#TellMeRock, 19 Ottobre 1993: i Pearl Jam e la denunce sociali ed emotive di VS.

EDITORIALE – Una figlia dislessica e una madre che non capisce la patologia che la affligge, pensando che abbia solo problemi di apprendimento. Per estensione, il simbolo di chi è stato penalizzato da qualcuno o da qualcosa e che cerca disperatamente di lottare per avere indietro la sua vita.

Questa è la storia di Daughter, uno dei brani più famosi dei Pearl Jam, dall’album VS., pubblicato il 19 ottobre del 1993.

Il disco inizialmente doveva intitolarsi Five Against One, cinque contro uno (riferendosi al resto della band più il manager contro Vedder, accusato di divismo),

Bellissime e sempre diverse le versioni live di Daughter, allungate a volte a dismisura in un’estensione chiamata Daughter Tag.

Almeno tre gli episodi da citare: la prima esibizione pubblica in assoluto, tenuta al Bridge School Benefit, organizzata nel 1992 da Neil Young, il concerto del 31 dicembre dello stesso anno all’Academy Theater di New York, introdotta da Eddie Vedder non come Daughter ma col titolo di Brother. La terza, l’esibizione al Saturday Night Live del 13 aprile 1994, otto giorni dopo la morte di Kurt Cobain, anche lui profeta del grunge di Seattle come lo stesso Vedder è come il compianto Chris Cornell.

Quest’ultima versione è passata alla storia con il titolo di Daughter / Hey Hey, My My, perchè incorporava il verso della canzone di Neil Young che Cobain aveva citato nel suo biglietto di addio, prima di spararsi.

A circa due anni dall’uscita di Ten (debutto straordinario nonchè pietra miliare del rock) Eddie Vedder e soci pubblicano VS…album che, da subito, stabilisce un primato (battuto nel ’98): un milione di copie vendute solo nella prima settimana.

Niente male, soprattutto se consideriamo che si tratta di uno dei rari casi in cui il successo commerciale è direttamente proporzionale alla qualità artistica dell’opera. VS. trent’anni oggi, rappresenta, insieme all’album d’esordio e al successivo Vitalogy (del quale concettualmente e musicalmente, è l’ideale continuazione), l’apice creativo dei Pearl Jam, sicuramente una delle perle più preziose del rock anni ’90.

Il gruppo, a parer di chi scrive, riesce qui a sublimare al meglio quella che è la sua peculiarità: eseguire partiture  hard-rock, avvalendosi degli stilemi grunge (la band nasce e si afferma, nei primi anni ’90, a Seattle insieme a NirvanaSoundgardenAlice in Chains), al servizio di un cantautore dotato di una voce tra le più suggestive ed evocative della storia del rock: il sopracitato Eddie Vedder.

Le liriche di Vedder, sempre piuttosto incisive, evidenziano (qui come nelle altre opere dei Pearl Jam) una sensibilità non comune al punto da paragonarlo, spesso, ad autori del calibro di Bruce Springsteen, e soprattutto Neil Young (suo vero punto di riferimento) col quale, tra l’altro, collaborerà più volte.

Questo disco, rispetto all’esordio , suona più crudo, violento e, probabilmente, resta l’opera musicalmente più dura dell’intera discografia del gruppo. Asprezza accentuata, oltremodo, dalla magistrale produzione di Brendan O’Brien (collaboratore anche di Stone Temple PilotsAerosmithR.A.T.M., Red Hot Chili Peppers etc.) che conferisce alle canzoni sonorità tipicamente “live”.

