#TellMeRock, 25 Giugno 1984: Prince e i quarant’anni della leggenda di Purple Rain

EDITORIALE – C’è una leggenda che da anni scende insieme alla pioggia color porpora di Prince e riguarda il tour del folletto di Minneapolis dopo l’uscita dell’album 1999.

Prince capitava spesso di esibirsi nelle stesse città dove aveva appena suonato Bob Seger e, pur senza esser in alcun modo fan di Seger (la cui musica era distante anni luce dalla sua), Prince rimaneva sempre molto colpito dall’amore che la gente aveva per Night Moves, Against The Wind e Main Street, che stranamente erano le uniche ballate di Seger in un repertorio molto più rock e molto più duro.

Così anche Prince decise di scrivere una ballata, una e non più di una, sembra abbia detto, e da lì a poco nacque Purple Rain, una lunghissima ballad che si muove sinuosa tra gli estremi del rock, del pop e del gospel.

L’impatto fu così positivamente devastante anche presso i musicisti e i discografici che Prince cancellò alcuni versi diciamo più profani, che parlavano di soldi, per non diluire la spinta emotiva del brano.

Ultima curiosità: la prima volta che la pioggia purpurea fece la sua comparsa in una canzona fu in Ventura Highway degli AmericaWishin’ on a falling star/ Watchin’ for the early train/ Sorry boy, but I’ve been hit by Purple rain (“Ho espresso un desiderio su una stella cadente, aspettando il primo treno, ma fui colpito da una pioggia viola”).

Al di là del significato letterale, Purple Rain è anche il nome di un acido, di una droga allucinogena.

Quando si parla di Roger Nelson, si deve necessariamente tener conto di un fatto: è innamorato di se stesso, è affetto da una grave ed inusitata forma di narcisismo.

Con tutte le ragioni del mondo eh: Roger è uno dei più grandi geni della seconda metà del ‘900, è un artista che ha saputo riassumere decenni di storia della musica nera per proiettarli nel futuro. Purtroppo però, ne è perfettamente consapevole: già, perché un ragazzino che firma come “Dio” la prima lettera scritta a tale Miles Davis, e che sceglie pseudonimi che trasudano umiltà quali “Il Principe” e poi “L’Artista”, evidentemente si sente un fenomeno.

Prince non solo è stato ed è una delle più grandi star che abbiano mai illuminato il firmamento del pop, ma è pure un compositore raffinato ed eclettico, uno strumentista eccellente, un interprete unico. Se per MTV Prince dovrà sempre essere accostato a Madonna e compagnia (brutta o bella che sia), per il sottoscritto e molti altri il vero termine di paragone è costituito da, Sly StoneJames Brown, i FunkadelicStevie Wonder (tutt’al più, dal Jackson ancora umano ed ispirato dei primi due lavori, se proprio vogliamo), e mettiamoci pure una goliardia di fondo che rimanda a tale Frank Zappa

Prince, al massimo del suo splendore, è una sorta di Zappa nero che si diverte a rileggere il massimo idolo James Brown e la chitarra di Jimi Hendrix in versione patinata, caricando poi tutto con un tocco di futurismo e con una sessualità androgina e disinibita, oltre che con una sensibilità “pop” capace di sbaragliare la concorrenza e con un edonismo 80’s sfacciatissimo (il che gli procurerà non poche antipatie fra certi “puristi”).

Purple Rain è il simbolo stesso di questo massimo splendore, un capolavoro di eclettismo, capace di coniugare come pochi altri ricercatezza e facilità, arte e commercio. Ma anche uno fra i più grandi best-seller della musica pop (pubblicato il 25 giugno del 1984, resterà a lungo in vetta a quasi tutte le classifiche), un disco ancora che ancora oggi riesce a scucire con facilità e con una certa frequenza qualche soldo di tasca a moltissimi appassionati. Per la verità, Purple Rain è lavoro attribuito a Prince & The Revolution, band composta fra gli altri dai veterani Lisa Coleman, Matt Fink e Bobby Z., oltre che da altri strumentisti di valore come Wendy Melvoin (chitarra) e Brown Mark (basso). Ma ciò non toglie che la sapiente regia sia sempre tutta nelle mani del Principe, il tiranno narciso, l’uomo solo al comando, che lascia agli altri le briciole (giusto Computer Blue è scritta a più mani).

Il segreto del successo di quest’opera è abbastanza semplice: si tratta di un disco irresistibile, estremamente easy all’ascolto eppure capace nel tempo di rivelare dettagli nuovi, rimandi inusuali, spunti originali, ritornelli immortali (i famosi “hook”).

Let’s go crazy è uno scatenato funk-rock appena tinto di psichedelia, che inneggia al divertimento al grido di “liberiamoci”.

Non è il pezzo più interessante del disco, in ogni caso: già la successiva Take me with U, cantata a due voci dal Principe ed Apollonia, più morbida ed a tratti addirittura folkeggiante, compie un passo in avanti e mostra una scrittura di grande impatto.

Con The Beautiful Ones sembra, ancora oggi, di essere proiettati nel futuro: per il sottoscritto si tratta del classico pezzo che non stanca mai, che a distanza di tantissimi anni dal primo ascolto conserva un fascino assoluto. È una ballata soul-pop prodotta ed arrangiata in maniera sopraffina e futurista, che ruota attorno a brevi incisi melodici calanti costruiti su cinque-sei note, ove Prince sprigiona il proprio sentimentalismo esasperato senza inibizioni.

When Doves Cry è il singolo che ha lanciato in orbita il disco: è un pezzo sicuramente piacevole, ma personalmente lo trovo meno accattivante ed irresistibile di altre composizioni; anche se per il funk e la musica nera si tratterà di un autentico shock: udite udite… manca il basso!