EDITORIALE – Come una di quelle ragazze che ogni tanto si fanno vive e ti girano attorno per un pò.
Così Jimi Hendrix descriveva Little Wing, una delle sue canzoni preferite, scritta nel 1967 dopo aver partecipato al più fantastico raduno rock della storia, anche se nel nome c’era un altro genere musicale: il Monterey Pop Festival, nel corso del quale, il 18 giugno, scrisse una pagina enorme della storia del rock, incendiando sul palco la sua Fender Stratocaster.

Jimi aveva interiorizzato quell’atmosfera unica e irripetibile, che nessun altro Festival sarebbe poi riuscito a replicare nella sua purezza, nemmeno Woodstock. Ognuno sembrava volare, sia chi era sul palco per suonare, sia chi era sotto tra il pubblico, ad ascoltare.
Volare con la mente e con la musica, come una piccola ala, un piccolo uccello che aveva desiderato solo quello per tutta la vita: volare. Jimi immaginò che quel Festival fosse una donna che, dopo aver camminato tra le nuvole, scendeva da lui, prima di riprendere a volare via.
Nel 1970 Eric Clapton e Duane Allman registrarono una versione di Little Wing per Derek and The Dominos (ve ne parlai qui lo scorso 10 Novembre), facendo a Hendrix quello che Hendrix aveva fatto a Bob Dylan con All Along The Watchtower: presero una canzone e la portarono completamente da un’altra parte, in un altro luogo, in un altro mondo.
Jimi non riuscì mai ad ascoltare quella versione, morì infatti due mesi prima della sua incisione, volando via come la sua piccola ala.
La canzone è un pilastro della produzione Hendrixiana, ma per la sua straordinaria duttilità è diventata un grande successo anche in altre mani. Basti ricordare, oltra a quella sopra citata della coppia Clapton – Allman, anche quelle di Sting, Pearl Jam, Skid Row, Toto e, soprattutto, Stevie Ray Vaughan, chitarrista texano che con la sua rilettura strumentale si aggiudicò un Grammy nel 1993.
Per l’attore ed esperto rock Carlo Verdone, Little Wing è un brano di una delicatezza e di una malinconia poetica profonda. Come detto in più occasioni e anche al sottoscritto in quel di Maratea, il suo pezzo preferito del Dio Hendrix
Il brano fa parte del leggendario Axis: Bold As Love, pubblicato il 1°dicembre del 1967 e secondo album di Jimi con la sua Experience.
Pubblicato solo sei mesi dopo dal folgorante esordio, Axis: Bold As Love rappresenta un nuovo miracolo per il trio. Tredici brani che servono definitivamente a dimostrare la grandezza come autore ed esecutore di Hendrix, ancora accompagnato dai suoi fedeli Noel Redding e Mitch Mitchell. A differenza del primo lavoro qui Jimi vuole osare di più: tecniche mai udite prima, effetti sonori alieni vengono incorporati e riprodotti dal vivo. La Fender Stratocaster viene (addirittura) messa da parte in favore della più violenta Gibson Flyng V ma la potenza sonora è e rimane quella.
Il disco comincia con Exp, un dialogo tra un tale Paul Caruso (Jimi) ed un dj radiofonico. Alla fine del dialogo Paul Caruso vola via con il suo disco volante. Hendrix volle mettere dunque le cose in chiaro: quello che state per ascoltare viene da un altro pianeta!
Lo stesso alieno ritorna nella jazzata Up From The Skies con batteria di Mitchell bene in evidenza.
Spanish Castle Magic, unico brano del disco insieme a Little Wing che Jimi suonava nei live, deve il suo nome a un locale di Seattle particolarmente apprezzato da Hendrix. Il brano, che presenta energici riff e selvaggi assoli, in realtà è coverizzato qui e lì da Day Of The Eagle di Robin Trower. Chicca per i musicisti: in alcune sezioni del brano, Jimi suona un basso Hagstrom a otto corde. Non perdetevi l’assolo centrale, uno dei più belli del mitico chitarrista.
In Wait Until Tomorrow e Ain’t No Telling si può apprezzare particolarmente l’Hendrix chitarrista, per quei suoi “giochetti” ritmico-solisti, ma anche il Jimi cantante. Una nota diffusa da posteri, afferma che Jimi odiasse cantare. Sarà, ma nonostante tutto il suo timbro vocale si sposava felicemente con le ballad.
Degni di nota il rock selvaggio di If 6 Was 9 e della sognante Castles Made Of Sand. In questo album appare anche il quarto membro della Experience, un elemento fondamentale per il suono del furioso mancino: il pedale wha wha. Hendrix lo scopre dopo averlo ascoltato da Eric Clapton nei Cream. Lo studia, lo ristudia ne capisce le potenzialità.
In Axis: Bold As Love il pedale fa timidamente capolino (precisamente in Little Miss Lover) solo nel successivo lavoro lavorerà a “pieno regime”.
In chiusura abbiamo, come già detto, la title track Bold As Love. Oggetto di numerose cover (come la precedente Little Wing) si segnala per un assolo straordinario. Poche note, tutte selezionate con un’emozione unica.
Celebre e iconica è la copertina dove Jimi, Noel e Mitch sono raffigurati come divinità indù.
In realtà la storia che vi è dietro è diversa: Jimi voleva un’illustrazione in cui venisse raffigurato il suo retaggio da indiano americano ma gli illustratori equivocarono e crearono la cover con figure indiane. Jimi non ne fu contento per nulla ma furono spese tremila sterline e in più l’India in quegli anni andava di moda (vedi i Beatles) quindi giocoforza si accontentò.

Un’ulteriore curiosità sta nel fatto che l’intero lato A del disco fu equalizzato e masterizzato in una sola notte. Hendrix, che insieme al fidato tecnico Eddie Kramer, aveva provveduto personalmente alla masterizzazione delle tracce dimenticò le bobine-master su un taxi ed esse non furono mai ritrovate. Jimi non si disse mai soddisfatto, a differenza di Redding, della masterizzazione di urgenza che fu fatta.
La Experience però in questo disco gira a pieno regime e Jimi va come un treno. La potenza di questo chitarrista nero arriva alle orecchie del guru Miles Davis che da poco ha inventato la fusion e vuole portare il vecchio jazz lì dove nessun musicista è mai arrivato, ossia prima nel cuore pulsante del rock. Hendrix è la persona giusta, come avverrà negli anni a seguire.










































