#TellMeRock, 15 Giugno 1979: L’esordio dei Joy Division e la nascita di ‘Unknown Pleasures’

EDITORIALE – Prima di parlarvi di questo disco, bisogna fare una doverosa precisazione.

Un po’ come accade per i Doors e i Nirvana, di cui i Joy Division rappresentano una sorta di equivalente (sovra)generazionale, il rischio che si corre è collocare troppo in primo piano “l’alone mitologico”.

 E’altresì vero che Ian Curtis era una figura autenticamente carismatica e tragica allo stesso tempo e dalla quale risulta difficile scindere tutta la compagine dei Joy Division, scioltasi poi prima di partire per un tour americano a causa del triste suicidio di costui e di cui, il 18 maggio, ne ricorre il triste anniversario.

Ian Curtis

Oltre questo, mettiamoci anche il fatto che per molti anni e per qualcuno, Joy Division fosse un marchio di magliette da indossare, un po’ come l’Eddie degli Iron Maiden, portato a spasso senza magari conoscerne storia, album o peggio ancora “categoria”.

Ma Unknown Pleasure, leggendario disco d’esordio dei Joy Division, pubblicato il 15 Giugno del 1979, è un album che la storia consegna agli annali per molti significati e per il lavoro introspettivo, misterioso e a tratti cupo che lo circonda.

C’è qualcosa nella musica dei Joy Division che respinge o cattura: istintivamente, senza mezze misure di ascolto. O il suono ripugna, scatenando un conato simile al riflesso dell’astemio quando viene a contatto con l’alcool oppure trascina, intrappolando l’ascoltatore in un gorgo di disperazione che distrugge ogni difesa immunitaria. Perché la musica dei Joy Division è musica malata, musica pericolosa, come a volte solo la musica rock riesce a essere.

Dopo varie sperimentazioni e suoni new wave ancora magari troppo grezzi o ingenui, l’ingresso in una giovane etichetta indipendente, la Factory, e l’incontro con il produttore Martin Hannett sono gli elementi di equilibrio che permettono alla band di Manchester, di approdare al suono compiuto e originale di “Unknown Pleasures” registrato nell’aprile del 1979 agli Strawberry Studios di Stockport e apparso nei negozi nel mese di giugno. La copertina, ideata dal grafico del gruppo Peter Faville, è tra le più potenti ed enigmatiche del rock. Solo un piccolo diagramma rettangolare, disegnato con sottili e increspate linee bianche, si staglia sullo sfondo nero, terribile e colmo di funesti presagi.

Appena il disco parte, si ha come l’impressione di essere catapultati in una sorta di rito di iniziazione, con la traccia di apertura, Disorder, subito a tracciare la linea dell’album. Una batteria sorda e compressa su cui il basso gira a ritmi vertiginosi senza sosta, come impazzito, ci trascina in una dinamica nervosa, anzi nevrotica. Perché la tensione, nei Joy Division, è un elemento cardine, quasi a voler tenere l’ascoltatore sull’attenti e lungo una scia introspettiva che scava senza sosta dentro ognuno di noi.

Con la successiva “Day Of The Lords”, lenta e pesantissima, si entra nella stanza del dark più cupo e desolato. Dal buio le tastiere sparano fasci di luce, ma è luce tagliente e lancinante, una pura visione apocalittica. La chitarra ruvida e grezza risuona come ferraglia abbandonata ai margini di una periferia industriale come quella operaia della loro Manchester, L’andamento ritmico di “Candidate”, che in un altro contesto ci avrebbe cullato, si trasforma in una danza macabra, una ninnananna atroce. La voce carica di effetti suona ostica, quasu filtrata da una patina fastidiosa.

Capolavoro assoluto del disco e dell’intera musica dark, “New Dawn Fades” tocca gli abissi più profondi e impenetrabili dell’uomo. Dopo le prime e già intense note di basso, la chitarra inanella due riff memorabili, taglienti come la più spaventosa delle lame che al contempo provoca in profondità sussulti dell’io e in superficie tende un agguato alla nostra pelle. I riff dei Joy Division, ora di chitarra ora di basso, ora di entrambi a rincorrersi o sovrapporsi, sono una delle chiave di lettura della forza della loro musica. Una semplicità assoluta, poche note, ripetute implacabilmente, che distruggono ogni resistenza come gocce d’acqua che nella loro caduta inesorabile e sempre uguale, intaccano e contaminano ogni materia.

“She’s Lost Control”, un altro classico del disco, è sorretta dal dinamico riff di basso e da una batteria ovattata, così compressa da sembrare elettronica. La voce di Curtis, anch’essa straripante di echi, crea un effetto ipnotico quasi marziale, mentre la chitarra quadrata e più vicina al rock canonico incastra una semplice sequenza di accordi.

La saltellante “Wilderness”, con il basso strascicato e pulsante di Hook e l’irruenta “Interzone” che richiama il combat-rock dei Clash se non addirittura venature zeppeliniane, portano verso l’ultimo capolavoro del disco “I Remember Nothing”. Lenta e pesantissima, la canzone si sviluppa in sei minuti che rappresentano il tassello finale di questo percorso iniziatico alla musica dark.

Il dramma esistenziale di Curtis ha in “Unknown Pleasures” ancora la forza di trasformarsi in rabbia, in forza devastante che esplode verso l’esterno. Ma è l’ultimo grido, disperato, verso una realtà dalla quale Ian andrà in pochi mesi inesorabilmente allontanandosi. Con il successivo monumentale “Closer” il passo è infatti compiuto, verso l’eterno.

Un’eternità e un’eredità ancora viva oggi, nonostante quel tragico 18 maggio del 1980…