#TellMeRock, 27 giugno 1966: l’esordio di Frank Zappa e il nuovo corso del rock

EDITORIALE – Ci sarebbero tante cose da dire per introdurre una recensione del primo album della gloriosa carriera di Frank Zappa: ad esempio che Freak Out, pubblicato il 27 giugno del 1966 è stato uno dei primi doppi album della storia, che è stato il primo vero e proprio concept album, oppure ancora che è stato uno dei primi album rock ad essere stato completamente curato dallo stesso interprete.

Ma visto che questa è per lo più forma, e visto che mi è bastato elencare frettolosamente queste caratteristiche per rendervene partecipi, preferisco passare al contenuto.

Cosa ci voleva dire Frank Zappa con questo lavoro?

Iniziamo con il localizzare nel tempo e nello spazio l’opera: 1966, California.

Questo ci può suggerire un certo insieme di esperienze che andavano dal vocal pop dei Beach Boys, al folk-rock dei Byrds, fino al blues rock britannico di Animals o dei Rolling Stones, non dimenticando poi il beat oramai maturo di Revolver.

Ora, Frank Zappa era un “freak” dei più puri, ma era anche un uomo colto, conoscendo per esempio l’avanguardia e avendo alle spalle una discreta carriera nel settore pubblicitario.

La sua opera prima si colloca quindi all’interno di un progetto intellettuale ben preciso, volto ad un attacco frontale e dissacrante di tutti i valori conformisti e borghesi (e quindi commerciali) che imperavano in molta musica del periodo.

Freak Out quindi non è ancora guerra aperta, ma è un modo per dire attraverso innumerevoli provocazioni: “io questa roba la saprei fare meglio di tutti i Beatles Beach Boys Rolling Stones Vattelapesca messi assieme!”

Bisogna dire che, anche se magari non meglio, sicuramente Zappa riesce con evidente maestria ed elasticità a spaziare e a dominare ogni genere fino ad allora conosciuto.

Si tratta di un manifesto, di una dichiarazione di quello che il nostro artista ha in mente di fare, di un progetto ampio, radicale, avanguardistico, che non vedrà la sua completa attuazione se non vari album più tardi.

Hungry Freaks, Daddy attacca subito con un vivace blues rock macchiato di estetica beat, ricolmo di bizzarie, di strumenti inusuali e di tanta abilità tecnica, come dimostra il fulminante assolo di chitarra elettrica. Don Van Vliet avrà sicuramente preso nota in vista del suo Safe As Milk dell’anno successivo. Sullo stesso piano c’è poi Motherly love, il blues-rock che si fonde con il jingle pubblicitario.

I Ain’t Got No Heart è un beat spiritosamente classicheggiante, decisamente coinvolgente grazie al suo procedere incalzante, dove elementi orchestrali si rendono abilissimi nel mescolarsi alla tipica strumentazione rock.

Who Are The Brain Police è il primo capolavoro dell’album, una cantilena rallentata e surreale che si trascina avanti strisciando, per esplodere nell’esploit dadaista e rumorista di metà brano. Ecco che le prime avvisaglie anarchiche della mente Zappiana fanno capolino in questo misterioso pezzo agrodolce.

L’atmosfera si fa decisamente più giocosa con il doo-wop provocatorio e sbeffeggiante di Go Cry On Somebody Else’s Shoulder, ricostruito a perfezione da quel gruppo di scanzonati scimmiottatori di musica commerciale che sembrano essere qui i membri della Mothers Of Invention.

Wowie Zowie, divertente e caracollante motivetto demenziale, segue a ruota sulla stessa ricerca stilistica, meritevole di splendidi e sbarazzini accordi di chitarra elettrica e di un senso splendido, nella sua ironia, della melodia, donato dallo spensierato xilofono che imperversa un po’ dovunque con irresistibile brio.

How Could I Be Such A Fool è un brano che abbozza l’operetta rock, ma lo fa con una decisa tinta psichedelica stereotipata, che per certi versi può ricordare le gonfie atmosfere di certi Love e di certi Beatles.

Fanno ancora parte di un divertissement colto You Didn’t Try To Call Me e Any Way The Wind Blow e le due tracce successive, tutte denotate da una ricerca strumentale voluta e precisa.

Trouble Every Day si presenta invece come un blues-rock duro, caustico e massiccio. E anche lungo, capace di svilupparsi su se stesso per oltre sei minuti, con tanto di sfuriata finale. Ok, Zappa si è impadronito totalmente del rock!

Le ultime due tracce invece sono due devastanti collage dadaisti, anarchici, rivoluzionari, distruttivi e dissacranti. Non si era mai sentito nulla del genere fino ad ora, ma a partire da questo momento molti artisti impareranno dal maestro: i Jefferson Airplane, i Deviants, i Beatles, i Can, i Residents

Insomma, l’influenza sarà enorme.

Help I’m A Rock è costituito di otto minuti e mezzo di sballo lisergico e di solipsismo casuale. Accordi ripetuti di piano formano la base su cui voci allucinate si sfogano in cantilene atonali, in versacci, in risolini e urla. L’ipnosi zappiana procede per sovrapposizione di elementi e piccole variazioni sul tema, fino a che tutto viene stravolto da un cambio d’atmosfera sconvolgente. Un orgasmo femminile funge da ritmo per una giungla di strafatti impegnati in improbabili percussioni tribali. Assolo demenziale di voci. Poi Jazz surrealista. E ancora voci che si scavalcano in un immaginario equilibrio ritmico e melodico.

Ed ecco che appare, con la successiva The Return Of The Son Of Monster Magnet, il personaggio tipico del circo zappiano: Suzy Creamcheese. L’apertura è affidata ad una ritmica sincopata e ad un sibilo elettronico, nonché da accordi di piano free e destrutturati; la batteria è destinata a prendere velocità e a venire accompagnata da versi senza senso e rumori indefiniti, per una celebrazione anarchica di una creatività senza freni. Tra cambi innumerevoli di ritmo e di umore, nuovi orgasmi simulati, mille versi stravaganti e contrappunti dadaisti quasi inverosimili passano dodici minuti, e tutto finisce.

Ma questo è solo un piccolo, nella sua grandezza, assaggio di ciò che Frank Zappa e la sua Mothers of Invention sono in grado di fare.

Ne è testimone tutta la musica dal ’67 a oggi. Frank Zappa lo ascoltiamo ogni giorno quindi, anche se inconsapevolmente.