#TellMeRock, 5 Marzo 1971: The Cry Of Love, il Jimi Hendrix “postumo” che si lega all’immortalità

EDITORIALE – The Cry of Love è il primo di una lunga serie di album postumi di Jimi Hendrix, realizzato in studio. Il lavoro al disco iniziò già nel 1968 durante la registrazione del terzo album dei The Jimi Hendrix Experience, con l’incisione della canzone My Friend che poi verrà inserita nel postumo. Il lavoro vero e proprio per il disco venne svolto tra il 1969 e il 1970, quando Hendrix sciolse gli Experience e fondò i Band of Gypsys, con i quali realizzò buona parte del materiale inserito nell’album, negli Electric Lady Studios di sua proprietà a New York.

Hendrix non riuscì però a portare a termine la produzione del disco che fu ripreso dall’amico e ingegnere del suono Eddie Kramer e dal batterista Mitch Mitchell. Per quanto riguarda il titolo dell’album pare che non fu scelto da Hendrix, ma dai due produttori, che usarono il titolo della tournée in America che lo stesso Hendrix stava portando avanti mentre registrava l’album, e cioè Cry of Love.

Il disco, pubblicato il 5 marzo del 1971, è il primo dell’infinita serie di album postumi pubblicati a nome di Jimi Hendrix. Nel tempo, il numero di simili operazioni si è moltiplicato senza requie, in gran parte a causa della mitizzazione post mortem del chitarrista, in parte anche grazie all’instancabile lavoro dello stesso Hendrix, che, come già evidenziato, in pochi anni sembra aver passato davvero tutto il proprio tempo a scrivere e registrare nuovo materiale o versioni alternative di canzoni pubblicate o da pubblicare, provate e riprovate, senza sosta.

I lavori per quello che avrebbe dovuto essere il quarto album, un doppio dal titolo provvisorio First Rays of the New Rising Sun, iniziarono già a fine del 1968 durante le registrazioni di Electric Ladyland, periodo al quale risale la quinta traccia My Friend. Il grosso del lavoro di composizione del materiale che sarà pubblicato fu però compiuto tra il dicembre 1969 e l’estate del 1970, ovverosia negli ultimi giorni di vita del chitarrista. Belly Button Window, la canzone che chiude -non a caso- il disco è infatti l’ultima registrazione completa di voce realizzata in studio dal musicista, il 22 agosto 1970.
Il 28 gennaio di quell’anno, la Band of Gypsys, il gruppo formato con Buddy Miles e Billy Cox, fece la terza ed ultima apparizione pubblica. Alla fine del concerto, il manager di Hendrix licenziò Buddy Miles mettendo fine a questa breve ma intensa esperienza. In realtà, il chitarrista sembrava confuso sulla strada da percorrere col nuovo album, gli eventi si succedevano in maniera incontrollata e per la prima volta prendeva tempo, rimandando il momento di iniziare le registrazioni definitive. Il manager tentò di rimettere insieme la Experience richiamando Mitch Mitchell e Noel Redding, ma Hendrix non aveva nessuna intenzione di riprendere un percorso con il bassista e chiarì che le cose andavano benissimo con Billy Cox. Accolto nuovamente Mitchell, il riformato trio partì per la tranche americana del “The Cry of Love Tour”: moltissime esibizioni vennero registrate e si parla di show eccellenti tenuti dalla band. Peraltro, proprio in questo periodo i lavori agli Electric Lady Studios, i primi di proprietà di un musicista, venivano completati per l’esorbitante costo di un milione di dollari. Hendrix usò gli studios per la prima volta il 15 giugno, per una jam con Steve Winwood e Chris Wood dei Traffic e registrò la sua prima canzone qui il giorno dopo, Night Bird Flying; l’ultima, come detto poc’anzi, fu Belly Button Window. Il 25 agosto gli Studios vennero inaugurati ufficialmente e la band partì subito dopo per la parte europea del “The Cry of Love Tour” (prima tappa al festival dell’Isola di Wight), che sarà caratterizzata invece da un atteggiamento piuttosto remissivo e distaccato del chitarrista, il quale lascerà addirittura il palco poco dopo l’inizio dell’esibizione del 2 settembre. Hendrix era svuotato, stanco, confuso, preda delle droghe ormai in maniera irreversibile. Morirà il 18 settembre nella sua stanza al tristemente noto Samarkand Hotel di Londra in circostanze tuttora controverse.

