#TellMeRock, 9 Giugno 1986: i Genesis, Invisible Touch e gli anni 80′

EDITORIALE – Un nuovo scioglimento dei Genesis all’orizzonte? Per carità, no… anche se poi la storia di questa fantastica e innovativa band ci porterà a scoprire quanto le carriere soliste abbiano avuto la meglio sulla band.

Era il 1985, e i Genesis erano in “pausa di riflessione”, durante il quale Mike Rutherford formò il gruppo Mike + The MechanicsTony Banks lavorò all’album Soundtracks,Phil Collins pubblicò il terzo disco da solista No Jacket Required, che ottenne enorme successo e incrementò notevolmente la sua popolarità in tutto il mondo. Nonostante alcune voci che volevano il gruppo prossimo allo scioglimento, i tre membri si ritrovarono nel loro studio personale nel Surrey per lavorare al loro nuovo album, che sarà il rinomato e contrastante Invisible Touch, pubblicato il 9 giugno del 1986..

E dunque, come suonano i Genesis del 1986? Iniziamo col dire che tutte le otto canzoni contenute in Invisible Touch, a partire dai singoli più immediati come la titletrack o Land of Confusion, alla strumentale The Brazilian, fino ad arrivare alle più dilatate e strutturate Tonight, Tonight, Tonight e le due parti di Domino, fanno abbondante dispiego di sonorità elettroniche, sia per la scelta degli onnipresenti sintetizzatori di Banks, sia per la batteria elettronica arrangiata da Collins.

La ritmica infatti assume un ruolo preponderante nello scandire i brani, rendendoli molto acchiapponi e ballabili, così come i synth e le tastiere tessono melodie di facile presa, ideali per un disco dalla forte impronta pop. Inoltre, le lunghe composizioni articolate su più movimenti musicali e dai testi mistici, tipiche del periodo progressive, sono state sostituite da ballate più immediate e prevedibili, ideali come singoli rassicuranti e prive delle ampie e complesse sezioni strumentali da sempre sorrette dal gusto e cristallino virtuosismo dei musicisti.

È sicuramente musica più leggera, spensierata e di ampio consumo pensata per un pubblico diverso. I Genesis a tre elementi non si rivolgono più ai rocker dai gusti esigenti e ricercati, bensì all’ascoltatore medio e fan di quel pop rock tanto radiofonico quanto, in fin dei conti, superficiale ed effimero che trova la sua ideale incarnazione nello psicotico yuppie-killer Patrick Bateman, protagonista dell’edonistico romanzo di Bret Easton Ellis American Psycho, che definirà la band il miglior prodotto musicale uscito dall’Inghilterra nel corso della decade(!).

Invisible Touch, è dunque il disco-paradosso per eccellenza che sublima il concetto di minimo sforzo, massima resa: per gli inglesi il lavoro in questione è infatti il maggiore successo degli anni ottanta secondo il pubblico mainstream, ma allo stesso tempo è il platter che i fan della prima ora hanno maggiormente massacrato praticamente sotto ogni punto di vista.

Un album spesso preso come esempio della decadenza dei Genesis. Una band il cui graduale cambio stilistico è spesso denigrato e definito come un semplice risultato dell’abbandono prima di Gabriel e poi di Hackett, evidentemente conoscendo poco delle carriere soliste dei suddetti negli anni ’80 e dimenticandosi totalmente che la principale unità compositiva della band (Banks e Rutherford), dopo l’abbandono di Phillips, è sempre stata presente.

Alcuni critici si sono sentiti liberissimi di chiamarli “i Genesis quelli falsi”, o la “Phil Collins Band” o “genesis” in minuscolo facendo i simpatici, ma Invisible Touch , per i più, è il loro miglior album anni ’80 dopo Duke, uno dei più solidi.

Certo, è un album sostanzialmente pop, ma che c’è di male? Indubbiamente può non piacere, ma non per questo va sminuito a prescindere.

La title track è un piccolo e semplice gioiellino pop che non viene certamente fuori mettendo insieme note a caso, ed è l’esempio di come il tanto vituperato Phil Collins qui non sia alla guida della band come molti tutt’ora credono. Tant’è che non solo i brani sono accreditati all’intera band, ma non è neanche difficile notare il pesante zampino di Banks in questo brano, tanto quanto quello di Rutherford nell’ugualmente famosa Land Of Confusion. Tonight Tonight Tonight invece dimostra perfettamente come comunque i Genesis non fossero certo nello stesso calderone dei vari Duran Duran o Spandau Ballet, tirando fuori un pezzo che eleva la sua natura pop estendendosi con un azzeccato intermezzo strumentale. Certamente uno dei brani più riusciti dell’album, vittima purtroppo di sciagurati tagli sia nella versione singolo che nei live dal ’92 in poi che trasformano il brano, stavolta si, in una “semplice” canzone pop.

E poi la già citata Land Of Confusion, “nobilitata” e legittimata nel mondo dei più giovani alternativi con la cover dei Disturbed, è un esempio di perfetta scrittura pop di quelle fatte apposta per far cantare la gente.

Che ripeto, sembra facile, ma farlo scrivendoci intorno anche una bella canzone è alquanto arduo. Poi certo, le melense In Too Deep e Throwing It All Away non sono perle indimenticabili, ma quelli erano gli anni, e poi sono tutt’ora convinto che almeno la prima sia pesantemente penalizzata dai suoni tipici di quel decennio, risultando altrimenti un brano comunque piacevole e ben scritto.