#TellMeRock, 6 Marzo 1997: Pop, l’utopia elettronica degli U2

EDITORIALE – «Nonostante abbiano inventato la lavastoviglie, c’è ancora chi i piatti li lava con le mani». Con questa osservazione tanto banale quanto illuminante gli U2 descrissero il loro Pop quando uscì il 6 marzo del 1997. Un paragone curioso per un disco rock, ma in realtà perfetto: perché Pop è esattamente questo, il momento in cui una band che aveva appena organizzato uno dei banchetti più sfrenati della storia del rock – quello di Achtung Baby, Zooropa e dello Zoo TV Tour – si ritrova a rimettere in ordine la cucina nel cuore della notte, circondata dai resti di un esperimento gigantesco. Sulla carta doveva essere il disco più elettronico, danzereccio e contemporaneo della loro carriera; nei fatti finì per diventare un lavoro molto più “suonato”, quasi artigianale, come se alla fine gli U2 avessero scoperto che, nonostante tutte le macchine del mondo, certe cose funzionano ancora meglio con le mani.

Eppure l’idea iniziale era radicale. Dopo la fine dello Zoo TV Tour nel 1993 la band si fermò per circa un anno: Bono e The Edge passarono lunghi periodi tra Costa Azzurra e notti mondane, ma soprattutto immersi nella musica che stava ridefinendo la metà degli anni Novanta. The Edge frequentava club e discoteche, assorbendo techno, big beat e trip-hop; nel frattempo artisti come The Prodigy, Underworld, Leftfield e The Chemical Brothers stavano riscrivendo il lessico della musica da ballare. Gli U2 volevano entrarci dentro, non limitarsi a flirtare con quelle sonorità. Persino l’esperimento laterale dei Passengers insieme a Brian Eno – culminato in Original Soundtracks 1 – non bastò a placare questa voglia di esplorazione. Quando tornarono in studio per il seguito di Zooropa l’idea era chiara: spingersi ancora oltre, arrivare dove nessuna rock band era ancora arrivata. Ci riuscirono solo in parte, perché Pop è un disco affascinante ma costantemente sospeso tra due identità: da una parte il desiderio di diventare una creatura elettronica e mutante, dall’altra la natura profondamente analogica degli U2, fatta di chitarre liquide, ritmiche solide e melodie epiche.

Le tensioni emersero subito, e non per la prima volta. Già ai tempi di Achtung Baby il batterista Larry Mullen Jr. aveva vissuto con disagio l’invasione delle macchine, arrivando quasi a far implodere la band; con Pop il problema tornò amplificato, anche perché le session iniziarono senza di lui, temporaneamente fuori gioco per problemi alla schiena, e quando rientrò trovò un processo creativo in cui la batteria sembrava diventata quasi accessoria. Nel frattempo il fronte produttivo si allargava a dismisura: accanto alla band lavoravano figure come Howie B, proveniente dal mondo trip-hop, poi Nellee Hooper, quindi Steve Osborne e infine il fidato Flood. Il risultato fu un laboratorio creativo caotico, tra Berlino, Dublino e perfino Miami, dove la band tentava di far convivere due anime che continuavano a respingersi. Quando finalmente il disco prese forma, all’ultimo momento utile prima del tour già programmato, quella tensione rimase impressa nelle canzoni.

L’apertura con Discothèque è forse il manifesto più esplicito delle intenzioni originarie: un groove elettronico quasi house, chitarre filtrate e un’ironia decadente che smonta il mito del clubbing trasformando la pista da ballo in una metafora spirituale («looking for the baby Jesus under the trash»).

Subito dopo, Do You Feel Loved prova a spingersi ancora più dentro quel territorio, con una trama di sintetizzatori e ritmi compressi che evocano il trip-hop, mentre Bono canta l’amore come una domanda irrisolta più che come una promessa.

Con Mofo il disco raggiunge il suo vertice emotivo: sotto una superficie techno martellante si nasconde uno dei testi più personali mai scritti da Bono, un dialogo febbrile con la memoria della madre scomparsa, dove il ritmo da rave diventa quasi una fuga dal lutto.

La tensione si allenta con If God Will Send His Angels, ballata fragile e disillusa che restituisce il lato più umano della band, mentre Staring at the Sun riporta improvvisamente gli U2 verso territori più familiari, con una struttura acustica quasi folk che dimostra quanto sia difficile, per loro, recidere davvero il cordone con la tradizione melodica.

Il cuore del disco però pulsa soprattutto nella seconda metà: Gone è una confessione amara sulla fama e sull’identità smarrita, costruita su un crescendo nervoso che sembra trattenere un’esplosione emotiva.

Please, ispirata al conflitto nordirlandese, si muove tra tensione politica e disperazione privata, con una drammaticità quasi liturgica.

Poi arriva Wake Up Dead Man, chiusura spoglia e quasi blasfema in cui Bono si rivolge direttamente a Dio con una stanchezza esistenziale raramente così esplicita nel repertorio della band.

Alla fine Pop rimane un disco irrisolto ma proprio per questo affascinante: il documento di una band gigantesca che tenta di trasformarsi mentre è ancora al centro del mondo, inciampando, correggendo la rotta e lasciando intravedere le crepe del proprio mito. Non il capolavoro rivoluzionario che gli U2 immaginavano di realizzare, ma un’opera inquieta, piena di idee, di slanci e di contraddizioni, che racconta meglio di molti altri album cosa significhi davvero provare a cambiare pelle senza sapere se quella nuova ti starà addosso.

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