#TellMeRock, 21 Novembre 1975: quella notte in cui i Queen portarono il rock all’Opera

EDITORIALE – Il rock che si contamina all’Opera, con la musica classica e le sua sonorità.

E’ un’impresa titanica, se messa sul piatto così, in modo istintivo e netto, ma la sperimentazione, nell’A.D. 1975, era di casa. Una sfida pesante e “pensante” che già nel 1971 il gruppo prog rock italiano dei New Trolls aveva accettato, accogliendo con favore la proposta del musicista e compositore Luis Enríquez Bacalov, di organizzare un “Concerto Grosso” in cui Rock e musica classica si fondessero in un’unica rassegna “barocca”.

Quattro anni dopo, a Kensington, zona ovest di Londra, il cantante e leader dei Queen Freddie Mercury, è alla ricerca di qualcosa che faccia uscire dai canoni tradizionali la sua già affermata band, cercando un sound che possa rimanere sempre sul tema rock, ma che creasse anche uno stravolgimento essenziale della tradizionale ritmica. Mercury è un appassionato dell’opera classica, e l’intuizione gli arriva nei primi mesi del 1975, quando convince se stesso e i suoi soci, Brian May su tutti, che da oggi in poi i Queen, porteranno i suoi fan non più a dei semplici concerti, ma all’Opera. Nasce così l’idea dell’album “A night At the Opera”, pubblicato poi il 21 novembre del 1975.

Non sono in realtà pregiudizi quelli che vengono da sempre tirati in ballo a proposito dei Queen: come negare che la band in alcuni lavori appare una via di mezzo tra il melodrammatico e l’eccessivo? Però altro dato difficilissimo da confutare è quello che vede il quartetto abilissimo nel tradurre il “troppo” in arte, agitando freneticamente nello shaker rock anche duro e pop, glam e dance, rimembranze folk e deviazioni sinfoniche: il tutto caratterizzato da arditi intrecci canori incentrati sulla duttile e carismatica voce di quel sopra citato Freddie Mercury che è umanamente reputato uno dei più grandi performer della storia. Ma in questo quarto album, il più amato dai fan e il primo a ottenere consensi di vendite davvero notevoli, il gruppo, che aveva come altro fulcro il chitarrista Brian May, da prova del suo ispirato eclettismo compositivo e interpretativo, giocando spesso con il kitsch ma riuscendo a non farsene sopraffare.

E’un banco di prova non da poco dunque, ma serve un singolo, serve un’apripista per questa nuova sperimentazione. 

Secondo Lesley-Ann Jones (uno dei biografi dei Queen), Mercury cercava qualcosa di enigmatico e controverso per dichiarare al mondo la propria omosessualità. 

Così, utilizzando la frenesia dell’Opera e la poliedricità del rock, crea una vera e propria “rapsodia”, cioè una particolare struttura musicale che rappresenta proprio la non convenzionalità, e quale tema migliore per dare al mondo e al pubblico qualcosa di bello e trasgressivo allo stesso tempo?

Il produttore del brano, Roy Thomas Baker, raccontò come Mercury, dopo avergli suonato la sezione iniziale di ballata al pianoforte, si fermò e disse: “E questa è la parte dove arriva l’opera!”.

Lo stesso giorno, i due andarono a cena insieme, e fu in quest’occasione che il cantante chiese seriamente se avesse potuto scrivere un brano dalla struttura diversa dal solito. Le registrazioni del brano iniziarono il 24 agosto 1975 presso il Rockfield Studio 1, vicino Monmouth in Galles, dopo tre settimane di prova a Herefordshire.

Le sessioni richiesero sei settimane di lavoro, ma alla fine il risultato fu assai soddisfacente per tutti, dal momento che il brano fu curato nei minimi dettagli (d’altronde l’album A Night at the Opera risultò tra i più costosi di sempre nella storia della musica).

In alcune parti, le voci dei Queen furono sovraregistrate diverse volte, pare addirittura per un totale di circa 180 parti vocali, cosa davvero incredibile per quei tempi; non disponendo gli stessi studi di nastri capaci di contenere tutte le tracce necessarie per l’incisione del brano, si fu costretti a sperimentare un nuovo tipo di supporto, in cui si dovettero tagliare e incollare manualmente più sezioni, appunto, di nastro.

