#TellMeRock, 23 febbraio 1974, l’esordio dei Kiss, quando il rock indossò il trucco

EDITORIALE – Ecco il passo di slancio che consegna alla leggenda una delle band più incredibili di tutti i tempi: i KISS. Dieci canzoni intrise di make-up, ambizione e di quella feroce voglia di trasformare il sogno americano in realtà sonora. Pubblicato il 23 febbraio 1974, Kiss rappresenta l’atto di nascita ufficiale di un mito destinato a cambiare per sempre l’immaginario del rock spettacolare.

L’album viene inciso nel settembre del 1973 ai Bell Sound Studios, nel cuore pulsante di Manhattan, tra le luci di Broadway e l’energia febbrile di una città che non dorme mai. A guidare i quattro newyorchesi ci sono Kenny Kerner e Ritchie Wise, produttori già affermati nella scena rock dell’epoca, destinati a diventare figure chiave anche nel secondo capitolo discografico della band.

Fin dal primo ascolto emerge con chiarezza il binomio perfetto tra canzoni e suono. Il sound appare sorprendentemente moderno e aggressivo rispetto agli standard del periodo: ancora oggi Kiss suona vivo, fresco, quasi contemporaneo, nonostante decenni di rivoluzioni tecnologiche abbiano trasformato il modo di registrare musica. Le tracce sono veri proiettili rock che da oltre trent’anni alimentano la cartucciera live della band.

Brani come Strutter, Nothin’ to Lose, Firehouse, Cold Gin, Deuce e Black Diamond nascono tutti qui, nello stesso momento creativo, e diventeranno colonne portanti delle esibizioni dei quattro mascherati. La forza del disco è difficilmente discutibile: canzoni solide, costruite su un crescendo irresistibile. Black Diamond esplode con una tensione emotiva magnetica; Strutter si aggrappa a hook di chitarra che si imprimono nella memoria mentre la voce tagliente di Gene Simmons domina la scena.

Nothin’ to Lose conquista con un ritornello immediato; Firehouse inchioda l’ascoltatore dalla prima nota fino al solo pirotecnico di Ace Frehley, la cui sei corde sembra singhiozzare e sputare anima attraverso gli amplificatori.

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Il riff iniziale di Cold Gin, con una distorsione sorprendentemente moderna, potrebbe essere stato scritto ieri. A completare il quadro arriva l’ugola oscura di Simmons, che scolpisce un pezzo pesante e visionario, mentre lo stacco centrale dimostra quanto i KISS fossero avanti rispetto ai tempi.

Più agile e luminosa è Let Me Know, impreziosita da armonie vocali quasi beatlesiane e da un andamento leggero che rende pop un brano sostenuto da un duello vocale tra Gene e Paul, coronato da un assolo furioso.

Due episodi restano invece curiosità nella scaletta: Kissin’ Time e Love Theme from Kiss, inseriti per volontà della casa discografica. Il primo è un rifacimento sixties pensato persino per promuovere gare di baci.

Love Theme from Kiss è uno strumentale elegante ma atipico, destinato a rimanere un’anomalia nella futura produzione del gruppo.

Con Deuce il disco torna immediatamente sui binari più autentici, mentre 100,000 Years, costruita su una linea di basso ipnotica e sulla voce carismatica di Paul Stanley, mostra già il DNA della rockstar destinata a emergere.

E poi c’è il look. Non a caso lo si lascia per ultimo. Per molti i KISS sono stati soltanto quattro abili commercianti dell’immagine, musicisti che dietro il trucco avrebbero nascosto il vuoto. Ma la realtà è un’altra. Dietro quell’estetica rivoluzionaria — mai nessuno aveva osato tanto prima — si nascondevano canzoni vere, destinate a fare storia. Non serve essere virtuosi assoluti per conquistare l’Olimpo del rock: serve visione.

Il loro aspetto era così originale che, durante la session fotografica della copertina, vennero scambiati per clown circensi da chi avrebbe dovuto immortalarli. Dal vivo, però, ogni dubbio svaniva: trucco, esplosioni, adrenalina e volume assordante trasformavano i concerti in esperienze travolgenti. Lo shock visivo era totale, mentre la musica colpiva con brutalità irresistibile.

La copertina — i quattro volti dipinti su sfondo nero, con un Peter Criss truccato in modo inconsueto per via di make-up artist inesperti — accese l’immaginazione del pubblico e convinse numerosi deejay a passare i brani in radio. L’album vendette tra le 60 e le 70 mila copie, entrò nella Top 100 e regalò alla band le prime vere luci della notorietà.

Da quel momento iniziò il tour, necessario per mostrare al mondo la potenza del loro spettacolare live show.

Sono passati cinquantadue anni, e i KISS — dopo una carriera incredibile — continuano ancora a calcare i palchi di tutto il pianeta. Un debutto monumentale per quattro ragazzi che avevano già inciso, nei solchi del loro primo LP, la traiettoria inevitabile verso il successo mondiale.

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