#TellMeRock, 5 Giugno 1975: i Pink Floyd di Wish You Were Here e l’ultima apparizione di Syd Barrett

EDITORIALE – Era il 5 giugno del 1975 e i Pink Floyd si trovavano negli Abbey Road Studios per ascoltare le session registrate del brano Shine On You Crazy Diamond, apertura e chiusura del loro nono LP, Wish You Were Here, il quale uscirà solo il 12 Settembre del suddetto anno. Paradossalmente brano proprio dedicato o meglio ancora ispirato all’amico Syd Barrett, uscito anni prima dal gruppo per pesanti problemi di salute mentale dovuti a un’elevata assunzione di LSD.

Le sessioni iniziali furono un processo difficile e faticoso, finchè Waters decise di dividere la suite di “Shine on you crazy diamond” in due parti, per poi unire ogni metà con tre nuove composizioni. Il celebre brano, che nelle intenzioni di Waters doveva raccontare la follia che aveva dilaniato Syd Barrett, verso cui tutti nutrivano un forte senso di colpa, portò alla luce una consapevolezza: con lui non era più possibile andare avanti, ma senza di lui era tutto più difficile. Inoltre erano consapevoli che quello che avevano ottenuto lo dovevano in gran parte a lui. I Floyd scrissero quindi questa composizione epica in nove parti, dedicata al loro “diamante pazzo”.

Ed è proprio Barrett, in quel 5 Giugno 1975, a giungere in studio. Ha 29 anni ma è irriconoscibile. I capelli rasati a zero, visibilmente ingrassato, nessuno degli ex compagni lo riconosce all’inizio, tanto che lo considerano uno dei vari membri della loro crew. Ma non è così, pian piano diventa chiara la sua identità, forse è David Gilmour a riconoscerlo per primo. Le loro reazioni sono di sgomento, tanto che Roger Waters si abbandona alle lacrime. Tutti sapevano che Syd da tempo non era più quello di una volta, dei suoi problemi con le sostanze allucinogene. Ma nessuno riesce a credere che il ragazzo che conoscevano all’inizio, bello, pieno di vitalità e genio musicale, si sia ridotto a quella carcassa dagli occhi spenti, inespressivi.

Wish you were here è “l’elogio della follia” dei Pink Floyd, parafrasando Erasmo da Rotterdam, un album che evoca un sentimento forte di unione nel momento in cui, la fraternità tra i membri della band, che si era fatta sentire in precedenza, era venuta a mancare.

Ci sono due storie e due destinatari per “Wish you were here”, che ancora oggi a quasi 46 anni esatti di distanza resta una delle canzoni più celebrate dei Floyd. La prima storia riguarda il primo destinatario , Syd Barrett, perso nel suo mondo e nella sua follia come suddetto, incapace di distinguere, come racconta il testo, “il paradiso dall’inferno, i cieli azzurri dal dolore, un sorriso da un velo, un prato verde da un freddo binario d’acciaio”. 

La seconda riguarda il secondo destinatario, che è anche l’autore della canzone, cioè quel Roger Waters che fu il primo a rendersi conto che qualcosa dentro di lui si stava rompendo, che non era più la persona sensibile , romantica e idealista, allevato da una madre impegnata nel sociale, ma una rockstar fredda e insofferente, così spietata da non esitare ad allontanare dalla band un amico fraterno (Barrett appunto). Quindi il testo di Wish you were here è indirizzato da Roger Waters contemporaneamente a Syd Barrett e a se stesso. Waters lo costruì, adattandolo da una sua poesia, attorno a un riff che David Gilmour aveva inventato alla chitarra acustica, mentre si trovava a casa sua.

L’inconfondibile introduzione – la celeberrima Radio Sequence – come veniva chiamata dalla band in studio, fu registrata nel 1975 puntando un microfono verso l’altoparlante dello stereo della macchina di Gilmour. Tra i frammenti che si captano nel cambio di frequenze, c’è anche la voce di uno speaker radiofonico e qualche secondo della IV sinfonia di Tchaikovsky. Ultima curiosità, i Floyd la eseguirono live nel tour del 1977, ma poi, incredibilmente, non fu più eseguita dal vivo per dieci anni. Fu ripresa nel 1987 e, da allora, mai più abbandonata.

Tornandi a quel 5 giugno di quarantasei anni fa, Syd Barrett andò via senza salutare. In seguito partecipò anche alla festa di Waters per il suo matrimonio con Ginger, ma non disse praticamente nulla. Solo una volta, quando gli chiesero perché continuasse a pulirsi i denti con lo spazzolino, disse che “a casa aveva un frigo gigante pieno di carne di maiale”