#TellMeRock, 26 Febbraio 1992: “One” degli U2: tre videoclip, mille interpretazioni e una verità tutt’altro che romantica

EDITORIALE – Per ironia della sorte, una canzone intitolata One — cioè “uno” — possiede ben tre videoclip ufficiali e probabilmente infinite interpretazioni. Del resto, come canta Bono, “we’re one, but we’re not the same”: siamo uno, ma non siamo la stessa cosa.

Ed è proprio da questa contraddizione che nasce il mistero di uno dei brani più iconici degli U2. Fin dalla sua uscita, One, pubblicata come singolo il 26 febbraio del 1992, è stata accompagnata da letture diverse, spesso intense e contrastanti. La più diffusa racconta un dialogo doloroso tra un padre e un figlio gay malato di AIDS, interpretazione capace di amplificare la malinconia del brano e affiancata negli anni anche da una chiave più personale, secondo cui la canzone rifletterebbe il rapporto complicato tra Bono e suo padre. Gran parte della lettura legata all’AIDS nasce da uno dei tre videoclip, quello passato alla storia come “il video del bisonte”, diretto da Mark Pellington, che si ispirò all’opera Untitled (Buffaloes) dell’artista David Wojnarowicz, simbolo visivo dell’epidemia degli anni ’80 in cui una mandria di bufali precipita da una scogliera, potente metafora di una tragedia collettiva riportata anche nella copertina del singolo.

Wojnarowicz morì a soli 37 anni per complicazioni legate all’AIDS e l’associazione tra immagini e canzone divenne quasi inevitabile, anche se Bono ha sempre ridimensionato questa interpretazione definendola troppo libera e frutto della tendenza a collegare automaticamente i temi relazionali allo spettro della malattia, ricordando che le minacce alle relazioni umane sono molte di più e molto più universali.

Un’altra teoria nasce invece dal videoclip diretto da Anton Corbijn, storico collaboratore di Depeche Mode e Joy Division, nel quale compare Robert Hewson, padre del cantante: una scelta che ha alimentato l’idea di una resa dei conti familiare. In realtà, il regista spiegò che la presenza del padre di Bono era puramente simbolica e legata al concetto visivo di equilibrio tra due persone, rappresentato anche da una sorta di altalena a due posti, metafora delle relazioni in cui da soli è difficile trovare stabilità; curioso il fatto che Robert Hewson pare si fosse poi lamentato con il figlio per non essere stato pagato per la comparsa.

A diventare però il videoclip più riconoscibile, quasi quello ufficiale, è la versione diretta da Phil Joanou, dove Bono appare seduto da solo in un locale mentre scorrono flashback con una donna che sembra ormai perduta: una narrazione più intima che avvicina il pubblico al cuore del brano, quello di una relazione logorata in cui due persone continuano comunque a cercarsi anche quando è ormai troppo tardi per salvare il passato. The Edge ha spiegato che One racconta una conversazione dura tra due individui segnati da un periodo difficile, ma anche il tentativo necessario di sostenersi a vicenda, ammettendo ironicamente di non capire perché la canzone venga scelta così spesso per i matrimoni. Contrariamente a quanto suggerisce il titolo, infatti, One non è un inno all’unità universale: Bono ha chiarito più volte che il brano è anti-romantico, quasi punk nella sua filosofia, perché non parla dell’essere uniti per scelta o idealismo, ma della consapevolezza di non avere alternative. Siamo diversi, spesso incompatibili, eppure costretti a sostenerci per andare avanti: non un abbraccio consolatorio, ma una verità più scomoda e reale, quella secondo cui nelle relazioni l’equilibrio nasce non dall’essere uguali, ma dal continuare a tendersi la mano anche quando farlo è difficile. Ed è forse proprio questa imperfezione a rendere One una delle canzoni più potenti mai scritte dagli U2.

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