#TellMeRock, Gennaio 1973: ‘The Great Gig in The Sky e i tormenti dei Pink Floyd nella voce di Clare Torry

EDITORIALE – Mettete un’uggiosa giornata di fine gennaio londinese, nei pressi di Abbey Road, alle porte del 1973.

Nello studio 3 degli studi musicali della suddetta strada, i Pink Floyd stanno ultimando gli arrangiamenti del loro immortale capolavoro The Dark Side Of The Moon, ritrovandosi a dover fare i conti con un pezzo strumentale in ricerca di armonia e nuove idee.

Una metodica perfezione che che solo  una voce femminile può dare, la quale, per volere preciso di Roger Waters, dovrà assomigliare il più possibile a uno strumento.

Come arrangiatore dell’album c’è l’ingegnere del suono Alan Parson, genio degli effetti musicali e vocali, il quale suggerisce di affidarsi alla cantante britannica Clare Torry, con cui Parson aveva già lavorato in passato.

Alan Parson

Al telefono le viene chiesto di tenersi libera un giorno per una session, senza specificarle per chi o per cosa debba cantare.

Una volta arrivata negli  Abbey Road Studios, la Torry si aspetta di trovare un coro o altre due ragazze, ingaggiati per lo stesso scopo, e invece ci sono solo la band e Alan Parson.

A quel punto David Gilmour le dice che l’album al quale stanno lavorando è quasi terminato. In fretta le spiega i temi dell’album “la terra, la morte e tutto quello che ci sta in mezzo”, e quello che avrebbe dovuto fare: cantare e basta. “Cosa?”, chiede Clare, “Non ne abbiamo idea”, risponde David. Poi arriva la freddura definitiva, con Roger Waters che la guarda e le dice: “Non ci sono parole. Riguarda la morte.”

La “spaesata” Clare Torry non sa che sta per incidere uno dei pezzi più magnetici ed enigmatici dei Pink Floyd, quella The Great Gig in The Sky che dalla prima all’ultima nota è sinonimo di brivido ed emozione.

Un brano apprezzato soprattutto per la sua combinazione di musica e voce, simbiosi rara nel genere, ma che soprattutto ha posto innumerevoli interrogativi soprattutto per quanto riguardava il titolo.

No, i Pink Floyd non avevano mai avuto un gran gusto per i titoli, almeno in prima battuta.Li buttavano lì quasi a caso. Poi, per fortuna, arrivava qualcuno a dire che mezz’ora delle loro giornate potevano dedicarla a cercare delle alternative.

Prima di diventare The Great Gig In The Sky, (espressione a doppia valenza che può significare sia “Il Grande Carro nel Cielo” che “Il Grande Spettacolo nel Cielo”, splendida definizione per i concerti dei Pink Floyd), il titolo scelto per questo capolavoro era molto leggendario diciamo: The Mortality Sequence.

La struttura era molto diversa: c’erano solo un organo e qualche estratto vocale di persone che parlavano di morte.

La prima versione sarà presentata proprio integralmente dal vivo il 23 gennaio del 1972 al The Guildhall di Portsmouth. “The Dark Side Of The Moon” venne esibito in tutte le sue storiche tracce per la prima volta in assoluto.

La prima prova del brano nel gennaio del 1973 è sconfortante: non sapendo da dove cominciare, Clare Torry canta “Oh yeah, baby, baby”. David Gilmour le dice: “No, no, non vogliamo le parole”. Per renderle le cose più difficili, le impediscono di vedere anche gli accordi delle canzoni. Clare deve improvvisare nel vero e autentico senso del termine, seguendo la traccia a orecchio.

Dopo il successivo take, Clare è contenta del risultato, ma non David. Secondo lui può fare meglio. Le offre una birra, la fa sciogliere un po’ e lei ricanta. Al termine è profondamente amareggiata, il risultato non le piace. Quando si toglie le cuffie e torna da Alan e la band le dicono che può anche andare. E così Clare si convince che il pezzo non vedrà mai la luce.

Clare Torry

La Torry molto professionalmente non ci rimane male. Qualche mese dopo nella vetrina di un negozio vede The Dark Side of the Moon, rimane stupita dal trovarsi accreditata nel pezzo.

 Compra il disco, lo ascolta e, modestamente, si compiace dell’egregio lavoro.

Qualche giorno dopo Alan Parsons incontra Clare negli studi della EMI e le dice, tutto contento, che “l’album sta andando molto bene”, ma Clare non coglie al volo il riferimento e domanda incuriosita: “Quale album?”

Il brano mette al suo centro la morte dunque, ed è la naturale prosecuzione di Time: il protagonista del testo si rende conto di aver sprecato troppo tempo nella propria vita e inevitabilmente resta spaventato all’idea di morire, spesso senza avere il tempo di realizzare tutti i progetti che ha in mente. La risposta a questo terrore è filosofica: la paura della morte è insensata in quanto tutti, prima o poi, se ne devono andare.

Infatti, una delle domande che Roger Waters poneva agli intervistati nelle registrazioni che furono poi usate in vari punti del disco era “Hai paura della morte?” (lett. “Are you frightened of dying?”)

Pink Floyd, 1973

Per l’esecuzione della sua parte Clare Torry ricevette un compenso di 30 sterline, anche se in seguito la cantante e i Pink Floyd raggiunsero un accordo, peraltro mai reso pubblico, circa l’indennizzo economico a lei spettante.

Un brano destinato alla Storia, all’interno di una leggenda che porta un prisma al centro della propria copertina, ma di questo ne parleremo tra due mesi circa…