#TellMeRock: 3 Giugno 1970, il giorno in cui i Deep Purple scolpirono la Storia dell’Hard Rock nella roccia…

EDITORIALE – Prendete il dopo Woodstock e la sua eredità, la parabola discendente di Jimi Hendrix e, sullo sfondo, lo scioglimento o ridimensionamento di gruppi blasonati come Beatles e Pink Floyd.

Serve una sferzata, un colpo di genio che ravvivi quel periodo e che riporti il rock a una dimensione nuova, movimentata, magari anche rude, ma soprattutto spettacolare in ogni sua componente.

L’onore e onere tocca ai Deep Purple che proprio il 3 giugno di cinquantuno anni fa, pubblicano il loro capolavoro “In Rock”.

Deep Purple In Rock o Monte Rushmore è il quarto album della band britannica e anche il primo realizzato dalla line up conosciuta dai fan come Mark II con Ian Gillan alla voce e Roger Glover al basso. Gillan fu scelto con lo scopo di sostituire il precedente cantante Rod Evans, considerato inadatto alla svolta hard rock del gruppo, la quale sarà rappresentata proprio dal suddetto album. Glover va a rimpiazzare Nick Simper al basso: tecnicamente siamo quasi sullo stesso piano, ma è grande la sua propensione ad inventarsi riff irresistibili nella loro schematica semplicità, accessibili a tutti a livello contagioso, nonché a prendersi da subito certe redini del gruppo a livello di gestione delle idee e dei suoni, di ordinamento ed organizzazione della creatività collettiva, grazie al suo carattere equilibrato, positivo e ostinato.

A Gillan viene chiesto più che altro di urlare e (per ora), esegue con grande voglia e vitalità. A Lord viene chiesto di limitarsi all’organo e lui, pianista di formazione classica, inizia da qui la sua assoluta fama di “svisatore” ed improvvisatore senza pari sulle note acute dell’Hammond, rese squassanti dal vorticare della tromba dell’ampli “Leslie” e da una leggera, incisiva distorsione. Paice non è da meno, convogliando la sua impareggiabile creatività in ritmi efficaci ed impeccabili.

Ma In Rock è l’alba del nuovo hard rock paragonato ai lavori di Led Zeppelin II e Paranoid dei Black Sabbath, ma, trovandomi d’accordo con il mio mentore e massimo esperto sui Deep Purple Daniele Marcante, nell’intervista rilasciata un anno fa a Paolo Romano su L’Espresso, “gli Zeppelin, in realtà nonostante fossero inglesi hanno trovato un suono molto più consonante con l’America del blues, coi suoni acustici, le accordature aperte … se proprio li vuoi classificare li dovresti dire hard blues, ammesso che abbia un senso. Un discorso che vale anche per Deep Purple In Rock, che di sicuro detta stilemi chiari nel genere e che saranno ampiamente attinti dalle band hard ed heavy successive, ma in questo album si da inizio ad un nuovo modo di fare rock, perché contribuisce a creare quel sound che poi avrebbe fatto scuola”

In Rock è l’album di quella cavalcata epica intitolata Child In Time: un pezzo che dura oltre dieci minuti e che fu scritta nel 1969 dopo che Jon Lord si mise alle tastiere e fece ascoltare al resto della band il riff di Bombay Calling, una canzone degli It’s Beautiful Day, gruppo di San Francisco nato nel 1967. Sembrava fresco e originale e, soprattutto, in perfetta linea per il cambio di rotta auspicato dalla band.

I Deep  Purple erano molto concentrati sul tema della Guerra Fredda e provarono a lavorare su un testo che avesse a che fare con quell’argomento.  Il primo verso venne di getto: Sweet child in time, you’ll see the line, e subito dopo la spiegazione di quale fosse la “linea”: quella di demarcazione tra il bene e il male, The line that’s drawn between, good and bad.

La struttura è apparentemente semplice, ma non è affatto così, come spiega ancora Daniele Marcante nella sopra citata intervista: “Child In Time è un pezzo tostissimo da suonare e per diverse ragioni. L’alchimia che si crea tra i quattro nell’album è determinata da un nuovo e fin lì sconosciuto senso del tempo. I fraseggi hanno una difficoltà prima ancora che tecnica, legata proprio al timing, al suonare il rock in modo swing, quell’indefinibile misura della notazione musicale per cui una durata non è mai matematicamente determinata. Poi naturalmente serve una preparazione tecnica spaventosa, penso soprattutto al modo di interpretare lo shuffle, all’uso della mano destra e del plettro”. Il giro di Hammond di Lord, il canto prima quieto e poi indemoniato di Gillan, fanno del brano una suite innovativa per quei tempi in cui ogni elemento è perfettamente incastonato.