Da queste premesse, cosa penseremmo di The Cry of Love a priori? Tutto il peggio possibile, ovviamente: il classico disco fatto in fretta e furia per bloccare il mercato. Del doppio album previsto furono pubblicati solo dieci brani, sui quali lavorarono con dedizione Mitch Mitchell ed Eddie Kramer al fine di tirare fuori il meglio dalle registrazioni fin lì effettuate. Strano da dire, invece, il risultato nonostante tutto è assolutamente degno degli altri lavori in studio del chitarrista.


Hendrix conferma la potenza della sua musica e della sua ispirazione e riesce a spingerla ancora una volta un passo più in là. Forse ancora la direzione finale non era chiara, forse ne era perfino insoddisfatto, ma a noi, comuni mortali, quanto esce dalla casse appare ben più che una mera operazione commerciale senza credibilità artistica. Nonostante l’evidenza del fatto che alcuni dei brani qua contenuti siano incompleti, quasi tutti possiedono una dimensione più che accettabile e, grazie al lavoro di Mitchell e Kramer, è davvero difficile pensare che manchi qualcosa o che per la maggioranza non siano già al massimo della loro evoluzione possibile. Al solito, il chitarrista ci offre una prestazione di elevato livello e la sua scrittura tocca sensibilità molteplici e sfumature sempre nuove. Dell’esperienza con la Band of Gypsys resta il basso pulsante, caloroso e carico di groove di Billy Cox, presente su quasi tutti i brani del disco e particolarmente in vista nel mix, mentre il ritorno di Mitch Mitchell dona una quadratura e una qualità tecnica che ci riporta agli altri album da studio, anche se a dire il vero la sua prestazione è decisamente meno spettacolare del consueto. Si passa invariabilmente da rock a funk, da blues a proto hard rock, fino a qualche passaggio decisamente più sperimentale, che potrebbe arrivare ad essere definito musica modale.
Hendrix ci regala dei momenti di pura poesia a livello lirico, con la consueta abilità e straordinaria capacità di legare musica e parole. La verità è che non sappiamo cosa avrebbe voluto che The First Rays of the New Rising Sun diventasse. Quello che sappiamo è che la opener Freedom è un gran bel brano rock, potente e ritmato, che è diventato poi un classico del repertorio del chitarrista, una apertura decisamente di livello e che rimanda chiaramente ad Are You Experienced, ma con una musicalità nuova.

Alla classe di brani come The Wind Cries Mary, Castles Made of Sand e Little Wing, ascriviamo senza dubbio Drifting, un brano di impianto blues semplicemente meraviglioso. La splendida apertura, l’atmosfera solare eppure malinconica, la melodia emozionante, il testo evocativo, tutto combinato assieme per una canzone apparentemente semplicissima, eppure perfetta, da brivido, con un toccante finale ancora nebuloso, impressionistico. Ritorna in questo brano, come in tutto il disco, la tecnica di registrazione che Hendrix aveva sviluppato a partire da Axis: Bold As Love, di sovra incidere una enorme quantità di tracce di chitarra, fino ad ottenere un suono diffuso, molto ampio, nel quale le note galleggiano e varie parti vanno combinandosi in un contrappunto continuo e ammaliante. 

Ezy Rider, registrata con la formazione della Band of Gypsys è un nuovo brano roboante e molto diretto, senza troppi fronzoli si direbbe, se questo avesse un senso per Hendrix. Splendida la partenza, con un suono dallo spettro enorme, nel quale la chitarra (per meglio dire, le chitarre) sembrano fluire fuori dalle casse inarrestabili.

Stessa impressione per Night Bird Flying, che suonata ad un volume degno dà l’impressione di essere semplicemente travolgente e con un tiro da urlo, oltre ad ospitare un filotto di assoli da puro godimento.

Tempo di abbassare un po’ i giri ed ecco il brano più vecchio della serie, il già citato My Friend, che all’epoca venne definita vicina allo stile di Bob Dylan, con Hendrix che canta confidenzialmente un brano pacato e dal testo introspettivo, simile a Castles Made of Sand, con in sottofondo i rumori di un bar e una armonica a bocca. Quasi una sorta di film musicato.

