#TellMeRock: 6 Gennaio 1975: i Pink Floyd, la nascita di Wish You Were Here e l’ombra di Syd Barrett (nel giorno del suo compleanno)

EDITORIALE – Il rock è un pò come la vita, imprevedibile, nostalgico, energico, ma mai casuale.

In questo 6 gennaio la casualità c’entra ben poco, e soprattutto si trasforma in leggenda, visto che il 6 gennaio del 1946 nasceva a Cambridge il fondatore e guru dei Pink Floyd Syd Barrett e, esattamente 29 anni dopo, la sua ormai ex band entrava in studio ad Abbey Road per registrare l’album ispirato alla sua figura.

I primi mesi del 1975 per i Pink Floyd sono mesi di sperimentazione, recuperando materiale raccolto e registrato durante le loro esibizioni in tutta Europa.

Il gruppo inglese si ritrova ogni giorno presso gli studi di Abbey Road a Londra e, oltre a scrivere e suonare, l’argomento fisso di ogni dialogo è Syd Barrett, l’ex cantante e fondatore del gruppo ormai perso nella sua follia e nel suo misticismo, che gli causò l’allontanamento dalla band.

Le sessioni iniziali furono un processo difficile e faticoso, finchè Waters decise di dividere la suite di “Shine on you crazy diamond” in due parti, per poi unire ogni metà con tre nuove composizioni. Il celebre brano, che nelle intenzioni di Roger Waters doveva raccontare la follia che aveva dilaniato Syd Barrett, verso cui tutti nutrivano un forte senso di colpa, portò alla luce una consapevolezza: con lui non era più possibile andare avanti, ma senza di lui era tutto più difficile.

Inoltre erano consapevoli che quello che avevano ottenuto lo dovevano in gran parte a lui.

I Floyd scrissero quindi questa composizione epica in nove parti, dedicata al loro “diamante pazzo”. In studio accadde l’incredibile.

Il 5 giugno del 1975, alla vigilia del secondo tour americano, durante il missaggio finale proprio di Shine on you Crazy Diamond e prima del party voluto da Waters per festeggiare il matrimonio con Ginger, entrò in studio un uomo obeso, con le sopracciglia rasate (particolare che Waters farà poi suo nel film The Wall depilando Pink-Geldof), impermeabile e scarpe bianche e un sacchetto di plastica in mano. Dal taschino dell’impermeabile spuntava uno spazzolino da denti.

Quando, dopo un po’ di tempo, riconobbero Syd Barrett, i vecchi amici scoppiarono a piangere. Barrett partecipò anche alla festa di Waters, ma non disse praticamente nulla. Solo una volta, quando gli chiesero perché continuasse a pulirsi i denti con lo spazzolino, disse che “a casa aveva un frigo gigante pieno di carne di maiale”.

Wish you were here è “l’elogio della follia” dei Pink Floyd, parafrasando Erasmo da Rotterdam, un album che evoca un sentimento forte di unione nel momento in cui, la fraternità tra i membri della band, che si era fatta sentire in precedenza, era venuta a mancare.

Ci sono due storie e due destinatari per “Wish you were here”, che ancora oggi a 46 anni esatti di distanza resta una delle canzoni più celebrate dei Floyd. La prima storia riguarda il primo destinatario , Syd Barrett, perso nel suo mondo e nella sua follia come suddetto, incapace di distinguere, come racconta il testo, “il paradiso dall’inferno, i cieli azzurri dal dolore, un sorriso da un velo, un prato verde da un freddo binario d’acciaio”. 

La seconda riguarda il secondo destinatario, che è anche l’autore della canzone, cioè quel Roger Waters che fu il primo a rendersi conto che qualcosa dentro di lui si stava rompendo, che non era più la persona sensibile , romantica e idealista, allevato da una madre impegnata nel sociale, ma una rockstar fredda e insofferente, così spietata da non esitare ad allontanare dalla band un amico fraterno (Barrett appunto).

Quindi il testo di Wish you were here è indirizzato da Roger Waters contemporaneamente a Syd Barrett e a se stesso. Waters lo costruì, adattandolo da una sua poesia, attorno a un riff che David Gilmour aveva inventato alla chitarra acustica, mentre si trovava a casa sua.

L’inconfondibile introduzione – la celeberrima Radio Sequence – come veniva chiamata dalla band in studio, fu registrata nel 1975 puntando un microfono verso l’altoparlante dello stereo della macchina di Gilmour. Tra i frammenti che si captano nel cambio di frequenze, c’è anche la voce di uno speaker radiofonico e qualche secondo della IV sinfonia di Tchaikovsky.

Ultima curiosità, i Floyd la eseguirono live nel tour del 1977, ma poi, incredibilmente, non fu più eseguita dal vivo per dieci anni. Fu ripresa nel 1987 e, da allora, mai più abbandonata.

L’ultimo omaggio al loro Diamante Pazzo che, ancora oggi, noi tutti vorremmo fosse qui…