EDITORIALE – Che dire di una delle canzoni più famose di sempre? My Way non nasce dalla penna di Frank Sinatra, come molti credono, ma da quella di Paul Anka, che nel 1967, durante un viaggio nel sud della Francia, scoprì Comme d’habitude: un brano che raccontava la fine di un amore logorato dalla ripetitività e dal quotidiano. Anka ne acquistò i diritti per una cifra irrisoria, ne cambiò completamente il testo e trasformò quella malinconia domestica nel canto orgoglioso di un uomo alla fine della vita, senza rimpianti, nemmeno per gli errori. L’ispirazione arrivò dopo una cena in Florida con Sinatra, stanco e tentato dall’idea di smettere. Tornato a New York, Anka si chiese: «Se fosse Frank a scrivere, come inizierebbe?». Nacque così l’incipit immortale: And now, the end is near…. Alle cinque del mattino la canzone era pronta; una telefonata notturna svegliò Sinatra a Las Vegas, al Caesar’s Palace. The Voice rimase spiazzato, ma capì subito che ne valeva la pena. Era il 1968. Eppure, anni dopo, Tina Sinatra rivelò che il padre non amava particolarmente il brano, giudicandolo troppo autoindulgente e retorico.
E forse questa ambivalenza era già tutta lì, nel cuore della canzone. My Way è profondamente ambigua: a un primo ascolto sembra pacificata, quasi rassicurante, il bilancio sereno di un uomo arrivato in fondo al viaggio. Ma basta ascoltarla meglio per cogliere la tensione che scorre sotto la superficie, un attrito costante, una rabbia trattenuta a fatica. Sinatra non canta il successo, canta la sopravvivenza. I faced it all and I stood tall non suona come un vanto, ma come una frase pronunciata dopo una lunga resistenza. Non chiede consenso, non cerca assoluzioni: racconta una vita vissuta senza giustificazioni, in un mondo che pretende spiegazioni continue. L’orchestra accompagna con disciplina, quasi trattenendo il respiro, mentre ogni parola è dosata come se potesse essere l’ultima davvero necessaria. Nel pieno delle esplosioni dell’anno 1968 — i giovani che urlano, le chitarre che distorcono, il futuro reclamato a gran voce — My Way arriva come un gesto laterale, quasi ostile al suo presente: non appartiene alla rivoluzione, ma nemmeno al passato che sta crollando. Cammina da sola, con le spalle dritte, senza voltarsi. Ed è proprio questo a inquietare: quando Sinatra canta the final curtain, non sembra evocare una metafora teatrale, ma una porta che si chiude davvero. Nessuna redenzione, nessuna morale, solo il fatto nudo di aver vissuto secondo regole proprie. Una canzone elegante oggi, potenzialmente pericolosa domani, perché presa sul serio non consola: costringe a fare i conti con la responsabilità delle proprie scelte.
Poi c’è l’altra faccia della medaglia, quella che passa dal velluto del crooner alla lama del punk. Se la generazione psichedelica della Summer of Love credeva davvero alle proprie provocazioni, con i Sex Pistols si capì la differenza: Johnny Rotten sembrava l’Anticristo, Sid Vicious era un pericolo reale, per gli altri e per se stesso. La sua cover di My Way — amata perfino da Anton LaVey — prende il brano, lo smonta e lo rimonta, lo sputa, lo violenta, lo deride e lo prende a calci come un pallone sgonfio. È un gesto insieme bellissimo e terribile, che testimonia la forza d’urto del punk: un movimento che non riconosce il passato o lo stravolge fino a renderlo irriconoscibile. Ascoltandola si resta paralizzati, con un nodo in gola, perché conosciamo la fine di Sid Vicious e, in qualche modo, anche quella del punk della sua generazione. Quando urla And now, the end is near, sappiamo che la fine non è vicina: è già arrivata. Eppure, mentre sputa rabbia e affronta sfide più grandi di lui, resta in piedi finché può. Alla fine, sì, può gridarlo e scriverlo sui muri: I did it my way.









































