#TellMeRock, 1996–2026: Trent’anni di Linea Gotica, il romanzo storico dei C.S.I.

EDITORIALE – Oggi, se vogliamo imparare la Storia senza finire impantanati nei sussidiari o persi nei meandri di Wikipedia — insomma, se come ci ripetevano da bambini vogliamo imparare divertendoci — ci sono i podcast di Alessandro Barbero. A scriverli è uno storico con chilometri di spalle larghe: rigore, precisione, attenzione maniacale alle fonti non mancano mai. Eppure, dall’altra parte, c’è anche una potente vocazione narrativa: sono racconti che avvincono, che intrattengono. Puoi ascoltarli mentre cucini, come sottofondo: non disturbano, anzi, tengono compagnia.

Ma questo oggi. Trenta anni fa, invece? Trenta anni fa, il 18 gennaio 1996, usciva Linea Gotica, secondo disco dei C.S.I.: un pilastro della musica italiana e, allo stesso tempo, qualcosa che funziona meglio di un manuale di storia. È l’album della piena maturità del Consorzio, il punto più alto di composizioni complesse e nervose — l’alt rock di Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Giorgio Canali e Francesco Magnelli — sostenute dai testi illuminati di Giovanni Lindo Ferretti, qui con una voce forse mai più così profonda, storta, definitiva. Il successivo Tabula Rasa Elettrificata inizierà a sfilacciare quel maglione, da ogni lato.

Ma la grandezza di Linea Gotica va oltre la fotografia di uno stato di grazia artistico. Sta nella capacità di tenere insieme brani monumentali — gli otto minuti di Irata, crescendo liturgico di basso senza molti pari nel nostro panorama — e il racconto minuzioso della Resistenza evocata dal titolo, senza mai scivolare nel didascalico. Al contrario: i testi di Ferretti si fondono con le atmosfere sonore, diventano un labirinto di riferimenti enciclopedici, citazioni letterarie, frammenti presi in prestito da libri e autori diversi. Ne emerge un pezzo d’Italia rievocato con sincero romanticismo ma anche con una precisione storica rara, prima che tutto si apra a una chiave di lettura più ampia, capace di rendere la lotta partigiana universale, ancora viva. Linea Gotica, insomma, come un romanzo storico che guarda indietro e attorno. E che qui sotto abbiamo provato a decifrare, riferimento per riferimento.

La Resistenza

Al di là di diramazioni e associazioni simboliche, il disco resta innanzitutto dedicato ai partigiani italiani, protagonisti della title track. La Linea Gotica era una fortificazione che, tra la tarda estate del 1944 e il 25 aprile 1945, tagliava l’Italia tra Emilia-Romagna e Toscana: a sud il territorio liberato dagli Alleati, a nord la Repubblica Sociale di Mussolini, Stato fantoccio sotto il controllo tedesco. La guerra contro i nazifascisti era iniziata prima, risalendo la penisola da Roma, ma Ferretti sceglie di concentrarsi sull’ultimo, durissimo inverno di guerra civile al Nord, quello degli scontri più feroci e simbolici.

“Non si teme il proprio tempo, è un problema di spazio”: aderire alla RSI o salire in montagna è una scelta morale, non neutrale. I C.S.I. osservano e raccontano: “la mia piccola patria”, l’Italia spaccata, “sa scegliersi la parte dietro la Linea Gotica”, perché “anche la disperazione” dell’occupazione tedesca “impone dei doveri”, e persino “l’infelicità può essere preziosa”. La narrazione è emotiva, ma sempre rigorosa: migliaia di giovani, richiamati alle armi, preferirono la diserzione e la lotta partigiana — quella “giovane umanità antica, fiera, indigesta” — all’inquadramento nell’esercito repubblichino. Rischiando la vita sotto il “cielo padano plumbeo”, affidandosi al “buonsenso, la logica, i fatti, le opinioni”. Qualcuno esita, si volta dall’altra parte. Molti altri no: i più piccoli diventano “giovane staffetta”, i più grandi “ribelle combattente”, persino il “monaco ubbidiente” — il presbitero Giuseppe Dossetti — dà il suo contributo. E insieme intonano “un canto partigiano al comandante Diavolo”, Germano Nicolini, figura leggendaria della Resistenza, scomparso nel 2020 a 101 anni.

Beppe Fenoglio

Si combatte per ideali universali, certo, ma anche per motivi intimi: la Resistenza può diventare “una questione privata”. Ferretti richiama esplicitamente il romanzo di Beppe Fenoglio Una questione privata, ma non è l’unico rimando. L’apertura della title track — “Alba la presero in 2000 il 10 ottobre, e la persero in 200 il 2 novembre dell’anno 1944” — è presa di peso dall’esordio letterario di Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba, racconto dell’effimera Repubblica partigiana.

