#TellMeRock, 2 Febbraio 1976: A Trick Of The Tail, i Genesis dopo Peter Gabriel e la maturità del prog

EDITORIALE – E’ fuori da ogni dubbio che A Trick Of The Tail sia uno dei album più riusciti dei Genesis. Ve ne erano d’altronde tutte le premesse, nonostante l’enorme voglia di riscatto originatasi dalle vicissitudini del precedente e controverso The Lamb Lies Down On Broadway, la lavorazione del quale aveva progressivamente diviso in due tronconi il gruppo: da una parte il vocalist Peter Gabriel e le sue voglie concettuali, teatrali, spettacolari, dall’altra i quattro strumentisti, suoi compagni, restii a mettere in secondo piano l’aspetto strumentale ed esecutivo rispetto a tutto il resto.

L’equivoco fra le sempre più pressanti vocazioni del cantante ed il frustrato e svogliato assecondamento di esse da parte di tutti gli altri, dura lo spazio di quell’album, poi Peter correttamente toglie il disturbo, creando sì un buco tremendo nella formazione, ma anche tanta adrenalina e amor proprio in chi resta, ben deciso a continuare.

La ventura di ridursi da quintetto a quartetto fa perdere inevitabilmente tutto il carisma vocale e scenico alla proposta Genesis, ma ne rinserra (per ora…) le file strumentali e compositive, per la gioia di chi dal rock cerca primariamente buon songwriting e buone esecuzioni. A mio gusto, questo album piace assai di più del predecessore, il quale non riesce a mantenere tutte le sue ambizioni e soffre del problema sopra descritto.

Nulla faceva poi presagire, ai tempi, che questo battesimo da frontman del batterista Phil Collins (qui ancora a volare assai basso, teso più che altro ad emulare il buon Peter, cercando di ricrearne per quanto possibile lo stile intenso e un poco rauco) preludesse ad una successiva, folgorante ed antipatica carriera da vero prezzemolo del pop rock, ovunque e comunque impegnato a cantare, suonare, produrre, jammare, musicare film e persino recitare. Ma c’è anche un contesto storico e musicale che non si può ignorare: nel 1976 il funk cede sempre più spazio alla Disco-music. Il gioco del mercato musicale domanda/offerta propende sempre più per un uso della musica come passatempo, di sfogo fisico attraverso il ballo. Tira una brutta aria per chi ha fatto della ricerca e della sperimentazione il proprio percorso artistico. Ed è proprio per questo che A Trick Of The Tail, pubblicato proprio il 2 febbraio del 1976, è la cosiddetta “zampata del leone” del panorama rock d’autore.

Dance On A Volcano apre le ostilità ed è una composizione corale, originatasi da un arpeggio alla 12 corde di Mike Rutheford poi degenerante in jam session progressive, con tanto di stacchi furibondi, ritmica dispari, strumenti ora in contrappunto ora in unisono, un poco alla Gentle Giant. Verso la fine scoppia un inseguimento furioso e brillante fra chitarra solista e synth, con Collins che si diverte a riempire e lasciar vuoti gli spazi ritmici creati dall’inusuale divisione in 7/4: una di quelle pagine strumental/virtuosistiche che servirà di spunto a legioni di discepoli (Dream Theater su tutti).

La successiva Entangled ci riporta ai Genesis di qualche anno prima, in forza delle sue parti corali e del grande dispiego di chitarre acustiche. La composizione sarebbe tutta appannaggio del chitarrista Steve Hackett, ma il suo socio Tony Banks si inventa poi una corposa ed iper romantica coda di sintetizzatore + mellotron a manetta, spostando l’atmosfera madrigalesca concepita da Hackett verso nuovi lidi di epicità e drammaticità.

Squonk è un tentativo di irrigidire e sagomare, attorno ad un buon riff della 12 corde elettrica di Rutheford, il suono abitualmente più dinamico ed impressionista del gruppo. Collins è sempre andato fiero della sua prestazione quadrata e risoluta alla batteria per l’occasione (“à la John Bonham” lui esagera, ma non c’è da credergli proprio, Bonzo era ben altra cosa). In definitiva, un episodio di media caratura nella scaletta del disco.

Molto meglio la successiva Mad Man Moon a mio giudizio uno dei capolavori dei Genesis. Vi spopola l’incredibile talento di Tony Banks nel guidare le sue dita sui tasti d’avorio verso sontuose successioni di accordi, dall’inestimabile carica romantica ed evocativa. Singolare che tali virtù ed inclinazioni compositive provengano da un signore dal carattere abbastanza scorbutico, ombroso ed introverso, molto meno simpatico e comunicativo della musica di cui è capace. La fuga di pianoforte a braccia che si incrociano, al centro del brano, è un gioiello.

Robbery, Assault And Battery vuole essere qualcosa di più scanzonato, con un testo buffo e la sezione ritmica che si diverte con continui cambi di tempo. Vi spicca un creativo assolo di Banks al sintetizzatore, sul solito break strumentale in sette quarti, decisamente la divisione ritmica preferita dal gruppo quando si tratta di andare in jam session, dopo la gloria acquisita dal primo esperimento simile, ovvero la sensazionale fuga in coda a “The Cinema Show”, un paio d’album e di anni prima.

La seguente Ripples vede i due chitarristi del gruppo tornare al centro dell’attenzione, per una ballatona preminentemente acustica, molto lineare e alquanto gigioneggiante nel suo ritornello a vele spiegate, alla lunga stucchevole. Hackett si concede qui uno sviolinante assolo, destreggiandosi col pedale del volume per creare continue assolvenze al suono di chitarra elettrica iperdistorto ed allungato dalla distorsione “dolce”, suo marchio di fabbrica.

Il brano che intitola l’album è una marcetta pianistica di Banks, vagamente beatlesiana (lato McCartney) nella sua leggerezza e nella sua aria da esercizio stilistico. Niente di epocale ma assai indovinato come stacco ritmico, breve e di passaggio fra le composizioni più ambiziose.

Gran finale con la chiusura di Los Endos: La prima stesura di questa canzone si intitolava “It’s Yourself” ed era un normale brano cantato, con una porzione finale strumentale rarefatta e mistica. Successe a un certo punto che questa coda strumentale venisse ulteriormente sviluppata in jam session, attraverso un massiccio uso delle percussioni, in maniera così convincente che i Genesis optarono per mozzare la prima parte cantata e far diventare il brano solo strumentale.

In definitiva ci troviamo di fronte un disco molto maturo: tutti i suoni e le linee dei vari strumenti sono studiati al dettaglio per suonare bene assieme. Qui si percepisce in pieno che il lavoro svolto è meno impulsivo (il che non per forza è un bene), è più ponderato (caratteristica che molto spesso si acquisisce con l’esperienza), ma in alcuni casi può togliere un po’ di freschezza ed imprevedibilità alla composizione. Forse è proprio ciò che è accaduto a questo disco: un LP praticamente perfetto da ogni punto di vista, ma che manca di quel filo di follia che rende gli altri lavori più geniali. Detto ciò, se siete amanti del progressive ma soprattutto dei Genesis, non potete non avere questo meraviglioso album, indi per cui, se lo avete, riascoltatelo; se non lo avete, correte al primo negozio di dischi e fatelo entrare nella vostra discografia.