#TellMeRock, 20 Gennaio 1997: l’esordio dei Daft Punk di Homework e quello stile che cambierà per sempre la dance

EDITORIALE – Chissà se il giornalista del Melody Maker che, stroncando l’unico brano pubblicato dai Darlin come Daft Punk, (tradotto punk sciocco), ispirando ai due ragazzi parigini il cambio di ragione sociale, ha mai pensato di chiedere i diritti sul nome.

Potrebbero avere ancora abbastanza sense d’humour, Thomas Bangalter e Guy Manuel De Homem Christo, da concederglieli e sarebbero bei soldi.

Quel che è certo è che l’avventura Darlin, una sigla omaggiante i Beach Boys, finiva lì, con la partecipazione a un doppio singolo su Duophonic, l’etichetta degli Stereolab.

Dall’indie rock il duo, entusiasta per la scoperta in quegli stessi primi anni ’90 di house e techno, passava armi e bagagli all’elettronica “di consumo”.

Ma i nuovi Daft Punk hanno ironia e vena “birbante” da vendere, e per questo non rinnegano uno spirito anche un pò “settantasettino” al loro nuovo corso, lasciandosi influenzare dai canoni dell’ortodossia rock dettata non solo da Brian Wilson e soci, ma anche da Led Zeppelin, Who, Kiss e Chic.

Anticipato da 12″ spettacolare (The New Wave, Indo Silver Club, Musique: purtroppo non ripresi e dunque da cercare tra usato e raccolte), Homework, album d’esordio dei Daft Punk pubblicato il 20 gennaio del 1997, esplode con effetti eccezionale anche tra quel tipo di pubblico che proprio non predilige questi suoni legati all’eurodance o alla house.

Sarà che in Homework è facile cogliere, fra un rotolare di basso funk e un ammiccamento al superomismo (quello di Marvel e non di Nietzsche), una discendenza quasi in linea diretta coi precursori Kraftwerk.

Quest’ultimo punto ha particolare rilevanza: nonostante l’accurato studio alla base, Homework è un album dall’aspetto ludico molto spiccato e la joie de vivre che lo permea da origine ad una sequela di pezzi mozzafiato, quasi tutti strumentali (alla faccia di chi confonde il vero ruolo del vocoder nell’arte daftpunkiana, ergendolo ad emblema della stessa, quando in realtà altro non è se non un accessorio), caratterizzati da samples basilari molto semplici ed immediati, che si stampano subito in testa.

O forse mi si vuol dire che è possibile scordarsi del prepotente riff di synth di Da Funk, singolo emblema sorretto da un pattern di batteria che è puro testosterone funky?  E’ considerato uno dei brani che più ha influenzato la musica funk e acid del XXI secolo. Musicalmente, la canzone si basa su una chitarra funk boucy “per comunicare il suo messaggio di stupido divertimento“.

Il tema per Da Funk comporta l’introduzione di un semplice e insolito elemento, che diventa accettabile e in movimento nel tempo. Robert Christgau considera il pezzo come l’unico veramente buono dell’album, mentre Sal Cinquemani di Slant Magazine appella la canzone con l’epiteto “inesorabile”. 

Bob Gajarsky da WestNet lo ha definito “un incontro bellissimo tra Chic e l’elettronica degli anni ’90.“. Da Funk appare anche nella colonna sonora del film Il Santo del 1997.

La maniera in cui, a metà pezzo, l’atmosfera viene sconvolta con il solo ausilio di un arpeggiatore completamente marcio ed impazzito è pura classe.

Ossessionante fino al delirio è poi la celeberrima Around The World, gioiello pop postmoderno che mischia in un ardito gioco ad incastri, più prossimo ad una composizione architettonica che a un pezzo house, i quattro classici strumenti del pop (o meglio, le reminescenze campionate degli stessi) con le tre parole del titolo, declamate dal primo vocoder mai apparso su un disco del duo, con un’insistenza drogata, ottusa e del tutto incurante dei limiti del buon senso. 

Il brano è influenzato da Popcorn di Gershon KingsleyMichel Gondry fa il confronto della melodia del basso della traccia con quella di Good Times di Chic.

Chris Power della BBC Music lo chiamò “uno dei singoli più orecchiabili del decennio“, e ha dichiarato che era “un perfetto esempio delle sonorità dei Daft Punk nelle loro forme più accessibili.

 Ian Mathers da Stylus Magazine ha commentato che “non esiste Homework senza Around the World“.

Rollin’ & Scratchin e Rock ‘n’ Roll sono altri due tour de force, probabilmente i più estenuanti: caratterizzate da una durata superiore ai sette minuti, entrambe le tracce si reggono su violente basi acid house su cui si stagliano semplicemente schegge rumoristiche, ora tossiche, nella prima, ora laceranti, nella seconda; entrambi i pezzi sono schiaffi di pura paranoia mollati in faccia all’ascoltatore, ma la cui ripetizione continua, genera in un certo senso un perverso piacere, derivato da una percezione uditiva e sensoriale a quel punto divenuta alterata.

Le perle, comunque, non si esauriscono certo con questi quattro esempi, bensì pullulano: si pensi al geniale bignamino di inquietudine urban che è Oh Yeah, la quale va a lambire quasi territori post dubstep e grime (!), al minuto e ventitré filato di sole percussioni che introduce la gioiosa Phoenix, al sincretismo totale di Burnin’, che riesce a sintetizzare in un solo pezzo tutti i principali aspetti dell’album, basso discoacid house, sirene noise, ecc. 

E’ doveroso, infine, menzionare Alive, brano sontuoso, ripreso nelle denominazioni dei vari spettacoli dal vivo pubblicati in veste ufficiale (rimarchevole la differenza tra il più comune termine live e questo, che riveste, in inglese, l’accezione di cosa viva), caratterizzato da spericolati incroci di synth completamente imbevuti di echi e riverberi, che creano un effetto quasi shoegaze, in una corsa sostenuta, ma non frenetica, verso lontane galassie.

Grazie a questo folgorante debutto, Bangalter e De Homem-Christo, si ritroveranno, poco più che ventenni, ad essere contemporaneamente star della scena underground e conquistatori delle hit parade di mezzo mondo, ponendosi come il nome di punta della rinascita francese di fine anni ’90, rinascita che perdura ancora oggi.

Insieme al successivo DiscoveryHomework rappresenta il manifesto estetico della nuova dance o, meglio del nuovo pop: imbevuto di ricordi e nostalgia, ma non rassegnato a diventare esso stesso una sterile emulazione di modelli passati, gioioso, elettronico, umano.