#TellMeRock, 22 Novembre 1968: i Beatles e il loro White Album: il diario geniale di un addio

EDITORIALE – A Sgt Pepper’s i Beatles danno un seguito, esattamente un anno, cinque mesi e ventuno giorni dopo.

Un’eternità per come si è abituati negli anni ’60 e per gli stessi Fab Four, che avevano impiegato poco più del tempo sopra citato per pubblicare quattro LP, con quello che da diversi punti di vista è il suo esatto opposto, tanto per iniziare dalla copertina: minimalissima, mentre quella del Sgt. Pepper’s era affollata e colorata, tutta bianca e con il nome del gruppo che nemmeno è scritto sul davanti bensì impresso in rilievo, così che bisogna guardare proprio da vicino che si tratta del nuovo album di John, Paul, George e Ringo.

Ecco, il punto è proprio questo, che il “doppio bianco” come viene soprannominato il capolavoro White Album, pubblicato il 22 novembre 1968, è si il nono lavoro in studio dei Beatles, il più atteso ma in compenso pure il più generoso, con le sue quattro facciate per complessivi novantatré minuti di musica, ma contemporaneamente è anche l’inizio di quattro carriere solistiche che sfortunatamente, a metterle insieme, di musica memorabile non ne regaleranno molta di più di quella che c’è qui.

Ma il White Album memorabile lo è eccome, a partire da alcune sue tracce simbolo come Helter Shekter, canzone che tutti vorrebbero ricordare per come è stata scritta ma al tempo stesso che tutti vorrebbero dimenticare per come è stata usata e per cosa ha innescato.

Nacque così: nel 1968 Paul McCartney aveva appena letto una recensione di I Can See for Miles degli Who, dove il giornalista, Chris Welch del Melody Maker, descriveva la canzone come la più fragorosa, violenta e selvaggia mai registrata dagli Who. In un’intervista a Mojo dell’ottobre 2008, McCartney ha cambiato versione di questa storia, dicendo che non si trattava di una recensione ma di un’intervista e che era sua intenzione confutare le parole di Pete Townshend. Poco importa.

Conta che a Paul venne in mente di fare qualcosa di simile agli Who, una rottura temporanea con il passato. La prima registrazione per il White Album fu violenta e lunga, ventisette minuti. La seconda fu più breve ma altrettanto dura, tanto che alla fine si può sentire Ringo esclamare “Ho le vesciche alle dita”.

Le parole Helter Shekter, espressione inglese che definisce i grandi scivoli di forma elicoidale che si trovano nei luna park, furono ritrovate, il 9 agosto 1969, scritte con il sangue sui muri della villa di Bel Air, a Los Angeles, dove Charles Manson e la sua setta satanica massacrarono sei persone, tra cui l’attrice Sharon Tate, moglie di Roman Polanski e incinta di otto mesi. Manson aveva ascoltato la canzone dei Beatles e, nella sua follia, si era convinto che il messaggio fosse chiaro: si stava avvicinando un conflitto razziale , i Beatles erano i quattro cavalieri dell’Apocalisse che ammonivano il mondo e lo invitavano a preparare le loro cose per fuggire nel deserto.

Ma il White album, a parte questa storia che ogni componente e non solo vuole dimenticare, è fatto di sperimentazione, sfida e voglia di cambiamento. Emblematica è la storia di Ob –La – Di, Ob – La – Da.

A Ringo Starr e George Harrison e non piaceva, ma Lennon la odiava proprio. La considerava la peggior canzone mai scritta da McCartney e, oltretutto, detestava i lunghissimi tempi di registrazione, utilizzati per tentare tempi e stili diversi. Così, un giorno, Lennon abbandonò lo studio dove nel 1968 stavano registrando l’Album Bianco, ne aveva abbastanza. Tornò dopo qualche ora e dopo aver assunto droghe. Disse agli altri Beatles che era fuori di testa e si sedette al piano dicendo: “Questo è quello di cui ha bisogno questa brutta canzone” e suonò l’intro di che sarebbe poi finita sul disco”.

