#TellMeRock, 18 Marzo 1986: Black Celebration: benvenuti nel mondo dark dei Depeche Mode

Possiamo dire con certezza che marzo è un mese che ai Depeche Mode ispira e non poco.

Dopo il Live 101 pubblicato l’11 marzo 1989 e l’inizio delle registrazioni dell’iconico Music For The Masses dell’87 e la pubblicazione, inoltre, dell’album Delta Machine dello scorso 26 marzo 2013, il 18 del mese corrente e nell’anno 1986 fu il turno di Black Celebration, considerato uno degli album più influenti degli anni Ottanta.

Depeche Mode all’alba del 1986 sono già una band affermatissima che sfodera un successo pop dopo l’altro, ma a questo punto qualcosa esplode nell’animo di Martin Gore, il principale compositore ddella band.

Fino ad allora gli album di Gore e compagni avevano offerto un sound tipico anni Ottanta, che non si differenziava particolarmente da quello di altre band che a quell’epoca facevano un uso massiccio di sintetizzatori per costruire brani artefatti e alla moda pronti per le classifiche.

Depeche Mode, 1986 (Pinterest)

Ma già con il precedente Costruction Time Again, del 1985, i toni cominciavano ad incupirsi, fino a diventare tetri come la “celebrazione notturna” di questo capolavoro pubblicato il 18 marzo del 1986: una pietra miliare del suono darkwave.

Apre le danze la title track, con un inquitante ticchettio di campionatore che non fa presagire nulla di allegro, specialmente quando l’inconfondibile voce di Dave Gahan  penetra nelle casse con tutta la sua magnifica glacialità.

La seconda track è Fly on the Windscreen e i toni non cambiano: “Death is everywhere, there are fly on the windscreen” recita il primo verso, ed è quanto dire. Questo è goth allo stato puro, ma a differenza di quanto fatto dai maestri del genere, è l’elettronica a farla da padrone.

A Question of Lust, con il suo indelebile anthem,  è il singolo perfetto, oltre ad essere l’unico pezzo cantato da Martin Gore, mentre la successiva Sometimes addolcisce un pò gli umori dell’album con la sua base di pianoforte e il cantato malinconico di Gahan

It Doesn’t Matter Two, tenebrosa con la sua base da film horror è una delle più riuscite dell’album, mentre A Question of Time, che sfodera uno di quei riff di sintetizzatore tanto in voga in quegli anni, è stata una hit fortunatissima. 

Stripped è un’icona del repertorio dei Depeche Mode, per me il vero pezzo di svolta nella scalata alle sonorità dark wave. Gahan si abbandona prima al ruolo quasi di cantastorie sentimentale, per poi volgere la sua vocalità quasi a modo di preghiera laica.

 Here is the House appare, per chi scrive, più un pezzo riempitivo all’interno di questo capolavoro,  ma la sucessiva World Full of Nothing ci riporta sulle sulle tonalità meste, dark e malinconiche dell’album.

Dressed in Black è semplicemente perfetta, contruita con un testo misterioso al limite dell’esoterico e con le solite geniali intuizioni electro pop di Gore.

Chiude il disco New Dress, una delle poche canzoni in dei Depeche in cui si affrontino tematiche politiche e sociali: un mondo scosso dai fatti di cronaca più cruenti e l’opinione pubblica che si concentra sul nuovo abito indossato dalla principessa Diana. Nulla di più attuale.

Da qui in avanti la musica dei Depeche Mode cambierà radicalmente.

Le sonorità oscure e misteriose non abbandoneranno più la band e i sintetizzatori cederanno un pò di spazio alle chitarre.

Chi ama la sperimentazione e le melodie new wave anni 80, non può fare a meno di Black Celebration nel suo archivio o in una sua playlist.