#TellMeRock, 19 Maggio 2005: Grazie a Mezmerize e ai System Of A Down per metterci di fronte alle nostre tristi realtà

EDITORIALE – Grazie per quel 2005 universitario fatto di sperimentazioni musicali, abbigliamenti casuali e magliette di band indossate anche ai primi appuntamenti.

Grazie all’Armenia: paesino dell’area caucasica, il quale è tristemente noto per aver subito nel 1917 il genocidio religioso da parte della confinante Turchia. La capitale Erevan è un esempio di come la tradizione montanara riesca a mantenersi viva nonostante il passare del tempo: le case moderne vengono arricchite sovente da decorazioni tipicamente contadine.

Ma grazie anche ai casi fortuiti: perché proprio un caso fortuito ha fatto la fortuna della band in questione.

Grazie alle poesie lasciate sbadatamente nei cassetti: un ringraziamento particolare va a Victims Of A Down, dimenticata quasi per errore nel cassetto di un lontano armadio in casa Malakian e divenuto il simbolo della band, nonché l’ispirazione di Serj Tankian.

Grazie all’American Columbia e alla sua bandiera americana rovesciata: se l’America di quei tempi è rappresentata da George W. Bush, tanto valeva rinnegarla da subito.

Grazie alle tracce di Mezmerize, quarto album in studio del gruppo musicale statunitense System of a Down, pubblicato il 19 maggio 2005 proprio sotto la suddetta etichetta discografica.

Grazie per le introduzioni, sia quelle letterarie, sia quelle filosofiche, sia quelle musicali. Il ritmo lento del minuto e tre di “Soldier Side – Intro rappresenta ciò che i System Of A Down vogliono dirci: la quiete prima della tempesta.

Grazie per la tempesta, un tipo di precipitazione atmosferica dall’incedere violento e tumultuoso. In questo caso, grazie a Bring Your Own Bombs, sfacciatamente chiamata “B.Y.O.B.”. L’incipit è angoscioso, lo svolgimento è roccioso nella sua pesantezza, il ritornello è uno spiraglio simil-pop soffocato da una montagna di riff orientaleggianti, la parte centrale è incazzatissima, a dimostrare che la tempesta non può essere una pioggerellina. E che non si è mai troppo al sicuro.

Un pezzo che potrebbe fare da apripista per una “Lega per la Protezione del Timpano”.

Grazie alle vendette e vendettine generali: “Revenga” ne è un esempio. Chi potrebbe emozionare con una cavalcata metal, riff epici, assoli in stile black metal, la scena di un cavaliere in fuga già davanti ai nostri occhi, facendo i coretti a due voci con un bel “Poisoning a drink / Bleeding in a sink / Choking with a link / Killing with a stink / Just your mother’s” intervallato talvolta da un “Ho” e talvolta da un esasperato “My sweet Clementine”? E chi se non i Nostri potrebbero permettersi di chiudere tre minuti e quarantanove di suspence con un ritmico, quasi rappato, “Shoulda been coulda been / Shoulda been coulda been you”? Grazie anche di questo.

Grazie agli agricoltori, che ogni giorno si alzano alle sei di mattina per andare nei campi, trattore antistante, ad arare e seminare. Che dopo questi contadini siano alle dipendenze di qualche multinazionale , è un altro discorso.

E grazie ai galli dei contadini: chi è un contadino senza gallo? È come dire Pamela Anderson senza tre chili di silicone. Voi ce la vedreste? Quindi, di conseguenza, grazie ai System che, aprendo Cigaro con un riffone granitico, affermano con disinvoltura che “My cock is much bigger than yours“. Eccerto. Grazie della modestia. E della serietà…

Grazie alle telecomunicazioni: fondamentali per la nostra vita quotidiana, ma che talvolta possono rivelarsi, nelle mani sbagliate e/o inesperte, delle armi micidiali di superficialità e consumismo. E quindi ben venga Radio/Video: interessante lo spunto folk (che però i SOAD avevano già anticipato sei anni prima nella stupenda “Peephole”), interessante il messaggio del testo, interessante l’improvvisa sferzata di rabbia, giunta come la manna nel deserto in un punto morto della canzone. Grazie infine della cavalcata folk intrapresa del sempre più coraggioso bassista Daron Malakian .

Grazie ai titoli lunghi e/o impronunciabili: Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch, ad esempio, è il nome di un quieto e pacifico villaggio situato nel nord del Galles, che vanta il record mondiale di essere il toponimo più lungo d’Europa e il terzo nel mondo. Apperò: mica da poco. E i poveri abitanti? Quando si sentono chiedere “ma tu, da dove vieni?” che cosa fanno? Si dirigono verso la vetrina delle armi per cercare un bel revolverone stile 1860 ottimo per tutti i tipi di tempia? Può anche essere. Nel frattempo, gli armeno-losangelini si sono accontentati di un più modesto This Cocaine Makes Me Feel Like I’m On This Song: canzone dai ritmi coinvolgenti, dai riff semplici ma diretti, dai ritmi crudi. Grazie ancora per la modestia.

