrontato in modo così profondo e diretto, con una scrittura capace di dare voce a sentimenti universali senza mai cadere nel sentimentalismo. Rimpianto e saggezza convivono in versi che sembrano fotografare esattamente stati d’animo comuni, difficili da esprimere: entusiasmi improvvisi, illusioni che bruciano in fretta, la consapevolezza dolorosa del tempo che non ritorna. La musica, intima e avvolgente, diventa un abbraccio caldo di sintetizzatori che si aprono verso spazi quasi siderali, amplificando il senso di riconoscimento dell’ascoltatore. Da qui in avanti, le canzoni d’amore di Battiato saranno sempre così: ambigue, universali, profondamente umane.

Con Tramonto occidentale l’atmosfera si fa più inquieta. Il titolo stesso allude a una decadenza culturale e spirituale: la perdita del vero senso della vita, che per Battiato dovrebbe orientarsi verso la conoscenza e la ricerca interiore, non verso la superficialità dei riti di massa. Il protagonista riconosce la grandezza del pensiero di figure come Nietzsche, ma ammette la propria apatia, l’incapacità di disciplinarsi davvero. Meglio bighellonare per le strade di Milano, fumare una sigaretta, condividere silenziosamente un destino comune che sembra condurre verso il nulla. Nella seconda parte del brano emerge il tema dell’assenza dei padri e della mancata trasmissione dei valori, una delle cause, secondo l’autore, dell’impoverimento della società contemporanea.

Zone depresse torna al passato e alla memoria, uno dei territori più fertili della poetica battiatesca. Le “zone depresse” diventano quei momenti di sospensione dell’infanzia siciliana: l’attesa prima di una festa, le domeniche estive, i primi turbamenti del cuore. La musica alterna stasi e movimento, come i ricordi stessi, che affiorano e scompaiono. L’ironia, mai gratuita, si affianca alla nostalgia, rendendo il brano una riflessione dolceamara sul tempo che scorre.

In Un’altra vita il logorio del quotidiano esplode in tutta la sua evidenza. Il traffico, il cattivo umore, il sonno disturbato dai pensieri compulsivi diventano il simbolo di un’esistenza alienata. Qui l’influenza di Gurdjieff è evidente: le catene mentali, le influenze esterne, il bisogno di risveglio. Quando Battiato afferma che “non servono più eccitanti o ideologie”, sancisce la fine delle utopie degli anni Settanta e denuncia un presente dominato dal consumismo, dal quale si può fuggire solo immaginando vite diverse. L’individuo è sempre solo, circondato da altri esseri altrettanto precari, moderni Astolfo sulla Luna alla ricerca di un luogo più alto e autentico.

La seconda parte dell’album approfondisce il tema del ricordo e del ritorno. Mal d’Africa è in realtà un canto d’amore per la Sicilia, evocata come un altrove mitico e necessario. Le immagini dell’infanzia — il padre, la casa, i rumori domestici — si intrecciano a una melodia di struggente bellezza, capace di trasformare il brano in una “hit anomala”, lontana da ogni logica di classifica.

La musica è stanca segna una brusca sterzata: un’invettiva feroce contro la musica di consumo e il suo rapporto perverso con i media. Non è forse il brano più riuscito del disco, ma la sua funzione è chiara: disturbare, infastidire, costringere a riflettere sulla povertà culturale dell’offerta musicale.

Gente in progresso prova a guardare al futuro, ma lo fa con disincanto. Dopo tante analisi, resta la constatazione di un cambiamento collettivo mancato: persone che lavorano un anno intero per un solo mese di libertà. Il brano raccoglie e riassume i temi precedenti, fino a sfociare in un semplice mantra, quasi un ultimo tentativo di salvezza.

A chiudere l’album è Campane tibetane, dove la nostalgia diventa totalizzante. La Sicilia si traveste da Tibet, le immagini si accumulano come in un flusso di coscienza, e la ripetizione finale — “tornerò, ritornerò” — assume un valore profondamente esistenziale. È il riconoscimento dell’enorme difficoltà dell’uomo nel trovare stabilità e certezza, e del suo bisogno incessante di tornare a qualcosa di originario, autentico, vero.

Con Orizzonti perduti, Battiato conduce l’ascoltatore in un viaggio di introspezione e consapevolezza, offrendo non solo un disco, ma una mappa spirituale. Un’opera di grande bellezza ed eleganza, che unisce avanguardia musicale, ironia e riflessione sulla condizione umana, confermandosi come uno dei vertici più alti e duraturi della sua produzione artistica.

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