Le prime due tracce, Go e Animal, sono musica spontanea, senza compromessi… animalesca. Il significato di quest’ultima viene spesso confuso dai fan in quanto molti credono sia riferito all’odio della band verso i media oppure altri pensano sia Na denuncia contro un fatto di cronaca riguardante una violenza sessuale di gruppo. Tuttavia, considerando la popolarità dei Pearl Jam, è piú probabile che sia rivolta ai media. La band avrebbe voluto scrivere molte più canzoni come questa, a partire dall’album successivo Vitalogy

L’atteggiamento di Vedder è sincero, ribelle, sembra essere proprio “versus” tutto e tutti, e tale indole si avverte maggiormente in Leash e, soprattutto, Blood (“…il mio sangue dipinge Eddie grande, il mio sangue trasforma Eddie in uno dei suoi nemici…”) dove la filosofia grunge viene sposata appieno, sfiorando il nichilismo più truce caratteristico di formazioni storiche come gli Stooges di Iggy Pop e gli Mc5 di Rob Tyner.

Dopo Daughter arriva la dolce e malinconica Elderly woman… e la conclusiva, nonché tristissima, Indifference dove (soprattutto in quest’ultima) Eddie Vedder si trasforma in cantautore introspettivo, regalando momenti di pathos non indifferente (“…Mi aprirò una strada attraverso un altro giorno all’inferno…stringerò la candela finchè non mi brucerà il braccio…”)

Nel disco arrivano poi momenti più marcatamente hard-rock, come la sofferta e particolarmente sentita Dissident e la notevole e significativa Rearviewmirror, dove la metafora dello specchietto retrovisore diventa un invito a non guardarsi indietro con nostalgia o rabbia, ma come motivazione ad andare avanti e reagire. Pezzo emotivamente forte e dalla immensa carica grunge e hard rock

Non mancano episodi alternativi di natura “satirica” (Glorified Gun) o sperimentale come la tribale W.M.A. costruita sulla ritmica sincopata dell’allora batterista Dave Abruzzese, sull’incedere pulsante del bassista Jeff Ament e sulle sferragliate elettriche dei chitarristi Mike McReady e Stone Gossard.

Curiosa e non meno affascinante Rats: canzone funky-grunge interpretata da Vedder in un registro piuttosto insolito, quasi facesse il verso al grande Tom Waits.

Dopo svariati ascolti, risulta quasi “palpabile” l’alone di rabbia che circonda le tracce dell’album; frutto dello stato d’animo del cantante oppresso da problematiche tanto sociali quanto individuali.

Lungo i sentieri musicali dell’opera vengono affrontati temi quali il razzismo (W.M.A.), la violenza dei genitori sui figli (Daughter), l’uso improprio delle armi (Glorified Gun) e altri ancora, di carattere prettamente esistenziale (Blood, Leash, Animal, Indifference), evitando, però, di scadere nell’ovvietà del già detto o del luogo comune.

Jeff Ament, bassista della band, ha raccontato a Virgin Radio un aneddoto davvero curioso su Eddie Vedder.

Qualche anno fa, durante uno speciale per il 25° anniversario di Vs.Ament ha raccontato che durante la fase di registrazione, Eddie non ha voluto vivere con il resto della band, ma ha preferito invece improvvisare una sorta di campeggio nella sauna vicina alla casa: “Ricordo quando siamo arrivati […] Ed non voleva stare in casa, quindi ha deciso di allestire una specie di campeggio fuori, nella sauna. C’era questa piccolissima sauna di legno nel giardino sul retro, aveva una panchina grande e lunga e penso ci abbia messo il suo sacco a pelo sopra. Spesso se ne andava, prendeva e partiva una giornata intera con il suo furgone, guidava fino all’oceano e scriveva canzoni”.
Non possiamo sapere in che modo la decisione di Eddie Vedder di “prendersi i suoi spazi” abbia influito sul processo creativo dietro a Vs. Quello che è certo, però, è che il risultato è stato un album che ha segnato la storia del grunge.

Tutto questo è parte integrante di VS., tassello imprescindibile della carriera dei Pearl Jam e disco assolutamente consigliato (previo ascolto di Ten, sia chiaro) a chiunque voglia approfondire la conoscenza di una band che, tramite il sound di Seattle e non solo, lascerà un suo marchio indelebile sugli ultimi 30 anni e oltre di rock.

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