La seconda parte del disco è anche quella in cui fanno capolino i brani meno “definiti”. Se Straight Ahead è un più che discreto brano rock, molto ritmato e nervoso, quasi funk nel suo saltellare continuo (can we take it to the bridge? dice Hendrix, richiamando il James Brown di Sex Machine), la successiva Astro Man sembra davvero essere un brano appena accennato, un’idea in lavorazione e nonostante il pretesto riesca a tenere in piedi tutti i tre minuti e mezzo di durata, in effetti non si dirà che questo sia il brano più strutturato del lotto e neanche il più riuscito.

Discorso totalmente diverso per Angel: qui siamo di fronte ad un capolavoro assoluto. Il richiamo a Little Wing è evidente, eppure la forza travolgente e purificatrice di questa traccia dolcissima è incredibile. Anche in questo caso, le parole di Hendrix sono toccanti e sanno davvero descrivere un’emozione; un merito questo che poche volte viene riconosciuto al musicista di Seattle. Enorme la qualità compositiva in questo caso, con un uso molto particolare e originale della successione di accordi, in particolare nel turbinoso finale.

Per un brano dolce ed evocativo ecco subito un nuovo monumento rock: In From the Storm sfodera un riff clamoroso e definitivo, uno di quelli che ciascun chitarrista dovrebbe imparare e custodire gelosamente, così come l’accelerazione centrale del brano, travolgente e che si potrebbe già definire hard rock.

Chiude Belly Button Window, ottimo blues semiacustico, intimo e al tempo stesso divertente e malinconico, che ci congeda con un brivido tanto dall’album quanto dallo stesso inarrivabile talento di Jimi Hendrix.

Secondo un recente studio, il museo italiano più amato dai turisti stranieri è la Galleria dell’Accademia di Firenze, luogo nel quale è conservato l’originale del David di Michelangelo. Per molti l’unica vera attrazione resta proprio il capolavoro rinascimentale, monumento alla grandiosità artistica dell’artista toscano. Non molti sembrano prestare la stessa attenzione alle altre opere michelangiolesche qui conservate, che costituiscono invece una fondamentale e splendida collezione di sculture “non finite”, che conservano nel marmo originale l’intenzione, la figura che cerca disperatamente da secoli di svincolarsi dalla fredda bara rocciosa e prendere la propria forma definitiva. Allo stesso modo, oggi si tende a dimenticare frettolosamente The Cry of Love, abbagliati dallo splendore dei primi tre album da studio di Jimi Hendrix, in particolare dall’indimenticabile debutto. Eppure, nonostante l’evidente natura di omaggio postumo/operazione commerciale, il disco merita indubbiamente di essere posseduto, ascoltato e amato al pari degli album che lo hanno preceduto.

Certo, non sapremo mai cosa sarebbe stato l’album finito, ma The Cry of Love appare una coerente e rispettosa raccolta di quanto lasciatoci dal musicista un attimo prima di abbandonarci per sempre. I brani in esso contenuti sono spesso di valore assoluto o comunque ben più che interessanti e nel complesso ci riservano degli spunti davvero rimarchevoli e perfino delle indicazioni su quella che avrebbe potuto diventare la futura carriera del chitarrista, se mai ne avesse avuta una. Purtroppo, quello che resta è un disco a metà, che sarà completato nella sua imperfezione dal secondo album postumo pubblicato con la cura di Mitchell e KramerRainbow Bridge, e dal terzo War Heroes.

Nel 1997 sarà pubblicato First Rays of the New Rising Sun, album che ha la pretesa di rappresentare la massima approssimazione possibile al disco che Hendrix avrebbe voluto realizzare. Al solito, la follia discografica non conosce limite.

Quello che è certo, è che se i tre dischi ufficiali da studio e l’ottimo Band of Gypsys non vi bastano più come Sepolcro sul quale piangere o al contrario celebrare la grandezza del genio di Jimi Hendrix, allora The Cry of Love costituisce senza dubbio un eccellente luogo dove posare la vostra attenzione.