TellMeRock, 19 Maggio 1976: I 50 anni di “Rising”: quando i Rainbow trasformarono l’heavy metal in leggenda

EDITORIALE – Fra le infinite discussioni che abitano il mondo del rock duro ce n’è una che, da oltre mezzo secolo, continua a dividere appassionati e puristi: quando nasce davvero l’heavy metal?

C’è chi indica la fine degli anni Settanta, chi torna addirittura ai Sessanta e chi, più pragmaticamente, fissa tutto attorno al 1970, quando Black Sabbath, Led Zeppelin e Deep Purple iniziarono a spingere il rock verso territori più oscuri, pesanti e teatrali.

Eppure esiste un momento preciso in cui quel linguaggio cambia pelle. Un passaggio quasi genetico. Un salto che rende il metal riconoscibile anche per chi non conosce nulla del genere. Un prima e un dopo.

Quel momento, probabilmente, ha il volto di Rising.

Pubblicato il 19 maggio del 1976 dai Rainbow, il disco guidato da Ritchie Blackmore non è soltanto un classico dell’hard rock: è il punto in cui l’heavy metal smette definitivamente di guardare al blues e comincia a costruire il proprio immaginario moderno.

Blackmore arriva ai Rainbow dopo la frattura insanabile con i Deep Purple. Geniale, dispotico, imprevedibile: uno di quei musicisti che hanno sempre considerato le band come estensioni del proprio umore. Eppure, proprio da quella instabilità nascerà qualcosa di irripetibile.

Dopo un debutto ancora legato a certe radici blues, i Rainbow cambiano pelle. Rimane soltanto Ronnie James Dio, voce destinata a diventare archetipica. Il resto viene rifondato attorno a una line-up tecnicamente devastante: Cozy Powell alla batteria, Jimmy Bain al basso e Tony Carey alle tastiere. È qui che “Rising” accade davvero.

L’album spalanca le porte a un nuovo modo di concepire il metal: epico, teatrale, oscuro, fantasy, cosmico. Le tastiere diventano paesaggio, la chitarra assume una funzione narrativa e la voce di Dio sembra provenire da una dimensione parallela fatta di magia, castelli e apocalissi interiori.

E poi c’è la produzione di Martin Birch, autentico architetto del suono heavy degli anni Settanta e Ottanta. Quello stesso uomo che pochi anni più tardi darà agli Iron Maiden la loro identità definitiva.

L’apertura di “Tarot Woman” è ancora oggi vertiginosa: sintetizzatori cosmici, tensione crescente e un senso di mistero che sembra arrivare direttamente dallo spazio profondo.

Ma è con “Run With The Wolf” e “Starstruck” che il disco mostra davvero i muscoli, anticipando buona parte della violenza sonora che il metal svilupperà negli anni successivi.

Poi arriva “Stargazer”. E lì cambia tutto.

Non è soltanto una canzone. È un monumento. Dieci secondi di batteria bastano a costruire una delle introduzioni più leggendarie della storia del rock. Da quel momento in avanti il brano cresce come una creatura mitologica: riff ciclici, orchestrazioni mediorientali, tastiere siderali e la voce di Dio che racconta la follia di uno stregone deciso a raggiungere il cielo attraverso una torre costruita con il sacrificio umano. “Stargazer” è il metal che diventa cinema. Letteratura. Visione.

Ed è impressionante quanto il disco riesca a non crollare nemmeno dopo un simile vertice. “A Light In The Black” accelera improvvisamente verso territori quasi futuristici: assoli vorticosi, synth psichedelici, ritmiche martellanti. In certi passaggi sembra addirittura anticipare sonorità che il metal avrebbe esplorato solo molti anni dopo. Basti pensare che forse proprio questo brano diede ispirazione agli Iron Maiden per il celebre intro di Fear Of The Dark.

“Rising” arrivò fino all’undicesimo posto nelle classifiche britanniche e, pur senza sfondare davvero negli Stati Uniti, conquistò immediatamente lo status di opera di culto. Nel 1981 la rivista Kerrang! lo incoronò addirittura come il più grande album heavy metal di sempre.

Esagerazione? Forse. Oppure no.

Perché a distanza di cinquant’anni, Rising continua a suonare come il momento esatto in cui il metal ha imparato a guardare oltre la Terra.

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