Grazie per i numeri perfetti: nell’antichità, erano tenuti in particolare considerazione il tre, il sette e il dieci. E il numero perfetto fra i perfetti? Quello che sta in mezzo: viva il sette. Grazie per il rap di Violent Pornography, aperto da un giro di basso che rimanda ad atmosfere orientali e seguito da un ritornellone farcito di tanta denuncia e buona volontà. Grazie perchè non avevamo capito che It’s a non-stop disco / Bet you it’s Nabisco. Grazie per la fine dei problemi e/o dei vizi: grazie per non averci tenuti in ignoranza.

Grazie per l’angoscia, il timore, la paura nascosta fra gli anfratti della mente umana: grazie per le domande retoriche, che si aprono sanguinanti come tante piaghe sulla pelle. Grazie per le illusioni che sfuggono alla razionalità: grazie per le belle favole, grazie per le menzogne che ci propinano i potenti, grazie per i paraocchi. Grazie per le nacchere: strumento predominante nella gioiosa danza iberica denominata flamenco, che talvolta possono segnare con un preciso ticchettio lo scorrere dell’idiozia umana e dei cupi perché.

Grazie per averci dimostrato che nulla è reale, che nulla rimane costante a distanza di tempo: grazie per gli imperativi, quasi d’obbligo nella traccia n°8 (Question!, sentenziano i Nostri) per capire davvero cosa ci rimane. Grazie per l’incipit nervoso accompagnato da una montagna di riff al tritolo, con il timer ormai esaurito sotto la voce “pazienza”. Grazie per il ritornello pesante nella sua complessità. Grazie per la comprensione mostrataci, per l’esibizione dei sentimenti: certe volte le parole mancano e nulla è meglio di un urlo animalesco, straziante, doloroso, che interrompe una nenia ipnotizzante per scuotere la mente dell’ascoltatore.

Grazie per la condivisione: nulla è più toccante del chiedersi assieme “Do we / Do we know / When we fly? / When we / When we go / Do we die?”. Grazie per aver confermato il detto “pochi ma buoni”: tre minuti e venti di intensità politica e sociale, scanditi dalle grida selvagge di Daron Malakian, dai ritmi di Shavarsh Odadjan, dalla voce celestiale del trentanovenne Serj Tankian che si sa trasformare, ancora una volta, in acuto romanticismo, anche nei coretti schiumanti di rabbia di “la-la-la-la-la-la-la-la-la-la-la-la”.

Grazie per la pesantezza, per i coretti fragili sotto l’incedere della chitarra, per la quiete temporanea annientata da sei impotenti corde. Sad Statue racchiude alla perfezione ciò che l’album vuole comunicare: “You and me / We’ll all go down in history / With a sad statue of liberty / And a generation that didn’t agree”. Grazie per una voce soffusa che si sa malleare senza problemi in un feroce growl. E grazie per i riferimenti alla realtà giovanile, purtroppo non confortante.

Grazie per le innovazioni: non sarebbe giusto, nè tantomeno corretto, fossilizzarsi inutilmente in uno schema ripetitivo, che alla lunga provoca nausea e dolori di stomaco (e a poco servirebbe la Cibalgina). Ben vengano quindi le sperimentazioni elettroniche di Old School Hollywood, presenti sin dall’inizio della (breve) composizione. Sarebbe da evitare però l’accostamento con il parlato acuto di Daron Malakian, che spesso provoca contrasti non indifferenti: solo Serj Tankian riesce a risollevare la situazione nel ritornello. Grazie, comunque vada, anche alle imperfezioni: il perfetto è noioso. E privo di sorprese.

Grazie a Roma: patria di numerosi eroi, generatrice di un quarto della storia mondiale umana, inventrice di quel latino che a scuola fa rodere il fegato e in altri posti sa affascinare. Grazie al dulcis in fundo, tradotto in italiano con lo squallido ciliegina sulla torta: grazie allo squallore che si inchina al bello. Grazie alle ballate intelligenti: non quelle per gusci insensibili in stile Blu-Lii Raian-Gessi MecCartnei-Dancan Jeims e simili. Grazie alla celebrazione dello squallore: “All you bitches put your hands in the air / And wave them like you just don’t care”. Grazie ai perdenti, nati per essere sconfitti, che vivono per vincere. Grazie per le melodie strappalacrime che si sanno traformare in poesia mediante un processo di assimilazione. Grazie per gli sputtanamenti: grazie per averci detto finalmente che non è tutto oro quello che luccica, prima con le “bitches”, poi con un lapidario (ma veritiero) “You should’ve never trusted Hollywood”. Grazie per chi tira fuori la voce zittendo i paraculi. In breve, grazie per Lost In Hollywood.

Grazie per le valutazioni finali, che fanno capire davvero il reale valore del materiale esaminato. Grazie per l’imponente lavoro svolto dai System Of A Down: loro sì, che si fanno il mazzo per farci capire la reale percentuale di “marciume” contenuta nel pianeta chiamato Terra. Che si siano addolciti o meno; che si siano commercializzati o meno; che si siano rammolliti o meno; loro rimangono nel gruppetto dei migliori, ora e sempre (nei secoli dei secoli). Grazie per le celebrazioni religiose cattoliche, che si concludono con uno speranzoso “Amen”.

Grazie per tutto, SerjDaronShavarsh e John. Grazie di esistere e di offrire spunti per riflettere.