Curiosità per i feticisti: Richie Blackmore, famoso per la sua Fender Stratocaster, qui suona invece una Gibson.

Il disco inizia spettacolarmente con Speed King, con un intero minuto di frastuono assoluto, free form, di quelli che si è soliti aspettarsi magari alla fine del bis nei concerti. Quando Blackmore smette di maltrattare la leva della chitarra e Paice di colpire tutto ciò che, di pelle o di metallo, gli stia davanti, rimane liturgico l’Hammond a disegnare un solenne e mistico tappeto…

Spezzato senza pietà da un riff che più scolastico non si può, ma solcato dalla fantastica ugola strozzata di Gillan che rovescia con grinta pazzesca un fiume in piena di frasi concitate. Che botta! La cosa va avanti per un paio di ritornelli poi Paice e Glover mollano il colpo uscendo dal contrattissimo riff e cominciando a swingare, portando chitarra ed organo a dimezzare anch’essi i volumi e a duettare jazzisticamente. Giochi pirotecnici e gagliardamente smargiassi dei due virtuosi si avviluppano fino all’apoteosi ed alla ricaduta nel riff per un’ulteriore strofa e lo strascicatissimo finale.

Segue la “riempitiva Bloodsucker, breve e schematica, caratterizzata da un “No No No “, alla fine del ritornello, preso in falsetto dal (giovane) Gillan che spazza via tutto e tutti.

La lunga, riuscitissima e stranamente poco in vista nella memoria collettiva Flight Of The Rat è invece una rombantissima cavalcata hard rock fra le migliori in carriera. Irrompe con un’ineffabile riff di chitarra e si dipana per molti minuti, piena di stop & go, cambi strumentali, duelli fra Lord e Blackmore, pure un breve ed agilissimo assolo di batteria di Paice capace di un controllo delle sue bacchette sul rullante anche a frequenze inaudite.

“Living Wreck” è un altro riempitivo di buon livello, impreziosito dal sapiente uso del Leslie da parte di Jon Lord, e prepara il terreno per l’ultima “Hard Lovin’ Man”, nuova cavalcata hard rock dall’incedere galoppante, dilaniata da melodie orientali di organo sature di distorsione e da contorsioni chitarristiche estreme, fino ai gemiti finali.

Quando l’album In Rock fu completato, la EMI propose alla band di fare un singolo per la sua promozione. Secondo i ricordi di Roger Glover, dopo aver trascorso circa sei ore negli Studi De Lane Lea senza trovare l’ispirazione, il gruppo andò a bere in un pub nelle vicinanze dove consumò forti quantità di alcool. Rientrati in studio Ritchie Blackmore cominciò a suonare il riff di Black Night,, basato su una canzone di Ricky Nelson. Ian Gillan e Glover ne scrissero il testo e recentemente il cantante ha dichiarato di non avere ancora capito quale ne sia il significato almeno secondo le loro intenzioni iniziali. Il riff portante della canzone è fortemente ispirato alla versione di Ricky Nelson del celebre pezzo “Summertime”. Il giro di basso del pezzo di Nelson nel 1962 è pressoché identico al riff scritto da Blackmore nel 1970.

51 anni tra leggenda, mito e una musica che ancora oggi è insuperabile per tecnica, tenacia, grinta ed estro. I Deep Purple rischiano e sperimentano, cambiando le sorti e il destino di tutto il rock e scrivendo la storia, incidendola nella roccia, come la epica copertina di In Rock.

Per chi volesse leggere l’intervista di Paolo Romano a Daniele Marcante sul blog de L’Espresso, questo è il link:

http://jam.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/06/02/deep-purple-in-rock-compie-cinquant%e2%80%99anni-marcante-%e2%80%9ccon-quell%e2%80%99album-cambio-l%e2%80%99idea-del-tempo-nel-rock%e2%80%9d/?fbclid=IwAR2Y9_ewYUvRJBccI5IQhih3ou9msFVcmUkANz8TW9uJxnMLKfV1afiMW88