 Ob –La – Di, Ob – La – Da è un’espressione della tribù Yoruba che significa La Vita va Avanti (life goes on, come dice il testo) e che McCartney sentì pronunciare da Jimmy Scott, un suonatore di conga nigeriano che aveva conosciuto in un club di Soho. Si era trasferito in Inghilterra negli anni Cinquanta, aveva suonato con Georgie Fame& The Blue Flames e con Stevie Wonder e, in seguito, avrebbe formato la  Ob –La – Di, Ob – La – Da Band.

Dopo il successo del brano, successo relativo perché gli altri tre Beatles avevano messo il veto di farlo uscire come singolo, Scott chiese soldi  in cambio della frase che aveva dato il via alla canzone, ma McCartney rifiutò dicendo che era solo un modo di dire della sua tribù e che non aveva rubato niente.

Quando Scott fu arrestato per non aver pagato gli alimenti alla moglie, chiese alla polizia di contattare l’ufficio dei Beatles per chiedere a McCartney di intercedere. Paul acconsentì a pagare gli arretrati a patto che Scott rinunciasse a ogni pretesa futura sulla canzone.

Jimmy Scott sarebbe poi entrato a far parte dei Bad Manners ed era ancora con loro quando morì, nel 1986. Aveva la polmonite. Di ritorno dall’America, all’aeroporto della dogana inglese fu trattenuto per ore, nudo, solo perché nigeriano. Il giorno dopo fu ricoverato in ospedale, dove morì.

Ma il brano più affascinante del White Album, a mio modesto avviso, resta While My Guitar Gently Weeps. George Harrison era affascinato da quel libro e dal suo concetto base: in Oriente tutto è relativo al testo, mentre in Occidente tutto è coincidenza. Nel 1968 il chitarrista dei Beatles leggeva l’I Ching, considerato da Confucio il libro della saggezza, e pensava che sarebbe stato bello mettere in pratica i suoi insegnamenti, così lontani da quelli che avevano condizionato la sua adolescenza. L’I Ching, conosciuto anche come Libro dei Mutamenti, è ritenuto il primo testo classico cinese dalla nascita dell’impero, sopravvissuto alla distruzione delle biblioteche da parte dell’imperatore Qin Shi Huang, che nel 213 a.C. fece bruciare tutti i libri allo scopo di eliminare ogni traccia di tradizione che potesse minacciare il suo mandato o criticare le sue decisioni.

George era a casa dei suoi genitori, nel Lancashire, e stava ripensando a quello che aveva imparato negli ultimi giorni. Pensava anche ad applicare l’I Ching all’arte di comporre canzoni, così prese un libro a caso dalla libreria dei suoi, avrebbe scritto una canzone sulle prime parole in cui si sarebbe imbattuto.  Gently Weeps, piange dolcemente… quelle erano.

Una prima stesura di While My Guitar Gently Weeps fu scritta velocemente, ma George Harrison cambiò più volte il testo nel corso delle settimane successive. Quando pensò che fosse pronta la sottopose al giudizio degli altri Beatles, ottenendo in cambio la risposta di sempre: disinteresse o poco più. Una prima versione acustica con Harrison alla chitarra e McCartney all’organo fu registrata e fu subito accantonata, la si può ascoltare in The Beatles Anthology 3.

Il cambio di passo avvenne quando Harrison portò con sé in studio il suo grande amico Eric Clapton (grande amico prima che quest’ultimo si innamorasse di sua moglie). Slowhand non era molto felice, perché giustamente ripeteva che nessuno aveva mai suonato in un disco dei Beatles se non i Beatles e che dunque il suo arrivo non sarebbe stato accettato con una standing ovation, ma fu favorevole solo per aiutare George.

Il suo ingresso calmò per un po’ le acque, segnando una tregua nelle molto turbolenti registrazioni del White Album e quando Clapton mise mano a While My Guitar Gently Weeps, anche Lennon e McCartney si convinsero che era davvero una grande canzone.

E’il ritorno dei Beatles a sonorità più tradizionali e vicine al pop melodico e inerenti a melodie raffinate. Si abbandona la psichedelia del Sgt. Pepper’s e si torna a essere Fab Four in piena autenticità, in un momento il cui il rock stava cambiando e avrebbe preso inevitabilmente altre strade.