#TellMeRock, Gli Eurythmics e l’innovazione multiforme di Sweet Dreams

EDITORIALE – Artigiani di classe, la cantante Annie Lennox e il polistrumentista Dave Stewart allestiscono, nel 1981, il nucleo degli Eurythmics sulle ceneri dei Tourists, intestatari di tre mediocri LP che non avevano lasciato alcuna traccia memorabile.

Opaco il debutto di In The Garden, tocca a Sweet Dreams del 1983, grande tessitura di elettronica, esotismi, funk e arguto techno pop, dare il giusto risalto all’ugola di Annie, modellata sull’amore per la migliore soul music.

La title track è il brano che ha consacrato il gruppo alla loro ascesa nel successo commerciale. Il singolare video musicale ha aiutato la canzone a raggiungere la numero due nella classifica dei singoli nel Regno Unito e la numero uno nella Billboard Hot 100 nel 1983.

Sweet Dreams (Are Made of This) è forse la canzone marchio degli Eurythmics ed è il loro unico brano che ha raggiunto la cima delle classifiche negli Stati Uniti. Dopo il gran successo, il loro singolo precedente, Love Is a Stranger, fu ridistribuito e divenne anch’esso una hit mondiale.

Il video musicale di Sweet Dreams è stato diretto da Chris Ashbrook e girato nel gennaio del 1983, poco prima che il singolo e l’album fossero pubblicati. Il video ha ricevuto un airplay pesante sul canale MTV, allora neonata, ed è considerata una clip classica di quell’epoca. Suggestiva è l’immagine androgina di Lennox che, con i capelli arancioni, vestita con un completo da uomo e con in mano un bastone, si è subito fatta notare. La sua immagine androgina e mutevole sarà ulteriormente esplorata in altri video degli Eurythmics come Love Is a Stranger e Who’s That Girl?.

Celebre, nel 1995, la cover composta da Marilyn Manson, per il suo album Smells Like Children.

La sopra citata Love Is a Stranger, composta da Dave Stewart ed Annie Lennox,  presenta un ritmo up-tempo in cui la voce camaleontica della Lennox si mischia con gli effetti sonori prodotti dai sintetizzatori all’avanguardia di Stewart.

Il bello di “I’ve Got An Angel”, per esempio, è che si tratta sostanzialmente di un pezzo dall’ossatura dub – in questo caso l’influenza di Adam Williams dei Selecter è lampante – ma la produzione ultra-moderna lo trasfigura in un’apocalittica cavalcata sintetica, mentre Annie vi recita sopra una lancinante nenia e ci suona pure il flauto.

E questo per tacere del rifacimento di “Wrap It Up” con ospite Green Gartside degli Scritti Politti, che mette in mostra ancora una volta tutto il potenziale del MSDC quando unito a un songwriting fuori dalle righe (confrontatelo con la versione originale, che era stata scritta da Isaac Hayes e David Porter negli anni 60 per il celebre duo vocale Sam & Dave). Qui il nostro Dave lascia andare il pedale dei bassi e monta una roboante sezione ritmica, arricchita da calibratissimi mini-inserti di chitarra funk nel ponte, mentre Annie letteralmente si smembra in quattro persone diverse: saltella col fare concitato di una bimba che ha appena scoperto il suono della propria voce tramite un microfono col ritorno in cuffia, poi gioca di cacofonie, fa la cantante seria e infine si trasforma pure nella più serafica delle soul singer mentre dà una divertita strizzatina d’occhio ad Aretha Franklin e le armonie vocali delle Supremes. Il tutto in soli tre minuti e mezzo di fantasmagorica e spassosissima canzone.

La scorribanda urbana a ritmo di clacson nervoso di “I Could Give You (A Mirror)” invece proietta ancora una volta Annie nella dimensione di frustrata quanto disillusa chanteuse, ma la sua voce stavolta viene lasciata quasi sempre da sola a comandare la melodia e si mostra al massimo del suo splendore di Diva, tra timbri vellutati, scivolate e falsetti, mentre in sottofondo le tastiere di Dave avanzano col fare ingombrante di una catena di montaggio.

Dal lato più introspettivo del disco invece non si può non rimanere affascinati da “Jennifer”, sorta di passeggiata coldwave che riprende la poetica di Lou Reed e la inzuppa in un clima alla “Blade Runner” – semplicemente suggestivo il muro di chitarre inacidite che si erge nell’epico finalone da lacrime.

E dopo la misteriosa “Somebody Told Me”, pezzo che ancora una volta si muove su una sinuosa linea di synth e le paranoiche introspezioni cacofoniche di Annie, ecco arrivare a chiudere il tutto un altro fascinoso momento noir: “This City Never Sleeps“, sei minuti e mezzo di tenebroso dub urbano intriso di rumori alieni e il suono di un treno in lontananza, lo scenario perfetto per ascoltare Annie che racconta del silenzio e della solitudine che si prova nel cuore nella notte quando si è persi nella grande metropoli e si sente solo il titubante battito del proprio cuore (ma a suo modo l’interpretazione mostra pure una discreta carica sensuale che non andrà smarrita: tre anni più tardi la canzone sarà inserita nella colonna sonora di “9 settimane e ½”).

Il bello è che per gli Eurythmics la corsa non finisce neanche qua, anzi a conti fatti è appena iniziata. Ma se anche il destino dei due fosse stato meno di brillante di quel che è poi realmente accaduto, “Sweet Dreams (Are Made Of This)” rimane a verbale per le generazioni future, sempre pronto a graffiare le orecchie con i suoi sinistri e sinuosi sorrisi digitali.