#TellMeRock, 28 Ottobre 1977: La monarchia secondo i Sex Pistols e quella rivoluzione punk destinata a fare storia

EDITORIALE – Quale migliore occasione per festeggiare il Giubileo di Elisabetta II, di una canzone che attacchi la monarchia inglese e definisca la Regina “un essere non umano a capo di un regime fascista, buona solo per l’immagine oleografica che attira i turisti”?

Quale migliore occasione per ribadire l’urlo punk del no future, nessun futuro per te e per me, niente da fare? Così pensava Malcolm Mclaren, genio della provocazione e manager dei Sex Pistols.

God Save The Queen (titolo originale No Future, poi Mclaren, giustamente, pensò che se si doveva attaccare bisognava usare tutte le armi a disposizione), uscì il giorno dei festeggiamenti, vale a dire il 7 giugno 1977.

I Pistols avrebbero dovuto cantarla per la prima volta su un barcone sulle rive del Tamigi, fuori da Westminster Palace, ma prevedibilmente fu loro negato il permesso e undici persone vennero arrestate. Nonostante il boicottaggio della Bbc, la band scalò le classifiche fino al secondo posto. Leggenda dice che in realtà fu il singolo più venduto in Inghilterra per molte settimane, ma che per il suo contenuto offensivo fu relegato al secondo posto per non cedere le armi al punk. Comunque sia, da allora, no future diventò lo slogan del movimento.

Checché ne possano dire oggi dire i quattro (ex) ragazzacci che per due anni misero a ferro e fuoco l’Inghilterra musicale, i Sex Pistols devono più o meno tutto al loro manager Malcolm McLaren, che con rara scaltrezza seppe trasformarli da teppistelli dei sobborghi londinesi in principali responsabili di una autentica rivoluzione capace di cambiare il corso della storia del rock.

Senza dubbio John “all’epoca Rotten” Lydon possedeva talento, Glen Matlock vantava brillanti intuizioni compositive, il suo sostituto Sid Vicious sapeva come farsi notare e Steve Jones e Paul Cock erano due belle facce da schiaffi, ma senza la regia di McLaren nulla sarebbe stato lo stesso.

Sovversivo, iconoclasta, irriverente e canzonatorio. In sostanza, contro ogni sistema. Questo è lo spirito del nascente punk, che radicalizza, in versione brutale e disarmonica, l’hard rock dei Led Zeppelin, dei Deep Purple e dei Black Sabbath. Desideroso di abbattere gli schemi musicali del cosiddetto “art rock” e del progressive, il punk dei Sex Pistols si pone come rivitalizzatore della scena rock, colpendo l’ascoltatore con un muro sonoro sotto forma di brani in micro episodi.

E’ tutta in Never Mind The Bollocks, uscito proprio il 28 ottobre 1977, la leggenda dei Sex Pistols: dodici canzoni ruvide, taglienti, caotiche e sboccate – eppure attraversate da una splendida vena pop – che saranno oggetto di infiniti tentativi di imitazione. Pochi accordi, ritmi moderatamente incalzanti e una voce beffardamente istrionica, tecnicamente limitati ma efficacissimi nel proporre un modello di rock n’roll irruente e selvaggio, la cui “pericolosità” era amplificata da liriche tanto ingenue quanto iconoclaste. Si pensi solo agli incipit dei primi due straordinari 45 giri, Anarchy In UK (“Sono un anticristo, un anarchico) e la sopra citata God Save The Queen ( “Dio salvi la Regina e il regime fascista”), punta di un piccolo iceberg rafforzato da altri inni di strada quali Pretty Vacant, Holidays In The Sun (anch’esse su singolo), Seventeen, Bodies, No Feelings, E.M.I., No Problems…

Benché colpito duramente, il Titanic del sistema non andò a picco: continuò invece a navigare, utilizzando come carburante anche la quantità folle di dischi postumi assemblati per sfruttare la fama acquisita della band, dal film celebrativo The Great Rock’N’Roll Swindle fino ad arrivare addirittura a reunion dichiaratamente speculative.

Oggi il volto di “Johnny il Marcio” è una delle più famose icone della nostra musica, alla pari quasi con miti come Presley, Jagger, Lennon, Morrison e Cobain: davvero niente male per uno che aveva tra i suoi slogan un pur convinto “No Future”.