#TellMeRock, 23 Novembre 1979: la scuola secondo i Pink Floyd e i tormenti del Roger Waters di Another Brick in The Wall

EDITORIALE – Pink è stato rimproverato dal suo insegnante (si può sentire la sua voce nella sopra citata The Happiest Days Of Our Lives) e si rifugia nella fantasia. Vede un’immensa schiera di studenti marciare compatta verso un gigantesco tritacarne, dal quale escono con i tratti del volto cancellati.  E’ il momento di ribellarsi, prendono a martellate la scuola e poi la incendiano, mentre nella sua testa rimbombano le note di Another Brick in The Wall.

È facile capire perché questa canzone sia stata adottata come inno dagli studenti neri di Elsie’s River, un sobborgo di Città del Capo, in Sudafrica, durante le manifestazioni di protesta contro la discriminazione razziale.

In realtà Roger Waters scrisse il brano non contro la scuola ma “contro un certo modo di interpretare la scuola, da parte di quegli insegnanti che sono legati al nozionismo e alle imposizioni, piuttosto che alla libertà del pensiero degli studenti.

Il 23 novembre del 1979 vede così la luce Another Brick in the Wall (Part II), singolo scelto per far conoscere al mondo The Wall, il disco epocale dei Pink Floyd che uscirà sette giorni dopo.

Another Brick In The Wall è una canzone divisa in tre parti; la più famosa è la seconda, con il coro della Islington Green School, che fu scelta essenzialmente per comodità perché si trovava proprio a un passo dai Britannia Row Studios. Nel brano si possono ascoltare 23 ragazzi di età compresa tra i 13 e i 15 anni, ma le voci vennero sovrapposte per 12 volte per dare l’idea che fossero molto più numerose. L’idea di un coro era venuta al produttore Bob Ezrin, che già aveva utilizzato un coro di studenti in School’Out di Alice Cooper.

Ognuno di noi costruisce intorno a sé un muro che lo separa dalla realtà. I mattoni del muro sono quegli eventi che, anziché aumentare la consapevolezza e le possibilità di vivere in modo cosciente, finiscono per diventare la materia prima della separazione, dell’isolamento, della fine.

Anche se alquanto semplificato, è questo il filo conduttore alla base delle riflessioni che portano il bassista e cantante Roger Waters alla genesi di questo grande disco dei Pink Floyd, The Wall.