#TellMeRock, 29 gennaio 2003: The Raven, Lou Reed che rilegge e mette in note Edgar Allan Poe

EDITORIALE – I dischi di Lou Reed non sono mai stati soltanto dischi e, anche nei momenti in cui il puro ascolto della musica è riuscito a far balenare lampi di bellezza, le canzoni disponevano di un doppio fondo. Quasi uno scompartimento che, anche una volta aperto, non ha mai lasciato entrare molta luce nè svelato del tutto il mistero del proprio contenuto.
Lou Reed ha sempre usato questa zona oscura come punto di partenza e di arrivo per la sua indagine sull’inconscio e sull’istinto umano.

Più che un disco, l’ennesimo assalto del conflitto infinito tra la bruciante epifania del rock e la potenza evocativa della parola: orchestrato da Lou Reed col piglio delle seconde (terze?) giovinezze, The Raven, pubblicato il 29 gennaio del 2003, è il figlioccio per forza di cose monco di un più ampio progetto teatrale denominato POEtry, in cui prendeva forma la venerazione dell’ex Velvet per il genio letterario di Edgar Allan Poe. Una prima nota di merito va alla scelta di pubblicarne due versioni, una in doppio cd contenente reading e canzoni per un totale di 36 tracce e l’altra in cd singolo che esclude quasi tutti i reading a parte The Valley Of Unrest (legge Elizabeth Ashley, Reed alle tastiere), la title track (legge un suggestivo Willelm Defoe) e Tripitena’s Speech (legge Amanda Plummer) per un comunque cospicuo programma di 21 pezzi. Va da sè che i fans si getteranno con languido tormento sulla versione estesa (o su entrambe), ma a tutti gli altri – specie a chi mastica l’inglese con difficoltà – non esito a consigliare l’edizione ridotta, che è poi quella di cui parleremo in questo #TellMeRock, essendo la più strutturalmente vicina a ciò che comunemente si intende – senza alcun esauriente alibi – per “album rock”.

Il disco parte dai versi iniziali de “Il corvo” (recitati così come li aveva scritti Poe), e poi si parte… Vengono recitati e riscritti, tra gli altri, “Il crollo della casa Usher” (presente solo nella versione doppia), e la title track “The Raven”, recitata da un Willem Defoe inquietante ma senza pari in quanto ad espressività della voce), e “Il pozzo e il pendolo”.

Escludendo forse lo splendido Songs For Drella (omaggio alla figura di Andy Warhol firmato assieme a John Cale), si tratta della proposta più marcatamente “concept” mai licenziata da Reed, una sorta di riarticolazione massimalista dell’afflato narrativo già alla base di capolavori come Berlin e Transformer, dai quali – come ad avocare una persistenza d’intenti – provengono due splendide riletture, la trepida The Bed (voce tenera e altera, basso ad archetto, il vaporoso background di Antony) e l’ineffabile Perfect Day (totalmente affidata alle tastiere di Friedrich Paravicini e alla voce eterea e androgina di Antony, straordinariamente simile al parossistico vibrato di Jeff Buckley in pezzi quali You And I).

Vecchie partite rigiocate, strategie incrudite, lucide, irruenti: come la pioggia di watt su deriva wave-punk di Blind Rage, il funky soul bianco di Change (illuminato dal violoncello di Jane Scarpantoni) o il rock’n’roll sontuoso di Edgar Allan Poe (prevedibile ma splendidamente confezionato, con quegli ottoni che falciano i piedi).

Mentre in Broadway Song, Lou Reed ritaglia per il sorprendente Steve Buscemi un ruolo di crooner da jazz cafè che fa venire in mente ancora Berlin, con però qualche mano di smalto (troppo?) sull’antica decadenza di inizio settanta.

Da qui poi si passa dalle atmosfere acustiche di “Who I am” e del duetto con Laurie Anderson su “Call on Me”, dal minimalismo pianistico di “Vanishing act” al rock jazzato di “Guilty” (con uno stupendo intervento al sax dell’inventore del free jazz Ornette Coleman), al blues di “I wanna know” (cantata con l’altrettanto splendido intervento dei Blind Boys of Alabama).

Difficile dire ora se “The Raven” sia un capolavoro. Certamente è l’opera di una mente musicale superiore: che Lou Reed fosse tale non è una novità. Però, a caldo, si possono provare a fare un paio di ragionamenti, per abbozzare un giudizio sul valore dell’opera.
Il primo tipo di ragionamento riguarda proprio la struttura generale del disco: che è assolutamente geniale, derivativa e personale contemporaneamente. In questo sta il genio di Lou Reed: con questo disco non ha creato una “semplice” messa in musica dei testi di Poe, ma li ha riscritti secondo la propria sensibilità. “Ho riletto e riscritto Poe – scrive Reed nel libretto dell’album- per trovare risposta alle solite domande: ‘Chi sono’ e ‘Perché sono attratto dalle cose che non dovrei fare?’ Ho lottato con queste questioni un sacco di volte: l’impulso di autodistruzione, il desiderio di automortificazione. Nella mia mente Poe è il padre di William Borroughs e Hubert Selby. Da sempre cerco di mettere in circolo nelle mie melodie il loro sangue”.

Un grande album, dunque, sempre che lo si voglia considerare alla stregua di un semplice album rock. Ambizioso, cerebrale, vivido, segnato da cambi di ritmo e direzione, slegato ma in fondo convincente, attendibile proprio in virtù della smisurata opinione di sé che lo muove e anima: di quelle che tipi come Lou Reed possono decisamente permettersi.