Nell’autunno del ’44, come in altre zone del Nord, un gruppo di guerriglieri occupa la città piemontese per alcune settimane: un frammento di libertà destinato a durare poco, ma rimasto emblematico. Tanto che i C.S.I. ne innestano frammenti nel disco e, pochi mesi dopo, tengono nella chiesa di San Domenico di Alba un concerto diventato leggendario (Un giorno di fuoco), documentato nel live La terra, la guerra, una questione privata: liturgia sonora, canti partigiani, letture fenogliane. Uno dei momenti più intensi della musica italiana.

Le affinità tra la prosa di Fenoglio e i versi di Ferretti sono molteplici, al punto da rendere lo scrittore una sorta di padre spirituale di Linea Gotica. Analisi attente rintracciano parole, situazioni, immagini ricorrenti — veri e propri vasi comunicanti — soprattutto ne Il partigiano Johnny e in Irata.

Pier Paolo Pasolini

Irata, con il suo lunghissimo saliscendi sostenuto dal basso di Maroccolo e dal canto monastico di Ferretti, è però soprattutto un omaggio a Pier Paolo Pasolini. Il brano cita integralmente la poesia Oggi è domenica, domani si muore — “oggi è domenica, domani si muore, oggi mi vesto di seta e d’amore” — che esplode nel ritornello. Non è una scelta casuale: la poesia appartiene a Poesie di Casarsa, scritte durante la guerra, quando Pasolini era rifugiato in Friuli mentre il fratello Guido combatteva da partigiano. Anche da qui passa la storia d’Italia.

Il cristianesimo

Esaurito il racconto della Seconda guerra mondiale, l’album allarga lo sguardo: intorno, e indietro. La copertina lo suggerisce chiaramente — le bombe, ma anche la Storia, la religione, il Medioevo. Millenni è una preghiera marziale, un rantolo lucidissimo che attraversa secoli di guerre sante, crociate tardive, sangue versato “a concime”, sudditanza teologica e osservanza forzata. Fa sorridere pensarlo alla luce della successiva svolta cattolica di Ferretti. Ma, ancora una volta, in poche strofe c’è l’identità profonda del Paese.

Lo stesso accade in L’ora delle tentazioni: “la casa, la chiesa, a modo e per bene”, il “cattolico decoro”, poi il buio. Anche qui: materiale da libro di scuola.

La guerra in Jugoslavia

Se nel 1945 l’Italia viveva una guerra civile, nel 1996 i C.S.I. trovano un parallelo drammatico dall’altra parte dell’Adriatico, nella dissoluzione violenta della Jugoslavia. In Cupe vampe, Ferretti osserva impotente dall’Italia e ricorda l’incendio della Vijećnica di Sarajevo, il 25 agosto 1992: la biblioteca nazionale data alle fiamme, un milione e mezzo di volumi distrutti, alcuni insostituibili. Bruciano i libri, ma con loro anche la possibilità di un futuro condiviso. Il gesto è simbolico e terribile: “ci fotte la guerra che armi non ha, ci fotte la pace che ammazza qua e là, ci fottono i preti, i pope, i mullah, l’Onu, la Nato, la civiltà”.

Versi che sintetizzano tutta l’atmosfera dell’album, che dipinge un mondo buio e freddo dove ci si cerca gli uni con gli altri quasi spinti da bisogni primari, di una purezza animale.
Ecco quindi il senso della cover di “E ti vengo a cercare” di Franco Battiato, privata della leggerezza synth-pop e trasformata in una solenne processione monastica: è l’appello a una divinità che non sia quella terribile invocata dalle guerre sante, ma un Dio d’amore. Il breve intervento vocale del cantautore catanese, autentico nume tutelare di un’opera come questa, è come un caldo raggio di luce che filtri attraverso il rosone della chiesa gotica, a rischiarare la contrizione di Ferretti. L’ultimo verso di questa versione è cantato dallo stesso Battiato: tuttavia vengono omesse le ultime parole “perché ho bisogno della tua presenza”

Torna invece la purezza degli animali nella favola di “Io e Tancredi”, che rievoca una sorta di apologo morale: “Sul fronte d’assedio a Sarajevo un piccolo gruppo di cavalli croati requisiti dai militari si è suicidato gettandosi in un burrone”. Il tono è quello di una litania asfittica, quasi senza aperture melodiche, a testimoniare l’estrema posizione di chi è disposto alla morte in nome degli ultimi ideali rimasti di dignità umana, tanto calpestati che a ricordarceli possono essere degli animali.

Ed è per questo che Linea Gotica è un manuale di storia atipico: perché attraversa il passato per spiegare il presente. E perché, ancora oggi, continua a parlarci.

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