#TellMeRock, 4 Luglio 1995: l’esordio dei Foo Fighters e l’eredità di Kurt Cobain

EDITORIALE – L’8 aprile 1994 il corpo di Kurt Cobain viene trovato nella dependance della sua abitazione. Il cantante è morto in realtà da tre giorni, ucciso dal colpo di un fucile che viene trovato al suo fianco assieme ad un biglietto, da subito interpretato come l’addio di un suicida. Un evento che ha spezzato la storia della musica negli anni ’90 e che ha ovviamente scatenato eventi forse del tutto imprevedibili, tanti dei quali tristi e meschini, altri poetici e sinceri. Un evento del tutto positivo e forse anche inaspettato fu, invece, l’emersione del talento di un musicista che fino a quel momento era rimasto un po’ in ombra, confinato dal carisma del leader Cobain: il batterista dei NirvanaDave Grohl.

Tutti avevano avuto modo di apprezzarlo come batterista solido, potente e molto dinamico; probabilmente il miglior musicista, tecnicamente parlando, del gruppo di Seattle. Il carattere schivo, lo sguardo buono di chi vive il sogno di una vita, il suo mantenersi costantemente lontano dalla ribalta e dagli eccessi, avevano però portato molti a considerarlo una figura di secondo piano. Una valutazione piuttosto affrettata, in realtà. Il background del musicista narra di un grande amore per il punk, così come per la scena rock underground e di una carriera iniziata come chitarrista e poi evolutasi come batterista per la hardcore band Scream. Primaria influenza nell’evoluzione del suo stile viene da sempre tributata da Grohl al batterista dei Led Zeppelin, il grande John Bonham, il cui simbolo esoterico è tatuato sulla spalla del musicista. Il resto lo sappiamo tutti. Quello che non sapevamo, all’epoca, era che Grohl aveva nel cassetto molte canzoni pronte, raccolte negli anni e registrate per proprio conto.

Nell’ottobre del 1994, Grohl tornò in studio e completò rapidamente un demo di 15 canzoni, interamente suonate da lui, con l’eccezione di una parte di chitarra del brano X-Static suonata da Greg Dulli degli Afghan Whigs. Scartata l’offerta di Tom Petty di entrare nei suoi Heartbreakers e sfumata l’occasione di entrare nei Pearl Jam in sostituzione di Dave Abruzzese, il nostro Dave si ritrova con una preziosa offerta della Capital Records. Non desiderando avviare una carriera solista, Grohl chiama subito l’amico Pat Smear, ex-Germs e Nirvana e recluta la sezione solista dei Sunny Day Real Estate, composta da Nate Mendel (Basso) e William Goldsmith (Batteria).

Il demo viene remixato e diventa l’esordio omonimo dei Foo Fighters, nome utilizzato per indicare gli avvistamenti “non convenzionali” narrati dai piloti americani impegnati nella II Guerra Mondiale contro il Giappone, che sono stati il pane quotidiano degli ufologi di tutto il mondo. 

Foo Fighters, pubblicato il 4 luglio 1995, viene preceduto dal singolo This is a Call, opener dell’album, divenuto subito un grande successo, ottenendo il disco di platino e consolando i fans orfani dei Nirvana. Ma, soprattutto, lanciò la carriera di Grohl, il quale è oggi uno dei musicisti statunitensi più apprezzati, anche dai propri colleghi.

Il disco si rivela davvero una sorpresa ben più che piacevole, mostrando anzi un songwriting già molto maturo, variegato e personale, che regge benissimo la distanza dei dodici brani. In realtà, la differenza rispetto a quanto proposto dai Nirvana è piuttosto marcata, anche se si notano alcune direttrici comuni: musica dinamica, potente, dura, malinconica, con una forte componente melodica, che parte dal punk, ma ingloba al suo interno influenze diverse che vanno dal rock mainstream al noise. La base punk, pur presente ed innegabile in molti riff, è piuttosto stemperata all’interno di brani che sanno di alternative rock fin dal primo ascolto, quadrati e lineari nello svolgimento.

Altra inevitabile differenza è la voce di Grohl, molto pulita ed educata quasi. Chiaramente non stiamo parlando di un cantante di professione, ma pur con limiti di estensione ed interpretativi piuttosto evidenti, non si può negare che si riveli piacevole e capace anche di calarsi nell’atmosfera dei brani differenziando l’approccio quanto basta a caratterizzare le canzoni senza risultare monocorde. Foo Fighters, anche rispetto ai dischi che lo hanno seguito, gode di un equilibrio davvero rimarchevole, che consente alle canzoni di essere melodiche e commerciali senza mai dare l’impressione di essere pura ruffianeria radiofonica, grazie a dinamiche potenti che mai tradiscono il background musicale del loro autore e si tengono ben lontane dal pop, anche nel caso di brani molto “facili” e divertenti come For All The Cows.

L’atmosfera che si respira è come sospesa tra rabbia, malinconia ed autoironia, senza che nessuna di queste componenti prevarichi l’altra. Le singole canzoni godono tutte di luce propria e, pur senza premere sul pedale dell’originalità assoluta, possono senz’altro vantare una personalità chiara, specialmente per quanto riguarda lo stile alla batteria del leader. Le influenze del passato di Grohl emergono abbastanza platealmente in canzoni come Weenie Beenie e Wattershed che sembrano estratte di forza da In Utero.

Più particolari sono senz’altro X-Static, che gode di un cambio atmosferico in apertura da applausi e di un andamento indolente e malinconico irresistibile ed Exhausted, che già dal titolo si mostra stanca e pronta alla reazione inconsulta, deragliante e triste come un lavoratore che torna a casa di notte dopo un turno di 12 ore sulla schiena.

Altri momenti topici sono rintracciabili nella già sopra citata This is a Call che riesce a raccogliere in sé quasi tutte le atmosfere del disco risultando irresistibile e carica e Floaty, power-ballad piuttosto inaspettata, che presenta un riff acustico a metà strada tra Breaking The Girl My Friends, entrambe dei Red Hot Chili Peppers, ed evolve in una direzione particolare e quasi psichedelica che affascina anche dopo molti ascolti. Più in generale comunque è tutto l’album a vincere la scommessa di un debutto che forse nessuno si aspettava.

A volte tragedie che appaiono definitive si rivelano in realtà solo l’inizio di qualcosa di nuovo. Non sapremo mai se Grohl avrebbe pubblicato queste canzoni o si sarebbe accontentato di essere “solo” il batterista dei Nirvana, magari lottando per inserirle via via nella discografia della band. Quel che è certo è che Foo Fighters è davvero un signor album, ottimamente suonato e realizzato, composto da canzoni mature e riuscite, pesanti, arrabbiate ma anche velate da una malinconia senza tempo, come da una ironia educata e leggera. Senz’altro manca quel qualcosa in più che i Nirvana possedevano ed i Foo Fighters non avranno mai, ma sarebbe ingiusto proseguire su questa linea, senza riconoscere dopo 17 anni da questo ottimo debutto che Dave Grohl è un grande artista, un brillante polistrumentista ed un autore meritevole. 

Foo Fighters è probabilmente il miglior album prodotto dal gruppo, almeno è quello meno direzionato verso la ricerca del consenso e verso un rock mainstream tutto sommato innocuo. Qua c’è ancora la voglia di emergere, di distinguersi, di essere solo se stessi.