#TellMeRock, 23 gennaio 1976: Station to Station, la fase buia di Bowie e la nascita del Duca Bianco

EDITORIALE – Un suono sferragliante di locomotiva introduce l’ascolto di Station to Station, album pubblicato il 23 gennaio del 1976, sull’onda del successo americano ottenuto da Bowie col suo predecessore, Young Americans.

Registrato nell’autunno del 1975 nei Cherokee Studios e nei L.A. Record Plant Studios di Hollywood, nel periodo più nero della permanenza losangelina di David BowieStation to Station è un album anomalo, sofferto, a tratti oscuro.

Bowie è al culmine del suo successo commerciale negli States, ma al tempo stesso si ritrova nel punto più nero della sua dipendenza dalla cocaina, perso in fantasticherie che vagano in maniera spesso incoerente e frammentata tra l’occultismo, la simbologia nazista, la cabala ed un desiderio di fede religiosa.

Il disordine privato dell’artista si riflette nell’andamento della registrazione dell’album: tra i suoi album del periodo “d’oro”, è quello che ha richiesto tempi più lunghi di lavorazione, e le sessioni spesso assumevano i tratti di vere e proprie maratone dalla durata mostruosa. Pare che, reso frenetico dall’abuso di cocaina, Bowie abbia in più di un’occasione raggiunto il record di 24 ore continuative in studio di registrazione, per la disperazione dei suoi collaboratori. Il tutto fu reso ancora più pesante dall’ossessione quasi maniacale dell’artista per i dettagli musicali: l’album fu registrato in quadrifonia su un desk a 24 piste, che consentì di lavorare su stratificazioni di tracce, che risultano così squisitamente elaborate ed intrecciate tra loro.

In Station to Station si ritrovano, per la prima volta tutti insieme, i membri di quella sezione ritmica che lascerà un’impronta inconfondibile nella produzione musicale di Bowie nella seconda metà degli anni Settanta. Brillantemente talentuosi e spiccatamente funky, ma al tempo stesso versatili e aperti alla sperimentazione, Carlos Alomar alla chitarra ritmica, George Murray al basso e Dennis Davis alla batteria saranno ricordati dai fans come una delle formazioni più azzeccate nella lunga carriera del Duca Bianco. A completare il tutto la chitarra solista di Earl Slick, il piano di Roy Bittan, preso in prestito dalla E-Street band, ed i backing vocals dell’amico Warren Peace. La produzione fu affidata ad Harry Maslin, che aveva già curato la produzione della cover di Across The Universe e del singolo “Fame” divenuto il primo n° 1 di Bowie negli USA, entrambi contenuti in Young Americans. La scelta del produttore, come vedremo in seguito, non fu priva di conseguenze sull’esito dell’album.

Album che, pur nei momenti più briosi, trasuda una sensazione di solitudine, di alienazione dal mondo e da se stessi.

Bowie crea il suo ennesimo personaggio, il Sottile Duca Bianco, un dandy etereo, elegante, gelido e distaccato, che si materializzerà con una potenza straordinaria nei suoi concerti dal vivo, dominati da gelide luci bianche e dal nero del suo completo di taglio classico.

Sotto il profilo musicale, Station to Station è un ponte tra passato e futuro: per un verso indugia ancora sulle atmosfere soul e funky che hanno dominato l’album precedente, e che sono particolarmente evidenti in brani come Golden Years, col suo andamento morbido, i suoi cori suadenti, la ritmica ondeggiante e accattivante e la chitarra che snocciola note liquide e sinuose.

Poi arriva Stay, dominata dal riff funky del chitarrista Earl Slick, che si scatena nella lunga coda strumentale. Per altro verso, con la splendida, mutevole, ambigua title track sembra preannunciare, addirittura testualmente, un ritorno all’Europa, alla sua musica ed alla sua arte.

Non è un mistero che Bowie, nel 75, fosse affascinato dalla nuova ondata elettronica tedesca, dai ritmi motorik dei Neu! dalle algide atmosfere sintetizzate di Autobahn dei Kraftwerk, dalle sperimentazioni dei Can. Sempre più stanco del rock tradizionale, già tradito in favore della sua recente infatuazione per il soul ed il funky, Bowie vede nei percorsi sperimentali della scena tedesca un possibile sviluppo musicale molto più intrigante di quello offerto dal panorama mainstream.

Ebbene, lo splendido, lunghissimo brano iniziale che da il nome all’album è, da un punto di vista musicale, un improbabile ed affascinante trait d’union tra l’innamoramento per la musica nera e le sue ritmiche, e le gelide e fascinose pulsazioni dei pionieri dell’elettronica teutonica. In oltre nove minuti di viaggio musicale, la trama sonora varia per ben tre volte, cambiando ritmica, linea melodica, prospettiva, quasi a voler portare l’ascoltatore a smarrirsi nel suo percorso obliquo.

Il risultato, di per sé già splendido – parliamo di uno dei brani più avvincenti dell’intera produzione bowieana – sarebbe stato ancora più azzardato e sconcertante se Bowie, anziché cedere alle pressioni del produttore, avesse conservato il missaggio secco e privo di qualsiasi eco e riverbero che aveva in mente originariamente.

Ma i motivi di interesse non si limitano al solo aspetto musicale: Station to Station è anche una sorta di manifesto, di autoritratto a tratti oscuro e criptico (“un movimento magico da Kether a Malkuth”), a tratti desolatamente sincero (“non sono gli effetti collaterali della cocaina, penso si tratti di amore”), in cui, con eccellente senso drammatico, si staglia la figura del Sottile Duca Bianco che se ne sta “in piedi nella mia stanza ad osservare l’oceano” e lancia “dardi negli occhi degli amanti“.

Non meno intenso e drammatico è il singolare brano di chiusura del “lato A” del vinile, Word on a Wing, che su un tappeto sonoro in cui si intrecciano languide note di pianoforte e singolari accompagnamenti di percussioni, Bowie si lascia andare ad un’accorata preghiera al Signore, nel disperato tentativo di ritrovare un proprio spazio “nel Tuo ordine delle cose“.

TVC15, condotta su una efficace linea di pianoforte su cui si innestano, con notevole violenza, le chitarre elettriche, è un’ironica e paranoica riflessione sul potere alienante della televisione, mentre l’album si chiude con una splendida cover di Wild Is The Wind, brano classico di Dimitri Tiomkin, già interpretato magistralmente da Nina Simone, in cui si evidenziano le doti interpretative di Bowie, che si lascia andare a virtuosismi ricchi di espressività ed intensità drammatica.

Station to Station ha rappresentato l’ultimo capitolo della fase “americana” di Bowie, nella metà degli anni settanta, ed il suo fascino risiede proprio nel suo essere un ponte verso il futuro, nelle contraddizioni e nelle tensioni che lo percorrono, nel senso di angosciato egocentrismo che trasmettono i versi dell’artista, e che ne fanno uno dei capolavori assoluti della discografia del Duca.