#TellMeRock, Berlin: i cinquantadue anni del capolavoro di Lou Reed

EDITORIALE – Narra la leggenda che una volta Lou Reed, durante un concerto, fece il celebre attacco di “Sweet Jane” per poi interromperlo bruscamente, declamando col suo vocione. “Questo è per farvi vedere che si può costruire una carriera su tre accordi”. Eh si , il caro vecchio Lou ha scritto tante canzoni grandissime benché semplici ma l’immagine monolitica che spesso si associa al suo nome è smentita dalla sua carriera.

Senza dover per forza riesumare la leggenda dei Velvet Underground, il riccioluto New York City Man ha spaziato tra i più disparati generi, dal rumorismo sperimentale di “Metal Machine Music” alla rapsodia urbana di “Street Hassle”, fino al tetro tributo a Edgar Allan Poe dell’enigmatico “The Raven”. Ma anche nei suoi lavori più famosi, da “Transformer” e “New York”, aldilà degli scarti stilistici, ciò che ha sempre fatto la differenza è stato il senso poetico di Lou, come per YoungDylan e pochi altri capaci sempre di raggiungere altezze siderali.

Berlin”, pubblicato in Europa nel dicembre del 1973, è sintomatico in tal senso, ma amplia anche a ventaglio lo stile del suo autore: è l’opera più ambiziosa e più struggente nel catalogo dell’autore di “Walk on the wild side”. Un concept album imperniato sulla storia di una ragazza morta suicida, dopo che le sono stati tolti i figli per condotta immorale. La narrazione è scarna, lenta e funerea. L’ambientazione centro europea mischia abilmente echi di cabaret Weimeriano, e il Bertolt Brecht più intenso, socialmente consapevole e commovente – quello di “Dell’ Infanticidio di Maria Farrar” .

Il personaggio di Caroline, in cui non è azzardato ritrovare un riflesso delle tante donne che stavano attorno a Reed all’epoca ( dall’ex moglie BetteNico), percorre la propria via crucis in dieci episodi, muovendosi sia nei classici mondi loureediani ( la decadenza, lo squallore umano), sia nel lascito più puro dell’opera brechtiana ( la fragilità di tutti noi, l’avere bisogno degli altri).

La musica che sorregge il tutto è semplicemente grandiosa, di gran lunga il meglio mai prodotto dal Reed solista, ben lontano tanto per dirne una dalla magniloquenza fine a sé stessa di una “Perfect day”. Orchestrazioni sontuose ( “How do you think it feels”)blues mitteleuropei (“Berlin”), frammenti prog (“Lady Day”), derive jazz (“Oh Jim”) , r’n’b in moviola(“Men of good fortune” ), strazianti ballate (“The Bed” e “The kids”), fino al delirio espressionista alla Kurt Weill di “Sad Song”: il tutto giostrato dalla strepitosa produzione di Bob Ezrin.

La title track dell’album apparve dapprima nel suo primo disco solista, per poi ricomparire con un testo diverso, in una tonalità diversa, e ri-arrangiata per pianoforte. Oh, Jim è una riscrittura di un brano dei Velvet Underground mai pubblicato, Oh, Gin. Caroline Says (II) è una rielaborazione di Stephanie Says altro “scarto” dei Velvet. Anche Sad Song, con un testo molto più lungo, era anch’essa nel repertorio di studio della band. Infine Men of Good Fortune era stata provata con i Velvet all’inizio del 1966.

Il brano The Kids parla del momento nel quale alla protagonista femminile, Caroline, vengono portati via i figli dai servizi sociali, e contiene il suono del pianto dei bambini costretti a lasciare la propria madre. I The Waterboys hanno preso il nome da una strofa di questa canzone.

Nelle prime copie del disco in versione Stereo 8, era presente un breve pezzo strumentale al pianoforte, senza titolo, posizionato tra i brani Berlin e Lady Day, che comparve anche nelle prime copie in cassetta dell’album, ma che non venne mai incluso in tutte le successive versioni in vinile o compact disc di Berlin.

 Non è stata mai fornita una spiegazione ufficiale all’omissione del passaggio strumentale in questione. Nel 2006, quando Reed eseguì dal vivo l’intero album al St. Ann’s Warehouse di New York, lo strumentale venne reinserito, ma questa volta prima di Caroline Says II, suggerendone l’originale collocazione iniziale nella sequenza delle tracce.

Ecco a voi i cinquantadue anni del capolavoro di Lou Reed.

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