Il brano è celebre per la sua particolare struttura musicale, composta da cinque diverse parti principali: un’introduzione corale cantata a cappella, un segmento in stile ballata che termina con un assolo di chitarra, un passaggio d’opera, una sezione di hard rock e un altro segmento in stile ballata che conclude su una sezione solo piano e chitarra. La sua struttura è considerata, insieme a Innuendo, un punto di svolta nella sperimentazione iniziata da Freddie Mercury già con brani come The March of the Black Queen.

Unico problema, nella successiva pubblicazione, fu la sua durata: era impensabile che le radio dell’epoca potessero trasmettere un brano di circa sei minuti. La svolta si ebbe quando Kenny Everett, un DJ amico di Mercury, riuscì a farsi dare una copia del brano, sotto la promessa di non trasmetterlo via radio. In realtà Mercury sapeva bene che il DJ non avrebbe tenuto fede alle promesse e cercando proprio di fare pubblicità al brano glielo diede. Everett iniziò a trasmetterlo di continuo, arrivando anche a toccare le quattordici volte in due giorni.

Il successo fu tale che l’etichetta discografica fu “costretta” a pubblicare il singolo, uscito il 31 ottobre 1975, che venne certificato disco di platino e rimase per nove settimane al primo posto della classifica britannica.

Il resto è storia di un brano immortale per complessità, genio e duttilità vocale e musicale, arrivato al cuore anche dei giovanissimi grazie al film uscito lo scorso anno proprio dal titolo “Bohemian Rhapsody”

Ciò che rende comunque diverso A night At the Opera, anche se non svincolato del tutto dai suoi illustri precedenti, è la presenza di due elementi: una forte ironia e capacità di parodia da parte di Mercury & co. e uno stile barocco, pomposo, alcune volte magari sin troppo, ma che connota in maniera decisiva e originale la musica dei Queen. Il disco, come suddetto, è l’omaggio del gruppo inglese all’opera.

Si parte con Death on two legs in cui il signor Bulsara mette nel testo tutta il suo sarcasmo “Succhi il mio sangue come una sanguisuga, infrangi la legge e ne violi le regole, mi torci il cervello finché fa male”, il tutto condito in salsa hard-rock.

E’ il tempo poi della allegra composizione Lazing on the Sunday afternoon, con una musica retro, che introduce I’m in love with my car, legata senza interruzioni alla precedente canzone. Questa canzone è cantata dal batterista Roger Taylor, grande appassionato di motori.

Il rombo con cui si chiude la canzone la lega alla seguente You’re my best friend che poggia su un accattivante giro di basso, ripetuto lungo tutta la canzone.

C’è anche il tempo per del country: la voce di Brian May con il solo accompagnamento di una chitarra acustica e di alcuni cori aggiunti intona 1939, grazioso episodio all’interno dell’opera.

La pianistica Seaside rendez-vous ci fa ritornare alle gradevoli atmosfere già presenti in Lazing on the Sunday afternoon.

L’hard rock torna a ruggire nella successiva Sweet lady, in cui May ci delizia ancora con il suo virtuosismo chitarristico proponendo potenti riff distorti cesellati dalla maestria vocale di Mercury.

E’ il momento di The prophet’s song, monumento al prog dei Queen. Otto minuti intensi tra chitarre acustiche, elettriche, vocalizzo e sovrapposizioni vocali molto suggestivi e vicini alla musica medievale.

Love of my life, capolavoro soft della band, si collega senza interruzioni alla precedente, e c’è un netto cambio di atmosfera: viene a galla il Freddie Mercury più romantico, che accompagna una struggente melodia: un mix vincente che renderà Love of my life la ballad più famosa dell’intera discografia dei Queen.

Ancora variazione di toni e siamo catapultati in Good company, brano eseguito con l’ukulele e cantato dalla voce di Brian May.

L’arte dei Queen è una delle più emblematiche espressioni musicali della “riscoperta” del barocco nel Novecento. La loro versione di una “musica caleidoscopio”, tragica e comica al tempo stesso, aperta verso l’infinitamente grande e verso l’infinitamente piccolo, malata di grandeur e disillusione, un gran calderone in cui mescolare ingredienti impossibili, è per molti aspetti vicina nello spirito al barocco letterario degli inizi del ‘600, e ci regala uno dei momenti più alti di quella follia disorientata – tipicamente novecentesca – priva di certezze sulla via da seguire, che darà origine da un lato alle tendenze minimaliste che segnano tutto il nostro tempo, dall’altro ad alcuni episodi isolati di malinconica smania di grandezza, fra cui vogliamo annoverare anche questo disco.