#TellMeRock, 16 Maggio 1966: Pet Sounds e la magia musicale dei Beach Boys

EDITORIALE – Migliore album di tutti i tempi per il Times.

Passando alla stampa specializzata, l’undicesimo LP in studio dei Beach Boys è stato analogamente votato “massimo capolavoro della Popular music”, dal mensile Mojo nel 1995 e dal settimanale New Musical Express nel 1997.

Nel 2003, invece, il quattordicinale Rolling Stone lo piazzava soltanto secondo in una classifica di cinquecento titoli: il primo? Sgt. Peppers, ossia un disco che Paul McCartney ha sempre dichiarato di essere stato influenzato in modo notevole da Pet Sounds, pubblicato il 16 Maggio 1966.

Di ritorno a inizio 1966 da un tour di tre settimane in Giappone e Hawaii, i Beach Boys restano sbalorditi dai brani che il loro mentore e fondatore Brian Wilson aveva scritto ma, ancora di più, dagli arrangiamenti che gli aveva cuciti addosso.

Figurarsi allora quanto devono restare spiazzati alla Capitol da una musica che con le canzoncine da surf dei ragazzi da spiaggia, non condivide che l’intricatezza delle armonie vocali.

La cosa che colpisce istantaneamente, dalla prima volta che si ascolta il disco, è la sua stravaganza. Non si era mai sentito qualcosa di simile, e forse non lo si è più sentito. Immaginate un aspirante architetto che non ha mai studiato bene architettura, a cui viene improvvisamente affidato il progetto di un nuovo edificio; e guidato solo dalla sua visione (in senso artistico ma anche letterale, cioè prendendo a tangibile esempio gli altri edifici), nonchè da una certa dose di genio innato, costruisce qualcosa. Una struttura che non avete mai visto, fatta di materiali che non avreste mai pensato potessero essere utilizzati insieme, che vi ricorda qualcosa che non siete in grado di indicare, e che è costantemente sul punto di collassare – ma in qualche modo continua a rimanere in piedi. Ecco, questo è Pet Sounds.

Cioè, di cosa si trattava davvero? Musica pop? Di sicuro non quella che i Beach Boys hanno prodotto fino a quel momento, quella “commerciale”. Se volete la prova che questo non è quel tipo d pop potete guardare alla reazione del pubblico americano dell’epoca: il disco vendette molto meno di Party! e segnò il declino economico della band. Colpa di una scarsa promozione? Forse. Ma i Beach Boys erano la band più in voga nelle classifiche americane del 1965: di che promozione avevano bisogno?

Art-rock? Ammesso che si abbia il diritto di paragonare il disco a un genere che contribuì a far nascere, piuttosto che a cui apparteneva, non è proprio il tipo di musica che ci si aspetterebbe da un album art-rock anni ’60. L’eco della musica californiana si sente ancora troppo. Per ogni brandello di Bach che si possa scorgere c’è una bella fetta di Bacharach; lontano dall’essere una critica, questo conferma la diversità del disco da tutto ciò che ci fosse in giro al momento.

E circa il suo target di riferimento? Ancora, forse, gli adolescenti idealisti e dalle guance rossicce che avevano mandato Barbara Ann in cima alle classifiche; i testi sono straordinariamente adatti a ragazzi che, ancora deboli, cominciano a sviluppare sottili strati di autocoscienza e autorivendicazione. Musicalmente, però, l’album trascende quel livello, il che costituisce un’altra stravaganza, dato che successivamente la situazione si è capovolta, dando spesso luogo a un art-rock con testi pieni di allusioni e metafore incomprensibili e un piano musicale che ti fa domandare se non sarebbe stato meglio che l’artista in questione avesse prodotto un libro di poesia invece che un disco.

A rimarcare la stravaganza del disco però non si va molto lontano, quindi spostiamoci sull’effettivo contenuto. La maggior parte delle canzoni farebbero parte della categoria “ballata”, specialmente se ascoltate separatamente, ma nel complesso il disco non ha il tipico tocco da ballata – e non perché le canzoni siano sostenute piuttosto che pastose, o perché anche quelle più pastose si trasformino inaspettatamente in feste di suoni convulsi; ma perché Pet Sounds è, dopotutto, una “teenage symphony”, e nessuno ha mai chiamato “ballata” una musica sinfonica, qualunque sia la chiave in cui è suonata. E poi scrivere un album di ballate era certamente quanto di più lontano dalle intenzioni di Brian Wilson.

Wouldn’t It Be Nice, canzone trasmessa dal Conte nel film I Love Radiorock mentre la nave affonda, ad esempio, comincia con un bell’intro di arpa, diventa un tormentone pop e sfocia velocemente in una direzione completamente diversa – soffice, senza batteria, e completamente dominata dai cori. Non sarà magari la prima volta che la band sperimenta diverse sezioni in un singolo brano, ma di quegli esperimenti questo brano (e l’intero album) è la versione definitiva. La notizia migliore è che in mezzo alla sperimentazione Brian riesce a non dimenticarsi delle caratteristiche principali della sua musica, i cori e gli arrangiamenti, e porta entrambi ad un livello tutto nuovo.

Già dalla seconda traccia, You Still Believe In Me, tutti gli assi sono messi sul tavolo: il gioco vocale si avvale di tutti i possibili contrasti tra bassi registri, alti registri, le loro combinazioni.

In Don’t Talk (Put Your Head On My Shoulder) la chimica sonora tra quel pianoforte che sembra provenire dal tuo subconscio, quel basso pulsante, e quelle voci dal potere lenitivo, diventa qualcosa di molto simile a una droga (provate ad ascoltare con le cuffie).

Per quanto riguarda l’aspetto tecnico dell’album, moltissimo è stato detto circa tutti i tocchi innovativi che introduce (una batteria sostituita con delle bottiglie etc.), ma visto che più di questo mi interessa l’aspetto melodico, preferisco limitarmi ad attirare la vostra attenzione sulla parte strumentale di Here Today. Ci sono tre melodie diverse che si sostituiscono l’una all’altra, e se i Beach Boys non sono stati i primi a farlo su un disco pop allora non so proprio chi è stato.

Alla fine Pet Sounds è certamente meno grandioso di quanto sperasse Brian Wilson, tanto che lui stesso non fu pienamente soddisfatto del risultato finale, o altrimenti non si sarebbe gettato nello sfortunato progetto di Smile.

Eppure questo è un album veramente, indiscutibilmente grande, e suona un po’ come la visione personale di Wilson di cosa debba essere il paradiso. Un posto in cui Dio indossa con tutta probabilità pantaloni corti e sogna sentimentali sogni bagnati.

Poi un giorno parleremo seriamente dei veri rivali dei Beatles, che non furono gli Stones ma bensì proprio i Beach Boys. (Storia dolorosa)…