EDITORIALE – Parlando dei Creedence Clearwater Revival, si corre il rischio di scivolare nelle più banali frasi fatte: “La quintessenza dell’american sound”, “L’abbecedario del rock n’roll” e via discorrendo. Si tratta però di un rischio inevitabile, perchè i Creedence sono stati anche questomiscelando influenze di vario tipo (dal soul al country, dal blues al rock n’roll) sono stati capaci di creare un sound inconfondibile, spontaneo ed eccitante, condito da una “mitologia” a base di swamp e bayou che evoca la Louisiana; cosa alquanto singolare, tenuto conto che i nostri sono californiani.
Ma nel panorama californiano di fine anni Sessanta diviso tra Jefferson Airplane, Grateful Dead, CSN, tra sballi psichedelici e contestazione politica, i Creedence erano a dir poco dei pesci fuor d’acqua; paradossalmente questo loro essere out of fashion e out of time ha rappresentato il loro punto di forza, e ha reso le loro canzoni impermeabili al trascorrere del tempo e al susseguirsi delle mode, tanto da diventare fonte di ispirazione per numerose band e artisti.
Cosmo’s Factory, pubblicato il 26 luglio del 1970, è il quinto album della band (formata dai fratelli Fogerty, John alla chitarra e voce e Tom alla chitarra; nonchè da Stu Cook al basso e Doug Clifford alla batteria). L’anno precedente era stato per la band un vero e prorio annus memorabilis , in quanto vide la luce una trilogia a dir poco irripetibile: Bayou Country, Green River, Willie And The Poorboys.
Cosmo’s Factory rappresenta l’apice della carriera della band, summa e sintesi della loro arte, della loro capacità di pescare a piene mani nella tradizione del passato per creare qualcosa di nuovo.
Tra tutti i dischi dei Creedence, Cosmo’s Factory è probabilmente il più vario, quello più “enciclopedico” nello svelare tutte le varie influenze della band, un meraviglioso contenitore nel quale trovano posto rock n’roll anfetaminici alla Chuck Berry come Travelin’ Band e blues da roadhouse come Before You Accuse Me.
C’è posto anche per le ballate country (Lookin’ Out My Back Door), galoppate a ritmo di psychobilly (la straordinaria Ramble Tamble, folk ballad dal sapore byrdsiano (Who’ll Stop The Rain), senza dimenticare Up Around The Bend, brano dal riff micidiale, che anticipa molto del power pop di lì a venire.
Come nei precedenti dischi non mancano le cover, da Ooby Dooby di Roy Orbison a My Baby Left Me di Arthur Crudup (interpretata anche da Elvis Presley), alla già citata Before You Accuse Me (di Bo Diddley) fino ad arrivare al capolavoro di Marvin Gaye I Heard It Through The Grapevine che diventa uno stravolto e stravolgente tour de force di circa 11 minuti.
Ma la palma di capolavoro assoluto del disco è indubbiamente la conosciutissima Run Through The Jungle, probabilmente uno dei pezzi più coverizzati di sempre (dai Gun Club a Lydia Lunch, passando per i Killdozer), archetipo dello swamp blues tipico dei Creedence: distorsioni “apocalittiche” di chitarra, ritmo “paludoso” e un testo che parla della guerra in Vietnam vista dai soldati.
Dopo questo capolavoro, i CCR daranno alle stampe altri due dischi, Pendulum e Mardi Gras, nei quali non mancano buoni spunti (Pagan baby per esempio), ma si riveleranno troppo incostanti, nonchè privi (soprattutto il secondo, senza Tom Fogerty) della “magia” che invece possedevano i dischi precedenti…











































