#TellMeRock, 3 Agosto 1987: L’hard rock anni ’80 e l’Hysteria dei Def Leppard

EDITORIALE – Se non altro per meriti commerciali (ha venduto uno sproposito: più di venti milioni di copie), quest’opera può essere assurta a simbolo dell’hard rock maggiormente di moda nella seconda metà degli anni ottanta, fatto di molta melodia, cori a profusione, suoni rotondissimi, arrangiamenti rimasticati e curatissimi, eccessi ritmici tenuti a freno. 

Per niente bellocci, non particolarmente carismatici e sciolti sul palco, tutt’altro che sopra la media con voci e strumenti, quelli del Leopardo Sordo devono ampia parte della loro fortuna alla sensazionale alchimia instauratasi col loro produttore, il sudafricano Robert John Lange detto Mutt, già artefice del salto di qualità di AC/DC e Foreigner, ma che proprio con essi ha concretizzato il suo capolavoro, cavando fuori il meglio dal talento si può dire qualunque di questa banda.

A loro merito l’aver assecondato, mettendo da parte il proprio ego, le espansionistiche voglie di questo iperattivo genietto dello studio di registrazione, consentendogli di mettere parecchio becco anche a livello compositivo e arrangiativo, sottoponendosi di buon grado a sfiancanti sedute di messa a punto dei suoni e di registrazione, alla ricerca del timbro perfetto, del take senza la minima sbavatura e con l’assoluta ispirazione, con tipica mentalità lavoratrice e cocciutaggine propria della loro città di provenienza, la siderurgica e proletaria Sheffield nello Yorkshire britannico, (il bel film “The Full Monty”, ambientato proprio lì, insegna molto al proposito).

Una formazione andata ben oltre il proprio talento quindi, epperò lavorando duro, e pure senza tirarsela per niente, da ragazzi simpatici e umili del proletariato di provincia, rimasti tali anche dopo il successo arriso copiosamente fin dal 1983 col precedente Pyromania, con Mutt già al suo posto in sala di regia. Ciò ha permesso loro di risolvere, tutti insieme, problemi molto grossi (un chitarrista alcolizzato da cacciare, un batterista rimasto con un solo braccio dopo un incidente e, nonostante questo, ancora lì al suo posto a tenere il ritmo con gli altri tre arti grazie a un kit speciale, un altro chitarrista alcolizzato ed eroinomane tanto da rimanerne secco… può bastare!). Eppure sono ancora insieme ancor oggi, uniti più che mai a far dischi e concerti per un decimo del pubblico di una volta, del pubblico di questo album.

Hysteria, pubblicato il 3 agosto del 1987, è fatto di dodici canzoni, sette (7) di queste a quel tempo volarono alte come singoli nelle classifiche anglosassoni e dell’estremo oriente (precisamente le prime sei in scaletta, più la canzone omonima in posizione 10). Un’esagerazione, un record inaudito, ma è ascoltando l’album con le orecchie di oggi, in prospettiva lontana dalle mode del momento, che ci si può rendere meglio conto del perché: trattasi di una specie di Dark Side Of The Moon del rock duro, con le voci che arrivano da ogni parte, le chitarre incredibilmente risonanti, i dosaggi di potenza e melodia centellinati in un raro equilibrio, in direzione della perfezione (ma beninteso, i testi non sono neanche avvicinabili a quelli di Waters…). 

Certo le ritmiche appaiono ripetitive: così rigide e con quel maledetto, ottantiano riverbero sul rullante… ma i suoni di chitarra appaiono ancor oggi imperiali, autenticamente vibranti sotto campane di vetro. Mostruoso poi il lavoro svolto da Lange con le voci del frontman Joe Elliott e dei suoi compagni.

Il disco è un puro concentrato di Energia (sì con la E maiuscola), una successione di potenziali hit da classifica ottantiani che si susseguono uno dopo l’altro. Che dire della tecnica dei musicisti? Eccelsa, assolo di chitarra potenti e anche abbastanza tamarri (non fraintendetemi nel senso anni 80, non certo truzzi!), basso serrato e pulsante che segue bene le battute del buon vecchio Allen, dietro alle pelli, che mena fendenti anche essendo naturalmente un po’ limitato nei movimenti; la voce si adatta alla perfezione a pezzi del calibro di Pour Some Sugar On Me (tormentone molto sottovalutato), Armageddon It, (che si può definire un inno), Don’t Shoot Shotgun (in cui si notano molto le influenze che i canguri del Rock, gli AC/DC, abbiano avuto su TUTTI i gruppi Hard Rock della storia) e Rocket (con quel suo ritornello a mo’ di coro da stadio che può far cantare chiunque).

Sul palco i Def Leppard appariranno sempre per quello che in realtà sono: un discreto, onesto e tosto gruppazzo rock. Uno fra i tanti, niente a che vedere con la magnificenza formale di questo dischetto, con gli alchimistici suoi intrecci di voci e chitarre, cori ed assoli, stacchi ed effetti, a imbellettare irresistibilmente una musica di base abbastanza semplicistica e canonica, con gli AC-DC come sua principale ispirazione.

Un monumento alla forma, comunque importante… ed onesto. Quelli del Leopardo non si sono mai atteggiati a fenomeni, meritando il rispetto più che dovuto quando si lavora duro sugli strumenti e si resta coesi ed amici gli uni con gli altri, nella buona e nella cattiva sorte.