#TellMeRock, 27 Giugno 1980: San Siro, i centomila e quel grido di libertà di Bob Marley

EDITORIALE – L’edizione in cd in commercio di Uprising aggiunge a fondo corsa un versione allungata registrata da Bob Marley & The Wailers e ben diversa da quella universalmente nota di Redemption Song e una allungata di Could You Be Loved.

Sono belle curiosità che il fan di sicuro gradisce, eppure la loro inclusione in scaletta pare inopportuna per come sciupa il pathos che dava alla versione originale.

Per me la canzone più bella di Bob Marley, perché possiede quella commozione profonda , quel velo insopprimibile di malinconia di chi sa di avere il destino segnato. Bob Marley, che avrebbe compiuto 76 anni proprio oggi, scrisse Redemption Song nel 1979, quando sapeva di dover morire, di non avere più tempo. La versione più struggente e indimenticabile è quella nuda e straziante presente sul cofanetto Songs Of Freedom, relativa all’ultimo concerto di Marley a Pittsburgh il 23 settembre 1980. Ma memorabile non fu tanto ciò che si è potuto sentire, quanto quello che si è potuto vedere. 

Marley chiese silenzio dopo essere tornato sul palco, aveva concluso lo show con un trittico incendiario, lo stesso dei concerti di Milano e Torino di 40 anni esatti fa: No Woman No Cry, Exodus, Jamming. Lasciò sfogare la folla entusiasta, poi prese la chitarra acustica, e restò solo senza i suoi Wailers. Attaccò la prima strofa, poi la seconda

Emancipatevi dalla schiavitù mentale
Solo noi stessi possiamo liberare la nostra mente
Non aver paura dell’energia atomica
Perchè nessuno di loro può fermare il tempo
Per quanto ancora dovranno uccidere i nostri profeti,
Mentre stiamo da parte e guardiamo? Ooh!
Alcuni dicono che è solo una parte di questo:
Dobbiamo adempiere al libro.

Poi fu la volta del ritornello
Non mi aiuterai a cantare
Questi canti di libertà?
Perchè tutto quel che ho sempre avuto
Sono i canti di redenzione,
canti di redenzione
canti di redenzione

Marley si voltò verso la sua band che intanto era tornata sul palco e vide che piangevano tutti. Piangevano i roadies, i manager, gli amici ai bordi del palco. Era il testamento del Re del Raggae.

Redemption Song è l’ultima canzone del suo ultimo album Uprising, ed è anche l’ultima canzone che ha cantato dal vivo.

Un suggello di brano che emozionava ed emoziona ancora oggi in maniera indiscutibile, dall’uscita dell’album e fino a quel maledetto 11 maggio 1981, quando un tumore al cervello si portava via il profeta  del Raggae. Ci si rese subito conto che quello struggente spiritual era stato il suo congedo dalla vita.

Anche senza Redemption Song, Uprising sarebbe stato un congedo degnissimo. C’è l’amore per la vita e per la sua Jamaica, l’indole fanciullesca a vivere a pieno i propri sogni e una ritmica trascinante sulla quale è impossibile stare fermi.

Il live di Uprising fu portato in Italia nel 1980, con la tappa del 27 giugno a Milano e quella del giorno successivo al Comunale di Torino.

Lo Stadio San Siro si prepara ad ospitare un evento musicale senza precedenti. Quasi centomila persone sono accorse da tutta Italia, e anche dall’estero, per assistere al concerto di Bob Marley in programma per le ore 21:00. Prezzo del biglietto: lire 4.000. Cancelli aperti dalle ore 11:00.

Appena giunto all’aeroporto di Linate, il cantautore giamaicano concede qualche minuto ai microfoni del TG2 per una rapida intervista:

Oggi la musica reggae sta diventando una moda culturale. Gruppi rock come i Police, i Clash o anche Bob Dylan suonano il ritmo reggae. Che cosa pensi di questa tendenza?

«Sì, ce n’è di gente che suona reggae, che si serve del reggae, ma non mi importa molto. L’importante è che alla fine la musica reggae e la filosofia Rasta si diffondano sempre più nel mondo, che tutti i fratelli si riconoscano in ogni parte del mondo nella religione Rasta.»

Nella tua canzone Babylon System…

«Babylon System è una delle mie canzoni più forti, è contro il sistema, contro Babilonia!»

Sì ma nella canzone Babylon System tu critichi Babilonia, il mondo occidentale, spingi la tua gente alla rivolta. Tu che sei una super star prendi però un sacco di soldi da Babilonia, guadagni molto da questo sistema, non c’è una contraddizione?

«Ma i soldi non sono importanti, sono importanti per l’uomo bianco! L’uomo bianco prende i soldi, se ne impadronisce, ha fatto una religione dei soldi.»

Sì, ma i soldi sono importanti per chi non li ha!

«I soldi non sono importanti. Quello che è importante è Dio, il cielo, la Terra, il sole, la natura. I soldi non contano nulla, sono solo dei pezzi di carta che non devono condizionare la vita. Non devono renderci schiavi. Devi essere libero. La cosa più importante è che devi essere più libero che puoi.»

Voi vedete in Hailé Selassié la vostra guida…

«Hailé Selassié è vivo, è Dio! I giovani non hanno altro simbolo più importante di lui. Hailé Selassié è il nostro Re dei Re, il Rastafari. Il Dio vivente, personificazione dell’onnipotente, come è scritto nella Bibbia. Hailé Selassié è l’Africa. Per noi rappresenta il ritorno all’Africa. Senza Hailé Selassié noi non abbiamo patria.»

Uno degli aspetti più importanti della filosofia Rasta è il ritorno in Africa. Che cosa significa per te questo ritorno? è un’utopia oppure è possibile che si realizzi?

«No, non è un’utopia! Per la mia gente che è stata espropriata per tanto tempo di ricchezze, di cultura e di lavoro, non resta che la speranza di tornare in Africa. Non ci rimane che questa speranza, quella di credere che un giorno, questa è anche la nostra religione, che un giorno potremmo tornare tutti in Africa. Noi siamo per la pace, del resto provate a pensare voi bianchi che avete come riferimento l’Europa, che per noi non c’è che l’Africa. Capisci?»

In serata, prima dell’attesissimo Marley, si esibiscono Roberto Ciotti e il suo complesso, Pino Daniele con James Senese e Toni Esposito e gli Average White Band.

Il pubblico non si mostra gentile con i gruppi di apertura. La band napoletana è quella che sembra riscuotere maggior successo. Si ode invece un gran numero di fischi (accompagnati dal lancio di bottiglie di plastica) per il gruppo funk scozzese. «Il pubblico italiano può andare a farsi fottere!» commenta stizzito il frontman del complesso, quasi costretto ad abbandonare il palco.

L’impazienza degli spettatori è molto forte e culmina con un boato non appena Marley compare sulla scena assieme ai suoi Wailers.

Di seguito la scaletta dei brani:

01. Marley Chant
02. Natural Mystic
03. Positive Vibration
04. Revolution
05. I Shot The Sheriff
06. War
07. No More Trouble
08. Zimbabwe
09. Zion Train
10. No Woman, No Cry
11. Jammin’
12. Exodus
13. Redemption Song
14. Natty Dread
15. Work
16. Kaya
17. Roots, Rock, Reggae
18. Is This Love
19. Could You Be Loved
20. Kinky Reggae
21. Get Up, Stand Up